Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il confine

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Un’esplosione. Il corpo colpito. Il mio corpo lacerato. Mio fratello. Mio padre. Madrid. E tutta questa polvere. Pina Porchi dipinge un paesaggio rarefatto dal dolore e dalla sua sopportazione.

Hasan si risvegliò sotto il tavolo. Sentiva le gambe molli, attraversate da un formicolio e da fitte di dolore. Provò a muoverle, con fatica. Emisero il rumore della carta stropicciata, ma risposero ai comandi. Passò dunque alle braccia. Il destro, orrendamente ricurvo, era insensibile e schiacciato sotto il peso del corpo: certamente rotto, forse rotta anche la spalla, ma ci avrebbe pensato più tardi. Il sinistro, anchilosato e dolorante, appariva illeso – lo usò per tastarsi il volto alla ricerca degli occhiali. Assenti. Percepì la polvere sotto le unghie e sui polpastrelli, poi si accorse di averne anche tra i denti, sulla lingua. Provò a sputare, ma fu inutile. Nella testa, un ronzio lieve. Chiamò a raccolta l’intelletto, il buonsenso, ogni cognizione medica e scientifica accumulata negli anni. Reclutò davanti a sé ragione e sentimento, come soldatini improvvisati, e impartì l’ordine: Niente panico. Con cautela si tolse il camice, troppo ingombrante, cercando di immobilizzare il braccio distrutto. Si rese conto di non avere più i sandali. Si guardò intorno per cercarli: gli sarebbero serviti per evitare di ferirsi i piedi. Ma era troppo buio e per giunta era senza occhiali: impossibile ritrovarli. Niente panico. Con la massima cautela si affacciò di là dal tavolo, di legno massiccio che fino a quel momento lo aveva protetto. La luce d’emergenza mandava di tanto in tanto un bagliore tenue e verdognolo. Ci vollero minuti perché si abituasse a vedere in quella fioca luce colorata. Alla fine, strizzando gli occhi e corrucciando la fronte, vide. Vide il soffitto crollato per metà, la branda spezzata, le fiale e le siringhe sparse sul pavimento insieme ai detriti. Vide, poco distante, il foglio traslucido di una risonanza magnetica – ricordò che la stava osservando, appena prima del terremoto. Diede un ultimo sguardo a quella cisti sospetta, ripeté nella mente le parole del referto che non aveva fatto a tempo a scrivere. Vide la porta divelta, ma ancora aperta. Niente panico. Sangue freddo. Conosceva la via verso la salvezza. Corridoio, porta di emergenza, scala antincendio. La scala collegava il sottosuolo della radiologia al mondo esterno. Doveva solo sperare che non fosse collassata. Ma prima doveva cercare di arrivarci, al buio, con sette gradi di miopia a destra e otto a sinistra. Facendo leva sul braccio buono, sgusciò dal proprio nascondiglio. Si sollevò, con fatica immane e dolori sparsi, e fu finalmente in piedi in mezzo alla sventura. Camminò tenendosi il braccio rotto, trascinando i piedi, scalciando involontariamente frammenti taglienti e metallici e creando così rumori spettrali sul pavimento. Bastarono pochi passi per arrivare alla porta. Poggiato allo stipite, si fermò e si sforzò di distinguere le condizioni del corridoio. Le intermittenze verdi, aliene, della luce di emergenza lo illuminavano, ma solo per il primo metro. Per il resto, era immerso nelle tenebre. Riuscì a distinguere qualche forma, qualche immagine: il soffitto era crollato quasi completamente, ovunque pendevano fili staccati dell’elettricità. Ma c’era lo spazio, una fessura, dove avrebbe potuto insinuarsi il corpo di un uomo. Doveva procedere con lentezza, al buio, misurando i passi e il respiro, tenendosi aggrappato al muro con il braccio sano. Chiuse gli occhi e respirò polvere, emettendo un rantolo di disgusto. Si chiese cosa sarebbe stato se fosse rimasto lì, seppellito per ore, per giorni. Avrebbe finito l’aria? Sarebbe morto di asfissia? Di fame? Rimpianse di non aver accettato uno shawerma dallo specializzando, Akir, che si era pure offerto di portarglielo giù prima di andarsene. Che fosse maledetto, quel fannullone di specializzando che pensava solo a mangiare. Lanciò maledizioni varie e molteplici anche a sé stesso, per essersi fermato dopo l’orario di lavoro: quella cisti, quel sospetto di tumore, quel referto da scrivere al più presto… La sua era una rabbia intensa, da sottosuolo. Sperò che il paziente della risonanza morisse. Immobile nel buio e tremante, sferrò un pugno nel vuoto, un pugno violento che gli acuì tutti i dolori. Sperò che morissero tutti i suoi pazienti. Tutti i suoi colleghi. Tutti i suoi amici. La sua ex, che anche oggi non l’aveva richiamato. Il suo capo che gli dava i turni peggiori, il commesso del minimarket che gli aveva rifilato il petto di pollo già marcio, l’idraulico che si era preso cento rupie senza riuscire ad aggiustare il lavandino, la cicciona