Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Il mercoledì è il giorno dei bottoni. Anche loro stanno nel mio baule. Ieri ho diviso i colori ma era martedì. Oggi è mercoledì, il giorno dei bottoni. Oggi è mercoledì. Giulia Scorcioni aderisce perfettamente a un’esistenza possibile disegnata dall’autismo.

Il mio baule è in mezzo al giardino.
Nel giardino ci sono tanti bambini, fanno rumore come gli uccelli sugli alberi, ma io non li sento se sono nel mio baule. Nel mio baule, posso stare in pace.
«Non giochi con gli altri bambini, Andrea?» mi chiede la signorina Gaglietti.
Me lo chiede tutte le mattine.
«Non posso.»
«E perché non puoi?»
«Oggi divido i colori» rispondo. Ma le parole risuonano male nella mia bocca. Succede ogni tanto, e allora io le ripeto fino a quando non suonano di nuovo bene, fino a che la lingua non sbatte sul dente e poi sul palato come voglio io.
«Oggi divido i colori» ripeto.
«Oggi divido i colori» ripeto.
«Oggi divido i colori» ripeto.
Il mio baule è molto grande; ci sto seduto dentro insieme alle mie mollette che sono di tre colori diversi: blu come il cielo, verdi come il prato e gialle come il sole. E non sono rosse, perché il rosso non si deve toccare, non si deve toccare mai, perché il rosso è il colore del sangue e del fuoco.
«Mi fai vedere come dividi i colori?» mi chiede la signorina Gaglietti. In mano tiene blocco di carta e una penna nera.
La signorina Gaglietti parla spesso con noi bambini e poi scrive sul suo blocco; quando la punta della penna scorre sopra il foglio, sembra il suono di una ranocchia che gracida.
Prendo una molletta e gliela mostro.
«Prima le devo contare» rispondo.
Poggio la molletta fuori dal baule. È una molletta blu, quindi va messa in orizzontale sul pavimento; se è verde, invece, va messa in verticale con la punta rivolta verso di me; se è gialla, la metto in diagonale.
Inizio a contarle.
Una blu, una verde, una gialla.
Una blu, una verde, una gialla.
Una blu, una verde, una gialla
«Perché le disponi in questo modo?»
«Perché così deve essere» gli dico io.
«E perché deve essere così?»
«Perché il cielo è orizzontale, i fili d’erba sono verticali e i raggi del sole sono obliqui.»
A volte, la signorina Gaglietti fa delle domande stupide, ma le rispondo uguale, cosi gracida un po’ e poi se ne va dagli altri bambini. E infatti così fa, lasciandomi solo con le mie mollette.
Dopo che le ho contate le rimetto in ordine dentro il baule. Inizio da quelle blu: le dispongo in una fila seguendo la linea dritta del fondo, poi prendo le gialle e le metto sotto le blu e poi le verdi sotto le gialle. Se finisco presto di dividere le mollette, mi metto a osservare i bambini. Li guardo tutti, uno per uno. E anche se hanno i vestiti rossi e urlano, mentre la rana gracida e gli fa tante domande, non fa niente perché nel mio baule sono al sicuro.
«Ciao Andrea.»
Lei si è avvicinata e io non me ne sono accorto.
Linda ha gli occhi blu come il cielo, i capelli gialli come il sole e il grembiule è verde come l’erba.
Linda indossa tre fiocchi tra i capelli. Ha tre bottoni sul vestito. Tre bracciali al polso.
Linda cammina piano e parla sottovoce, non fa rumore come gli altri bambini.
«Che fai?» mi chiede.
«Nulla» le rispondo.
«Nulla» le rispondo.
«Nulla» le rispondo.
«Perché ripeti le parole?» mi chiede Linda
«Perché le dico male.»
«Non le dici male.»
«Sì invece, nella mia bocca suonano male, la lingua non va dove dovrebbe andare.»
«A me sembravano dette bene.»
Non so che dirle perciò rimango in silenzio. Linda mi guarda e sorride, lei non può giocare con gli altri bambini perché non può correre e non può urlare che se si agita tanto le vengono le crisi. Una volta le è successo proprio accanto al mio baule, è caduta a terra e ha iniziato a tremare tutta, piegandosi e contorcendosi come un filo d’erba soffiato dal vento.
«Posso giocare con te?» mi dice indicando le mollette.
«Le ho già divise tutte.» le rispondo.
