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Non sempre il velluto è liscio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Si danno tante cose per scontate. Come conquistarsi un grembiulino per la scuola, la scuola stessa, i compagni, la normalità. Chiara Gramegna affronta una grande sfida per una ragazzina.

Intorno aleggiava un leggero sentore d’autunno, compensato da un sole timido, ma combattivo.
Nel cortile della scuola elementare i bambini della prima erano scesi a giocare. Sul piccolo prato punteggiato da qualche albero si disegnò un cerchio formato da grembiuli neri che creavano una distesa uniforme. Anche la maestra, che stava al di fuori del cerchio, portava un grembiule nero. Al suo invito, andai a mischiarmi con gli atri; ero una macchia bordeaux che interrompeva quel nero dilagante. Era il mio vestitino di velluto. Non riuscivo a smettere di guardarmelo mentre ci prendevamo per mano e davamo il via a un girotondo.

A. BI. CI. DI.
E. EFFE. GI.
Ta-ta.
Ta-ta-tatata.

E intanto si salta. Che bello! pensavo. E com’è bello il mio vestito. Sono proprio elegante.
Un altro girotondo.
O quante belle figlie, Madama Dorè
O quante belle figlie…
Ora tutti cantavano tenendosi per mano e uno stava fuori. Capii che doveva scegliere la più bella delle belle da portare al re. Carino anche quel gioco, volevo impararlo. E pensavo: quel bambino forse sceglierà proprio me, che sono vestita come una principessa.
Il girotondo si ripeté tre volte, ma nessuno mi scelse.
Devo avere pazienza, mi dissi, come mi dicevano a casa. Quei bambini non mi conoscevano, non ero stata all’asilo con loro. Anzi, non ci ero proprio stata. Una volta, in realtà, ci avevo provato, ma la mamma aveva aspettato a comprarmi il cestino, così, se non ci fossi voluta restare… e infatti era andata proprio così.
La maestra fece cenno di interrompere e si mise a parlare con un’altra maestra mentre i bambini di disperdevano a gruppetti. Cominciai a camminare lentamente e mi avvicinai a due maschietti (Come si chiamavano? Quello con gli occhiali Tino, e l’altro… non lo sapevo) ma loro, al richiamo di un compagno corsero via.
Allora ci riprovai con due bambine sedute su una panchina. Ci sarebbe stato posto, ma loro continuavano a chiacchierare e io non sapevo come intercettare la loro attenzione e non trovavo il coraggio di chiedere se potevo sedermi con loro. Passeggiai desolata fingendo di essere disinvolta e a mio agio, però mi sentivo un pesce fuor d’acqua. A quel punto avrei fatto meglio a tornare in classe: almeno lì ci sarebbe stato il mio banco, la cartella rossa. Quella non mi deludeva mai, mi aspettava con il suo odore buono, di libro nuovo, di matite temperate e del dolce della merenda. Senza contare che avrei potuto scambiare qualche parola con Daniela, la mia compagna di banco: non sembrava antipatica, anche se non mi aveva più cercata.
Le due bambine sulla panchina ridacchiavano tra loro. Avrei dato qualsiasi cosa per sapere perché ridevano. E che gioco stavano facendo Wilma e Antonella con le mani?
«Lo vuoi fare con noi?» mi chiesero quando fui a tiro di voce. Ma io non lo sapevo fare e non volevo dirlo. Come avrei potuto spiegarglielo? Come potevo dire loro che appena si allontanavano di un passo da me si trasformavano in macchie indistinte di colore? La testa era una macchia rosa e gialla o rosa e marrone, i grembiuli delle ombre nere e le mani non sapevo nemmeno dove fossero. Sapevo che avevano qualcosa in mano, ma cosa? Un filo? Una pallina?
«No, grazie. Magari un’altra volta.»
Se non fossimo tornati presto di sopra temevo che non ce l’avrei fatta a rimanere lì. Nessuno giocava ai giochi che io conoscevo, non riuscivo a parlare con nessuno. Cercai la maestra con gli occhi, la macchia di colore più grande, con il desiderio di chiederle se avessi potuto tornare a casa.
Era così calma e gentile! Quando avevo messo piede a scuola per la prima volta, aveva subito informato l’altra maestra, mentre si soffermava vicino al mio banco. «Lei è a scuola da un giorno meno degli altri.» E mi era piaciuto come lo aveva detto, perché non mi era sembrata arrabbiata con me.
Il primo giorno, in realtà, ero entrata a scuola come tutti gli altri, ma quando era stato il momento di sedersi mi ero guardata in giro e mi ero sentita spaesata. Dov’ero? Chi erano tutti? Se mi metto a correre, avevo pensato, posso ancora raggiungere la mamma. Del resto era stata lei, quando mi aveva accompagnata, a ripetere alla maestra «Lo spero tanto, ma chissà…». Così avevo aperto la porta e me ne ero andata – la maestra me lo avrebbe ricordato fino in quinta elementare – me n’ero andata di corsa e l’avevo raggiunta che era ancora sulle scale e mi aveva portata via in un mare di lacrime e di abbracci.
Però poi avevo promesso al papà che dall’indomani sarei andata a scuola. Lui mi aveva lasciato scegliere: volevo crescere ignorante? Mi lasciava stare a casa. Volevo imparare a farmi strada? Allora dovevo venire a scuola. Io avevo scelto sulle sue ginocchia, ci eravamo dati la mano… E quella sera, a casa degli zii quando la zia aveva chiesto «Dici che domani ci andrà?» mio padre aveva detto subito, in tono convinto, «Perché dici così? Me lo ha promesso».
Quindi adesso avrei dovuto fare lo sforzo e restare lì.
Intanto la maestra ci aveva richiamati e ci aveva fatti mettere di nuovo in cerchio.
“La solitudine si deve fuggir…”
Conoscevo quella canzone. Quasi incredula, avevo tirato fuori la voce con esaltazione. Peccato ci fossero anche le mosse da fare insieme: era tutto un susseguirsi di gesti, di saltelli, di cambiamenti di posto. Restai rigida a guardare impacciata la piccola coreografia e mi sentii fuori posto, come la macchia bordeaux che interrompeva senza motivo il fluire naturale di tutto quel nero.
Il mio vestitino segnava la mancanza di qualcosa che gli altri avevano, che li rendeva amici e che io non avevo.
Non avevo il grembiule perché per me venire a scuola era un esperimento. La maestra era venuta a casa nostra a pregare la mamma di mandarmi e anche l’oculista di Milano, che mi curava da sempre, aveva consigliato di mandarmi alla scuola pubblica. Mamma e papà gli avevano dato retta, ma forse non ci avevano creduto fino in fondo. Forse avevano paura che qualcosa andasse storto, tant’è che la mamma aveva detto: «Aspettiamo qualche giorno e vediamo, poi facciamo il grembiulino».
Se ce l’avessi avuto da subito, magari…
Era arrivata l’ora di tornare in classe, ma i maschi reclamavano a gran voce di giocare a bandiera. Chissà chi mi avrebbe scelta nella sua squadra? Non avevo neanche capito tanto bene il gioco.
«Chiaretta, – mi disse la maestra – tu tieni forte il fazzoletto e fai la bandiera.»
Ora il vestitino campeggiava solo, in tutta la usa estraneità.

