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Non sono un ladro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Accattone, poveraccio, fallito, perdigiorno, emarginato ma ladro no. No, ladro proprio no. Maria Giulia Biguzzi getta luce su un insolito mestiere.

Accattone, poveraccio, fallito, perdigiorno, emarginato, fannullone, sfigato, disperato, ladro. Di questi aggettivi l’unico che abbia mai provocato in me una reazione è ladro. Emarginato probabilmente lo sono, forse anche fallito, ma un ladro no. Quello che faccio è perfettamente legale, purché fatto seguendo determinate regole – che naturalmente io osservo con attenzione.
Sono circa dieci anni che setaccio le spiagge della riviera con il mio metal detector.
Non è l’estate la stagione che preferisco, anche se la più redditizia: nel caldo di luglio si soffre anche la sera e ci si sente sempre osservati da chi tira tardi sulla battigia. L’autunno e l’inverno, invece, sono tutta un’altra storia. Da ottobre a marzo posso passeggiare solo per ore e ore alla ricerca di qualcosa che faccia fare “beep” al mio strumento; il mare grigio da una parte e la mura di sabbia dall’altra. È molto raro incontrare qualcuno, la cittadina è composta per lo più da alberghi e seconde case; siamo in pochi ad abitare qui tutto l’anno.
Mentre d’estate si possono fare fino a 60 euro al giorno in monetine, in inverno può capitare che il mare riconsegni alla terra anche qualche tesoro: un braccialetto, un orecchino d’oro. Gli oggetti di valore ritrovati vanno denunciati e da quel momento il proprietario dispone di un anno di tempo per reclamare il ritrovamento, altrimenti questo diventa proprietà del ritrovatore.
Una volta rinvenni una collanina d’oro molto lunga attaccata a una fede a mo’ di ciondolo. La collanina doveva essersi sfilata dal collo della sua proprietaria, senza rompersi. La fede era una taglia da uomo, inconfondibilmente. Incisa al suo interno c’era solo una data: 9 Maggio 1980. Chi aveva perduto questa combinazione di ori doveva essere la vedova del proprietario della fede.
Il gioiello luccicava ancora, pesai che doveva essere oro di altissima qualità. Anche lo stile parlava. Non era la solita catenella di pallini, ma un cordone di maglie ovali saldate una a una. Immaginai la classe e la finezza di questa signora di circa 60 anni. Probabilmente una di quelle vedove habitué di alcune pensioni a 5 stelle sulla riviera. Sarebbe tornata l’estate successiva, per la solita vacanza solitaria e avrebbe cercato il suo cimelio alla stazione dei carabinieri su consiglio degli albergatori.
Quell’anno, l’arrivo dell’estate non mi mise di cattivo umore. Di settimana in settimana constatavo di buon grado l’aumentare della temperatura. Ricordo l’impazienza delle ultime settimane di giugno.
Poi un pomeriggio, sulla battigia, passeggiavo bardato di cuffie, zaino, metal detector e vidi una sagoma snella in un caftano bianco che guardava il mare. Potrebbe avere qualsiasi età, non è detto che sia lei. C’era molto vento. Il mare probabilmente ruggiva forte, ma con le cuffie riuscivo solo a sentire il suono del mio fiato farsi sempre più corto.
Le ciocche lunghe dei suoi capelli si dimenavano e con loro la gonna del vestito. Tutto intorno i bagnini si stavano affrettando a tirare fuori dall’acqua il moscone di salvataggio. In due a cercare di domare quello zatterone di legno rosso che non ne voleva sapere di dargli retta. La sua testa china scompariva e ricompariva tra le onde. Altri loro colleghi saltellavano di lettino in lettino a chiudere velocemente gli ombrelloni. I pochi bagnanti rimasti si stavano affrettando, chi sulla passerella con il passo lungo, chi a raccogliere borsa e teli per tornarsene a casa prima che fosse troppo tardi. Sentii l’odore bagnato del vento che portava nuvoloni carichi d’acqua. La donna sembrava non accorgersi di nulla, continuava a guardare il mare come stesse cercando qualcosa dietro a quei cavalloni sempre più alti. Mi convinsi che avesse l’aria malinconica. È lei. Quanto doveva aver sofferto per la scomparsa prematura del marito, sicuramente lo sognava ancora, pur sapendo di doversi rifare una vita. Erano stati i figli a spingerla a fare di queste vacanze in riviera un’abitudine. L’anno precedente rientrando in città, dopo aver smarrito la collanina, doveva essersi sentita in colpa. Ci aveva pensato tutto l’anno ed era tornata con la speranza di ritrovarla. Le nostre strade stavano per intrecciarsi. Le avrei proposto di prendere un caffè. Dopo il caffè la cena. Poi le passeggiate verso sera, lei con il caftano lungo, io senza la mia solita attrezzatura, anche se lei avrebbe trovato affascinante il mio mestiere. Anche a lei piacevano più l’autunno e l’inverno. Saremmo stati bene qua nei mesi freddi. Mare grigio e mura di sabbia tutti per noi. Anno dopo anno. Coi figli che ci venivano a trovare di tanto in tanto. Acciaccati per via dell’umidità, ma felici per il resto della vecchiaia.
D’un tratto si avvicinò un bagnante, in camicia, calzoncini a righe e sandali di cuoio. Portava due borse da mare piene, anche lui aveva fatto i bagagli come il resto della spiaggia, allertato dal trambusto. Pensai che nel vedere per caso la donna avesse voluto avvisarla di quello che lei, evidentemente, non stava notando. Nel sentirlo arrivare alle spalle la donna si girò e lo vide; impassibile prese una delle due borse e lo seguì verso lo stabilimento. Dopo qualche passo, con un gesto meccanico, lui le mise un braccio attorno al collo e, stringendola a sé, accelerò come stavano facendo tutti.

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