«Allora rimischiale» dice lei, ma il pensiero mi fa venire le gambe di gelatina e i brividi sulla schiena.
«Non si può.»
«Non si può.»
«Non si può.»
Linda mi guarda triste.
«Allora domani torno e le dividiamo insieme» mi dice.
«Domani è mercoledì e non si dividono le mollette. Domani è mercoledì, perciò bisogna dividere i bottoni»
«Perché?»
«Perché sì.»
«La signorina Gaglietti dice che ‘perché sì’ non è una risposta.»
«Il mercoledì si dividono i bottoni ­– rispondo – non le mollette.»
Lei annuisce e alza le spalle. Io le conto le lentiggini sul suo viso. Ne ha trentatré.
«Possiamo dividere insieme i bottoni, se vuoi» le dico.
«Domani che è mercoledì.»
«Che è mercoledì.»
«Che è mercoledì.»
Linda sorride e poi se ne va, mentre suona la campana del pranzo.
Linda ha trentatré lentiggini sul viso.
Linda ha le ciglia lunghe come fili d’erba e gli occhi blu come il cielo e i capelli gialli come il sole.
Linda cammina piano in mezzo agli altri bambini che corrono e io la seguo in silenzio.
Cammino senza pestare le fughe nere delle mattonelle sul selciato, e nemmeno quelle dentro l’ingresso, dove le mattonelle sono più piccole e bianche ed è più difficile perché devo camminare in punta di piedi.
Conto i passi che mi dividono dalla mensa: 1,2,3,4,5,6…
Non è facile camminare senza toccare le fughe delle mattonelle e allo stesso tempo contare i passi. Ci vuole concentrazione, ma per me non è un problema. Mi prendo il mio tempo, cammino lento, così da non perdere il conto, anche se davanti la porta della mensa c’è la signorina Gaglietti che mi fissa sospirando e battendo la pianta del piede a terra.
Quando arrivo mi fermo davanti alla porta, ho contato 28 passi. Ma ventotto non mi piace perciò ne faccio cinque in più, alzando e abbassando i piedi, così arrivo a trentatré. Trentatré come le lentiggini di Lisa.
«Cosa fai Andrea?» mi chiede la signorina Gaglietti.
Io non le rispondo. Mi sembra così ovvio quello che sto facendo… A volte la signorina Gaglietti fa davvero delle domande stupide.
Mi lavo le mani prima di sedermi al tavolo. Le lavo tre volte, aprendo e chiudendo il rubinetto per non sprecare l’acqua come mi ha insegnato la signorina Gaglietti, e penso a domani, che è mercoledì e dividerò i bottoni piccoli da quelli grandi, quelli pesanti da quelli leggeri, quelli neri da quelli colorati e quelli ruvidi da quelli lisci.
Nell’aria c’è odore di sapone di mela e sento anche l’odore di purè, di bastoncini di pesce e anche di piselli e sono contento perché mi piacciono tanto i piselli perché sono verdi e piccoli e sembrano bottoni morbidi.
La signorina Gaglietti mi spinge verso il tavolino dove mangio; a mensa ci sono tanti i bambini che mi guardano e urlano e ridono, ma non fa niente perché il mio tavolino e la mia sedia sono come il mio baule e se mangio lì sono al sicuro.
La signorina Gaglietti si allontana mentre io conto i piselli. I piselli vanno contati prima di essere mangiati, ne sposto uno alla volta al lato del piatto, così non toccano il purè e i bastoncini di pesce.
I piselli sono pari, quindi non posso mangiarli, i piselli si mangiano solo se sono dispari, sennò non li posso mangiare.
Sento delle grida dietro di me, forti e acute, come le campanelle che suonano la mattina.
Il purè bisogna che lo sistemi a forma di cerchio prima di mangiarlo.
Le grida continuano e poi con la coda dell’occhio vedo la signorina Gaglietti e la signorina Cavini che si alzano di corsa e vanno verso il tavolo accanto al mio.
La crosta dei bastoncini di pesce la devo levare, perché è arancione ed è come il rosso ma solo più chiaro, perciò lo posso toccare ma non mangiare.
È arrivato anche il signor Biagio, ha il viso tutto sudato e rosso e il collo ricoperto di barba gli trema tutto.
Anche lui urla, ma la sua voce è bassa e roca, come quella del cane che passa fuori dal cancello la mattina.