che gli aveva fatto una multa ingiustificata. Proprio lui, proprio il giusto Hasan doveva morire seppellito in radiologia? Proprio lui, tra tutti quegli stronzi? Morissero almeno anche loro! Diede un pugno più forte al vuoto, sentì male al polso e vomitò succhi gastrici. Da medico, si disse che il vomito significava che aveva molte ossa rotte. Poi ripensò alla cisti e al referto. Era proprio una cisti sospetta. Si accorse che, quando la rabbia montava, il respiro gli si faceva affannoso. Gli sarebbe costata troppa aria, troppa fatica, troppa polvere nei polmoni. Quindi si calmò. Niente panico. Doveva raggiungere quella porta, quella scala antincendio. Iniziò a contare i respiri insieme ai passi, e nel farlo si insinuò a occhi chiusi nel buio facendosi piccolo, sottile, schiacciato tra i detriti per poter passare. Inspirare, un passo. Espirare, due passi. Pausa. Calma. Niente panico. Inspirare, tre passi. Espirare, quattro passi. Inspirando piano, lentamente, ricordò di quando si era nascosto dietro una pianta in balcone a otto anni e aveva aspettato che suo fratello maggiore Ihsan tornasse a casa. Ce l’aveva a morte con lui, quel giorno, per qualche motivo stupido. Appena l’aveva visto entrare in cortile, restando ben nascosto, gli aveva sparato con la pistola ad aria compressa. L’aveva preso in piena fronte e si era goduto la scena: Ihsan morto di paura che lasciava cadere a terra la bottiglia del latte appena comprato. Il liquido bianco che si allargava in cortile, che fluiva verso il tombino. Poi aveva nascosto la pistola e si era fiondato a fare i compiti. «Mi ha sparato dal balcone!» l’aveva accusato Ihsan davanti al loro padre. Ma il padre si era toccato i baffi per qualche secondo e poi aveva troncato il discorso con un: «Sciocchezze, tornate a studiare». Poi, ad Hasan, figlio minore prediletto, aveva accarezzato i capelli. Allora anche Ihsan l’aveva perdonato. Hasan sorrise nell’oscurità. Cinque passi.
Espirando, muovendo il sesto passo, dovette rannicchiarsi per passare sotto una trave. Un chiodo gli ferì un sopracciglio. Si rivide poco più grande, quando si era azzuffato con un compagno di classe e gli aveva fatto un graffio profondo a una guancia. Si azzuffava spesso, gli piaceva provocare, voleva essere più forte di tutti. Ma davanti al padre mentiva, negava, tuttalpiù ammetteva di essersi solo difeso, e suo padre gli credeva sempre. Inspirare, settimo passo. C’era quasi. Tossì polvere e sputò. Sputò e scaracchiò con un suono così orribile che gli venne quasi da ridere di sé, come in una brutta barzelletta, una storiella amara. Espirare. Piano. Espirò e soffiò con l’ultimo movimento, ormai era buio pesto, non c’era che da arrancare nel vuoto, e Hasan sentì che non poteva andare avanti. Tastò intorno a sé, sentiva solo superfici lisce, superfici rugose, qualcosa di tagliente, provò allora a tornare indietro, si girò e rigirò su sé stesso ma non trovava più neppure da dove fosse sbucato. Era bloccato. Non aveva più speranze. Non poteva andare avanti né indietro. Dall’alto sentiva rumori, forse di nuovi crolli che certo a breve l’avrebbero ucciso. A breve, ma tra quanto? Quanto tempo ci sarebbe voluto? La rabbia era finita. Restava poco da respirare, poco spazio per scalciare. Si adagiò contro il muro. Andava bene così, in fondo. Per riuscire a inspirare ed espirare lentamente ripensò al viaggio che aveva fatto da ragazzo, a Madrid, con il fratello Ihsan e col padre. Il padre viaggiava per lavoro, doveva accordarsi per la compravendita di tessuti. Era luglio. Quando il padre lavorava, Hasan e il fratello passeggiavano da soli e fumavano le prime sigarette. Si ritrovavano, tutti e tre, nel pomeriggio a Plaza Mayor, nel caldo e nel viavai, tra cocchi, cavalli e bizzarri compratori di oro. Mangiavano ogni sera carne buonissima a poco prezzo, bevevano birre, spesso si perdevano di notte tra i vicoli. Nelle difficoltà degli anni successivi, davanti al fratello depresso e disoccupato, al padre pieno di acciacchi, spesso Hasan aveva avuto la tentazione, tanto folle quanto cretina, di proporre una vacanza a Madrid. Non l’aveva mai fatto. Ci aveva solo pensato. Come adesso. Ormai non riusciva quasi a respirare, quel fastidioso ronzio nella testa era scomparso, sentiva i pensieri sempre più leggeri, sempre più sfumati, sempre meno luminosi, meno visibili al buio, si sentiva egli stesso sempre meno distinguibile dalla polvere, si vedeva dall’esterno come un’ombra incastonata nell’ombra.

 

Quando rinvenne era intubato, aveva una flebo al braccio. Stava pensando a Madrid. Intorno a lui c’erano il padre e il fratello.
A ogni risveglio, da quel giorno e per sempre, l’inspiegabile sensazione di ritrovarsi in una zona di confine.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'