Le mattinate si susseguirono lente e ogni mattina un abitino o un completino della domenica accompagnava quelle ore lontano da casa, piene di dubbi, di vuoto, ma anche di piccole conquiste e di piccole cose belle e quelle piccole cose da raccontare sulla strada del ritorno diventavano ogni giorno più grandi e più accese. Il tragitto poi si animava sempre più spesso di frasi allegre.
«Ciao Chiara. Domani arriva un po’ più presto, così giochiamo!»
A cui faceva seguito la mia risposta: «Ciao Davide. Domani ti porto le figurine!».
Fino a che, un giorno, appena entrata in casa tirai fuori dalla cartella un foglio di plastica giallo.
«Guarda, mamma!» esclamai. «La maestra mi ha dato da fare questo per compito. Devo appoggiarlo sulla pagina, seguire i contorni con la matita e viene fuori una farfalla!»
«Che bello! E ognuno ne fa uno diverso?»
«No, lo ha dato solo a me.» Ma la dichiarazione trionfale si smorzò a quella precisazione. «Me l’ha dato perché sono un disastro a scrivere. Leggere è facile. Anche scrivere con le letterine dell’alfabetiere è divertente e facile. Ma scrivere sul quaderno…»
Il pensiero delle lettere che uscivano goffe e sbilenche dalla matita, dei pasticci, del disordine sul quaderno mi fece crescere un senso di frustrazione che mi gonfiò la gola e, mio malgrado, mi incrinò la voce quando chiesi: «Ce la farò a scrivere anch’io?».
«Certo che ce la farai!»
Me lo disse allegra, sorridente, mi prese la mano e aggiunse: «Vieni a vedere».
Mi indicò la sedia in soggiorno.
«Devo solo attaccare i bottoni. E domani il grembiulino nuovo sarà pronto da mettere.»

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