Il purè adesso è perfetto; con il coltello l’ho disposto al centro del piatto e ho levigato la superficie come quando spalmo la marmellata sul pane. Ora è liscio come le lenzuola in camera mia.
C’è silenzio nella sala da pranzo, nessuno urla o parla più.
Alzo gli occhi e vedo i bambini che mangiano senza dire una parola; la signorina Cavini non c’è, e non c’è neanche il signor Biagio, che prima abbaiava forte.
Cerco Linda, cerco il suo grembiule verde come l’erba e i suoi capelli gialli come il sole e i suoi occhi blu come il cielo. Ma non la trovo.
«Andrea»
La signorina Gaglietti si è seduta davanti a me
«Andrea stai bene?»
«Dov’è Linda?» La signorina Gaglietti stringe le labbra e sospira dal naso.
«Linda ha avuto una crisi, non hai visto?»
Scuoto la testa.
«Contavo i piselli» rispondo.
La signorina Gaglietti guarda la tovaglia e rimane zitta.
Sulla tovaglia sono ricamate 103 stelline e 105 fiorellini.
«Dov’è Linda?» chiedo.
«Dov’è Linda?» chiedo.
«Dov’è Linda?» chiedo.
La signorina Gaglietti finisce di contare le stelline e i fiorellini della tovaglia, ci mette tanto a rispondermi, non è veloce a contare come me.
«Linda non c’è, è andata via.»
«Ma domani è mercoledì» dico.
«Domani è mercoledì.»
«Domani è mercoledì.»
La signorina Gaglietti annuisce e sorride.
«Lo so Andrea… lo so che domani è mercoledì…»
«Domani devo contare i bottoni.»
«Te li faccio trovare nel baule come al solito, non ti preoccupare… però solo se mangi i piselli.»
«I piselli sono pari, non li posso mangiare se sono pari.»
Scuoto la testa e allontano il piatto che la signorina Gaglietti mi spinge verso il petto. Poi torno a guardare i bambini che mangiano e guardo anche la sedia di Linda.
La sedia di Linda che è vuota.
Linda ha i capelli gialli come il sole, gli occhi blu come il cielo e il grembiule verde come l’erba.
Linda ha trentatré lentiggini.
La signorina Gaglietti sta contando a voce alta i piselli nel mio piatto.
«Sono dispari, – mi dice – guarda Andrea sono dispari, li puoi mangiare!»
Fa sempre così la signorina Gaglietti, si siede davanti a me e mi dice di ricontare il cibo, mi dice che i piselli sono dispari, anche se io li ho contati pari.
«Dov’è Linda?»
Conto un pisello alla volta.
«Linda non c’è» mi ripete la signora Gaglietti; guarda verso il muro e si tocca la fronte passando il dito dove i capelli si mischiano con la pelle.
«Ma domani è mercoledì» rispondo.
«Sì, Andrea. Domani è mercoledì.»
«Domani devo dividere i bottoni.»
La signora Gaglietti mi guarda e non capisce.
«Domani c’è Linda?»
«No Andrea, domani Linda non c’è, bevi un po’ d’acqua.»
«Ma domani devo dividere i bottoni.»
Sorride e mi spinge il bicchiere verso il piatto, dicendomi che devo bere. Ma io non devo bere, devo contare i bottoni con Linda, domani, che è mercoledì, mercoledì, mercoledì, e dovrò dividere i bottoni piccoli da quelli grandi, quelli pesanti da quelli leggeri, quelli neri da quelli colorati e quelli ruvidi da quelli lisci.
La signora Gaglietti guarda verso il muro, ma continua ad avere il dito pigiato sul bicchiere e lo spinge verso il piatto.
Ogni tanto si gira verso di me e mi dice di mangiare i piselli e di bere un po’ d’acqua.
I piselli sono buoni. Mi piacciono i piselli. Sono verdi e piccoli come i bottoni, bottoni, bottoni.
I bottoni che conto nel mio baule.
Domani è mercoledì e devo dividere i bottoni: quelli piccoli da quelli grandi, quelli pesanti da quelli leggeri, quelli neri da quelli colorati e quelli ruvidi da quelli lisci. Ma prima li devo contare.
Come devo contare i piselli per vedere se sono dispari. E se sono dispari li posso mangiare.
Li conto uno alla volta, in silenzio.
Sono trentatré, come le lentiggini di Linda.
Domani è mercoledì.
Domani devo dividere i bottoni.
I piselli sono trentatré.
Come le lentiggini di Linda.
Sono trentatré.
Trentatré.
Trentatré.
Trentatré.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Tacchi

I racconti di Omero

Nikka

I racconti di Omero

Intera

Sfoglia
MagO'