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Una tavola a colori

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I colori cominciarono a farmi venire l’acquolina in bocca. Così iniziai a cercare i colori più sgargianti e imbevuti di bosco, ragù e ricordi. Tommaso Toresi inventa un nuovo percorso culinario.

Un anno fa ho avuto un incidente in motorino, niente di speciale, stavo percorrendo la solita strada per tornare a casa e pioveva. A una curva la ruota posteriore ha deciso che non era più il caso di aderire all’asfalto e così siamo scivolati insieme per qualche metro. Nella caduta ho battuto la testa e ho perso i sensi. Quando sono rinvenuta ero in ospedale, il medico stava parlando con mia sorella, lei sembrava un po’ preoccupata, aveva la mano davanti la bocca. A dire il vero l’espressione sembrava più sorpresa che triste. A quanto pare durante la caduta non avevo subito gravi danni, solo una lieve lesione al cervello. La parte danneggiata era quella responsabile del gusto. Nel comunicarmelo mia sorella sembrava ci trovasse qualcosa di comico, come a dire che forse questa lesione l’avevo sempre avuta senza saperlo. In effetti non posso dire che mangiare sia mai stata una gran passione per me. Ho sempre considerato il cibo più un carburante che un piacere. Al ristorante non ci andavo quasi mai, non sentivo il bisogno di spendere soldi per benzina imbellettata e profumata. Quando ero a casa mi preparavo il minimo indispensabile; amici e parenti hanno sempre considerato la mia cucina triste, qualche volta trovavano impegni dell’ultimo momento per saltare i miei inviti a pranzo. Fui la prima quindi ad ammettere che tra tutto ciò che mi si poteva togliere, il gusto era forse la scelta migliore. Ammesso che una debba scegliere.
Tornata a casa ripresi la vita di sempre.
I primi giorni passarono così, mettendomi il cibo sotto i denti con la sensazione di masticare aria. Aria molle, aria liquida, aria ruvida e aria croccante. Per un breve periodo lo trovai quasi divertente, era buffo concentrarsi sulla consistenza dei cibi piuttosto che sul sapore, che di mio avevo sempre più o meno ignorato. Lentamente però cominciai a percepire un senso di malessere quando arrivava l’ora di mangiare. Il mio stomaco brontolava ma non avevo voglia di mettermi a preparare alcun tipo di aria. Cominciai a cercare di mangiare più spesso in compagnia per non dovermi concentrare sul non sapore delle cose, cosa che prima dell’incidente cercavo di evitare; non amavo l’espressione di confusione con cui la gente mi guardava divorare senza gioia il mio cibo, senza la minima attenzione per ciò che stavo mangiando. Sembrava quasi che gli rovinassi quel momento.
Poi con il tempo presi l’abitudine di guardare programmi di cucina mentre mangiavo. Avere davanti agli occhi quegli chef che preparavano piatti super articolati, colorati e vari mi metteva di buon umore. Strano come qualcosa che hai sempre detestato possa correre in tuo soccorso nei modi più inspiegabili.
Dopo qualche mese cominciai anche a provare qualche ricetta dei grandi chef; mi mettevo lì e seguivo ogni loro mossa cercando di stargli appresso nello sminuzzare, bollire, infornare, tritare, spremere e guarnire. Non uscivano mai belli come i loro, però il risultato finale di creare un piatto quanto meno carino cominciava a ridare un senso all’ora dei pasti. A volte mi capitava di impiegare così tanto tempo a preparare un piatto che quando era pronto la fame era già bella che passata. Perciò decisi di invitare ospiti più spesso. Passavamo il preserata in cucina mentre io preparavo e saltellavo da un lato all’altro della piccola stanza mentre gli ospiti mi guardavano e ridevano del cambiamento avvenuto in me. Quando finalmente ci mettevamo a tavola passavo l’intera cena a scrutare i loro visi alla ricerca di indizi sul risultato finale della mia opera. I primi tentativi ovviamente non ebbero chissà che successo, ma a poco a poco riuscii a ottenere dei sonori e convinti complimenti. La cosa che preferivo era quando si creava un silenzio a tavola perché tutti erano troppo concentrati a mangiare e gustarsi i miei piatti piuttosto che perdersi qualche sfumatura chiacchierando del più e del meno. Io ovviamente, e purtroppo, continuavo sempre a masticare diverse varietà di aria. Difatti mi facevo sempre porzioni molto modeste, di modo che quel supplizio finisse il prima possibile. Mi accorsi però che più il piatto era colorato, meno mi