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New York Movie 


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Illustrazione di Agrin Amedì
Oggi è la vigilia di Natale. La mia bambina aspetta il suo regalo per la vigilia di Natale. Le luci si spengono, finalmente. Lea Torrisi afferra un principio capace di accendere il Natale con luci diverse.

Vorrei essere quell’uomo. Vorrei essere seduta a guardare il film. Vorrei non lavorare la vigilia di Natale.

La musica avvolge la sala. Potrebbe suonarla la mia bambina quella musica. Ma la mia bambina è a casa. Senza di me. Alla vigilia di Natale. Io non posso farle un regalo. Non posso fare un regalo alla mia bambina per Natale. Il film deve finire. Sì. Il film deve finire così posso chiedere la mancia. Perché io voglio fare un regalo alla mia bambina la vigilia di Natale. Non sono autorizzata a entrare nella sala. Posso entrarci solo alla fine del film quando gli spettatori sono usciti.
Il film è finito. Tendo l’orecchio. Le persone si alzano. Entro nella sala. Inizio a pulire. Se ci sono anime buone qualcuna mi darà uno spicciolo per fare un regalo alla mia bambina in questa vigilia di Natale. Pulisco a testa bassa. Tutti gli spettatori escono. Nessuno ha lasciato la mancia. Raggiungo una delle file centrali. Il primo posto è occupato. Ho la testa bassa. «Signore, il film è finito.» Non riesco a guardarlo. Lui non risponde. Ma io non riesco a guardarlo quindi non posso sapere se dorme. Ripeto: «Signore, il film è finito». Lui mi guarda. Io tengo la testa bassa. Mi sorride: «Lo so, grazie mille». Mi porge dei soldi. «Senta, ho avuto un imprevisto. Vado di fretta. Ho bisogno di splendere. Ma sa, questi cinema d’oggi sono incredibilmente luridi e le mie scarpe sono sporche, per non dire impresentabili. Se ha bisogno di mettere da parte qualche soldo, me le può lucidare in due minuti. Che ne pensa?». Se li prendo posso comprare un regalo per la mia bambina; oggi è la vigilia di Natale. Io lo guardo e sorrido. Abbasso subito la testa. Non dovevo guardarlo. Non potevo sorridere. «No grazie, è troppo gentile. L’uscita è da quella parte.» Gliela indico. Lui mi sorride. Io mi guardo le scarpe.

Fa freddo la sera a New York. Mi avvolgo nel mio cappotto. È l’unica cosa che mi rimane di una vita che non ho scelto. Un cappotto caldo, lungo, e bellissimo. Ci sono le luminarie per le strade. Le poche persone che camminano infreddolite stanno tutte correndo a casa per la cena della vigilia. Tornano dalle loro famiglie. La mia bambina è a casa, da sola. Lontano da me. In centro non le troverò mai un regalo. In centro tutto costa troppo. Mi avvio verso la metropolitana. La metro passa subito. Penso a che regalo fare alla mia bambina per Natale. Un pupazzo, magari. In periferia i pupazzi costano poco. Sì, la mia bambina questo Natale avrà un bell’orsacchiotto. Salgo le scale per riemergere tra i palazzi grigi della mia strada. Conosco un negozio di giocattoli proprio qui dietro l’angolo. Giro l’angolo. Mancano pochi passi al negozio di giocattoli, ma già lo vedo. La luce è spenta. Mi avvicino. Spingo la porta. È chiusa. Dietro, sulla vetrina, un orsacchiotto piega la testa di lato. Torno sui miei passi. Una volta girato l’angolo non mi muovo verso la metropolitana. Accelero il passo, comincio a correre, diretta a casa. Apro il portone. Corro su per le scale. Raggiungo il quarto piano. Infilo la chiave nella toppa. Apro la porta: la mia bambina mi salta addosso. Non ho un regalo per lei, ma lei è felice. Mi trascina sul letto. Ci sdraiamo insieme. Lei si infila sotto il mio cappotto e, riscaldate, scoppiamo a ridere forte.

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