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Club Kennedy

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Maria Giulia Biguzzi
Lo chiamano Club Kennedy, sembra essere un posto in cui poter imparare a riapprendere e compiere anche i più semplici gesti quotidiani. Ma oggi no, non mi va. Maria Giulia Biguzzi crea un luogo, un’isola, in cui permettere all’uomo di riappropriarsi di sé stesso.

Quella di Via Kennedy non è una palestra come le altre. Si suda, ci sono gli attrezzi e le panche, è una palestra in piena regola, ma non si va per dimagrire o tonificare.
Quello di via Kennedy è un club per chi ha perso l’allenamento a compiere i gesti semplici, quelli di tutti giorni, come guardarsi allo specchio o uscire col sole.
I frequentatori della palestra devono costruirsi, attraverso percorsi mirati, la loro seconda chance per una vita “normale”. Galeotti, madri che hanno perso un figlio, ex vincitrici di concorsi di bellezza; diversi sono i profili che passano per quelle mura.
Arturo, ad esempio, non riusciva più a fare la doccia. Il solo pensiero di quel gesto rinnovatore lo gettava nel più totale sconforto. Erano anni che non si faceva più la doccia e questo rifiuto aveva condizionato tutto. Uno dopo l’altro i cardini della sua esistenza si erano spezzati e lui aveva preso le distanze da ogni cosa. Viveva per strada, dormiva in mezzo ai cartoni, mangiava alla mensa dei poveri.
La prima volta che è entrato nella palestra di Via Kennedy se n’è rimasto seduto per tutto il pomeriggio sulla panca a osservare gli altri avventori e il personale. È rimasto immobile per qualche ora, con il suo puzzo, poi se ne è andato. Così ha fatto alla visita successiva. Solo alla terza si è fatto avanti. Il personale della palestra sa sempre come comportarsi con quelli nuovi, non si fanno pressioni, si aspetta che siano gli interessati a fare il primo passo, una volta pronti. Dapprima gli sono stati prescritti una serie di esercizi preparatori, come prendere confidenza con la stanza del bagno e i suoi particolari. Poi riapprezzarne gli odori: quello di umido, il bagnoschiuma, l’ammorbidente sugli asciugami.
Per Arturo ci sono volute settimane di esercizi preparatori prima di arrivare al passaggio decisivo. Il passaggio che riguarda il gesto dimenticato, quello da ritrovare per ripartire, si affronta da soli, il personale rimane nei paraggi e accompagna fino agli ultimi istanti, ma poi è una sfida solitaria.
Arturo ha iniziato a sfilarsi di dosso i vestiti, vari strati quasi incollati tra loro e alla sua pelle. Un montone al quale mancavano diversi bottoni. Sotto al montone un maglione di lana infeltrita. Nello sfilarlo la testa resta incastrata per qualche secondo e deve tirare con forza per liberarsi. In quel frangente, con la faccia schiacciata e le braccia incrociate sulla testa, in quel secondo di buio, gli appare sua madre che stende le lenzuola in giardino. Quel fazzoletto di prato che era il giardino del condominio in cui è cresciuto. Lui e sua sorella che inventano giochi divertentissimi in quei pochi metri quadri. La madre non li guarda nemmeno, ma la sua presenza rende il gioco più divertente. Ha uno sguardo dolce sua madre: gli basta sentire la sua voce per sentirsi al sicuro. Suo padre invece lo mette a disagio, sempre con quello sguardo distante impastato di rimproveri e delusione.
La testa finalmente passa attraverso il colletto ed è il momento di togliersi le scarpe, scarponi pesanti e logori che non toglie mai, nemmeno d’estate. Allungare la pianta del piede lungo il pavimento freddo gli provoca una piccola fitta, come il principio di un crampo.
Suo padre voleva che facesse il ragioniere, come lui, perché in fondo era un lavoro sicuro. Da quando Arturo si era iscritto al liceo classico non si era più interessato della sua carriera, era la madre che gli faceva le copertine ai libri a inizio anno e lo ascoltava ripetere il giorno prima di un’interrogazione. Con il trasferimento a Roma, per l’università, aveva smesso di ripetere ad alta voce.
Al personale di via Kennedy l’ha detto tante volte, rimanere completamente nudo lo terrorizzava, e così gli hanno suggerito di spogliarsi davanti allo specchio in modo da poter digerire quella trasformazione. Un movimento alla volta. Un indumento dopo l’altro. Al posto del suo riflesso compariva un corpo flaccido e invecchiato. Anche sua madre gli era parsa terribilmente invecchiata quella volta che era rientrato da Roma per accompagnarla alla visita. Lei non gliel’aveva fatto pesare, ma lui si sentiva terribilmente in colpa per tutto il tempo che era passato senza che si facesse vivo. Quando il medico aveva pronunciato le parole “morbo”, “demenza”, “degenerativo”, aveva desiderato intensamente che su quel lettino ci fosse suo padre, non lei.
È il momento di far scorrere l’acqua per scaldarla. La manopola verso destra apre, verso sinistra chiude. Questo movimento meccanico gli risulta così istintivo che quasi se ne sorprende, c’è stato un tempo in cui le mura domestiche erano il suo habitat naturale, anche se ormai lontano. L’acqua fa rumore risalendo i tubi e il suo suono incalzante è l’unica cosa a cui riesce a pensare per i secondi che dura. Poi il rumore finisce. È da quando è morta sua madre che non ha più fatto la doccia. Avrebbe voluto più tempo con lei, avrebbe voluto usare il tempo a disposizione in maniera diversa. Non era più possibile. E mentre tutti intorno a lui piano piano andavano avanti, Arturo aveva deciso di restare fermo, cristallizzato, intrappolato in quei vestiti e in quella pelle che aveva indosso quando lei non era ancora troppo lontana. Come se la sua resistenza fosse un modo per riconciliarsi.
Le prime gocce d’acqua gli toccano la nuca, poi scendono sulla la schiena e scivolano via sulle natiche. Gli occhi sono chiusi, i capelli sciolti. Da poche le gocce diventano una pioggia intensa sotto la quale la pelle assetata comincia a risvegliarsi. I capelli, come una spugna rinsecchita, dapprima resistono agli schizzi e poi via via si imbevono completamente. La pioggia ora è una cascata tropicale, sempre più forte. La pelle si deforma per la potenza degli schizzi, il calore penetra nelle ossa: è estate, la famiglia ha affittato un pattino e stanno facendo i tuffi. Sua sorella continua a salire e scendere dal trampolino impavida. Il padre applaude dall’acqua e incita i figli. Ma Arturo ha paura non vuole buttarsi, è sul bordo con gli occhi chiusi, sua sorella lo deride.
Ecco che arriva sua madre da dietro, lo abbraccia, lo stringe forte e lo trascina in acqua insieme a lei. Il tutto dura pochi istanti.
Arturo riapre gli occhi: il suo corpo , un tutt’uno con l’acqua.

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