dispiaceva mangiarlo. Adoravo il nero di seppia, la rapa rossa e tutto ciò che mi aiutava a rendere i miei piatti super colorati. Gelatine, vellutate, succhi, frutta, verdura e quant’altro. Cominciai ad andare a fare la spesa al mercato per cercare quelle rare perle che al super mercato difficilmente riuscivo trovare. Ma, malgrado tutti gli sforzi, i risultati non erano mai abbastanza per colmare il senso di vuoto che mi lasciava l’aria che masticavo. Però avevo trovato un buon indizio: i colori. Questi erano diventati in qualche modo una parte fondamentale del mio nuovo metabolismo. Passeggiando mi fermavo davanti alle vetrine in technicolor dei negozi di cosmetici con le loro luci al neon e le palette stracariche di tonalità differenti, dalle più cupe alle più psichedeliche. Avevo cominciato anche a preferire girare di notte, quando le luci sparate mi ricordavano sapori di cibo. Il rosso del traffico sa di ragù, quello che faceva la nonna e che lasciava andare per ore e ore: «Più stava sul fuoco e più viene buono», diceva. E così era anche per il traffico: più rimanevo bloccata in mezzo alle luci posteriori delle macchine e più risvegliavano in me il sapore dei pranzi domenicali in famiglia. Un altro sapore interessante si risvegliava in me attraverso i documentari sulle foreste pluviali. Tutte quelle tonalità di verde e le goccioline di umidità sulle foglie mi ricordavano bevande fresche, latte menta e orzata nei pomeriggi caldi. I negozi di cartoleria erano diventati pieni di dolciumi. Scaffali di dolci stecche dai mille colori e mille sapori. Iniziai a comprare una quantità di articoli da cartoleria di cui non me ne facevo niente. Più o meno. Ci arredavo la cucina, seguendo i sentieri dei sapori che quelle tracce colorate mi delineavano davanti agli occhi. Quando pioveva andavo al parco il pomeriggio, cercavo la zona con meno erba, dove il marrone della terra bagnata ricordava quello del cioccolato o del caffè macinato. Ci infilavo le mani in mezzo e impastavo questa massa di cacao e caffè, chiudevo gli occhi e sentivo l’odore dei fondi di caffè frantumati in mano. I colori mi stavano evidentemente aiutando nel mio processo di riabilitazione. Più erano brillanti e più mi veniva fame, sentivo lo stomaco risvegliarsi e la voglia di mangiare ricominciare a farsi strada dentro me.
Una sera mia sorella mi invitò a cena da lei. Mentre lei e suo marito cucinavano e chiacchieravano andai a salutare i miei due nipotini che giocavano in camera. Quando entrai li trovai in ginocchio sul tappeto, tutti presi da ciò che stavano facendo. Tanto presi che non mi sentirono nemmeno entrare. Avvicinandomi li salutai e loro, voltandosi verso di me, con i visi colpevoli, si sbrigarono a coprire il loro gioco. Accanto alla piccolina notai la trousse dei trucchi di mia sorella aperta, il contenuto rovesciato per terra. Chiedendo loro cosa avessero combinato li scansai a fatica dalla refurtiva. In mezzo al tappeto c’era un grosso piatto tanto colorato da far quasi male agli occhi. C’era di tutto: pongo, pupazzetti, festoni riciclati, candele mezze squagliate. Il tutto era ricoperto di una patina di rossetti vari, smalti, fard e quant’altro. Come se non bastasse avevano colorato la grossa massa informe con evidenziatori e tempere. La vista di quel piatto psichedelico mi mise addosso un’acquolina mai provata prima. Lo stomaco cominciò a brontolare rumorosamente. I due stavano tirandomi il maglione da entrambi i lati pregandomi di non dirlo a mamma. Feci segno di avere la bocca cucita e insieme, senza farci vedere dai grandi, mettemmo apposto ogni cosa. Quando però la piccolina si avvicinò alla loro creatura con l’intenzione di disfarla la bloccai. Presi il grosso piatto e lo portai a tavola, proprio al mio posto a sedere. Quando la cena cominciò, dopo che ebbi parlato con i genitori per evitargli punizioni o strigliate, mangiai con gusto i piatti preparati da mia sorella, senza mai distogliere lo sguardo da quel carnevale che mi ero messa più vicina del piatto vero. Lo guardavo mentre portavo e me i bocconi e mentre masticavo. Quasi non battevo le palpebre per paura che la magia dei colori cessasse. Quelle tonalità sgargianti pregavano di essere divorate, mi imploravano di assaporarle. Riuscivo a sentirli, i bocconi fucsia, quelli verde smeraldo e i pezzi di candela azzurri e rosa. Trovai così, dopo tanti anni, il mio piatto preferito.

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