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Infernal 


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Illustrazione di Agrin Amedì
L’amore è una parolaccia, diceva Charles Bukowski. Ma io mi chiedo quanto fascino, quanta potenza e sensibilità possa essere racchiusa in una parolaccia. Giulia Melideo ritrae un uomo ruvido e pieno di bellezza.

Mio zio aveva sempre voglia di scherzare, ma rideva poco. Forse perché gli mancavano parecchi denti. Aveva optato per uno sbieco sorriso sotto i baffi, in senso letterale: erano folti e formavano un tutt’uno con la barba, tanto che in paese e in famiglia si diceva assomigliasse a Che Guevara. Una volta, avrò avuto cinque o sei anni, mia nonna mi mise davanti a una foto del Che e mi disse: «Guarda, è lo zio Dario». E io ci credetti. Mio zio aveva cinque anni in meno di mia madre. Più di una volta lei gli aveva prestato dei soldi per il dentista, ma i denti erano sempre di meno. Erano stati molto legati da bambini, poi i loro rapporti si erano raffreddati, riducendosi ai pranzi della domenica in casa dei miei nonni, per poi rinsaldarsi di nuovo quando lui aveva ormai cinquant’anni e una sera la sua ultima fidanzata aveva chiamato a casa nostra dicendo: «Stanno per fare una tracheotomia d’urgenza a Dario, ha avuto un’emorragia in aeroporto. Non sanno se sopravvivrà».
Quando ero piccola avevo un po’ paura di lui. Lo sentivo prendere in giro tutti, dire parolacce, bestemmiare, raccontare barzellette sporche, ed ero terrorizzata che da un momento all’altro i suoi strali si rivolgessero contro di me. Non era paura che potesse dirmi qualcosa che mi ferisse, quanto di non trovare una risposta abbastanza gagliarda da non deluderlo. Per lui ero “Tigre”, e io volevo essere all’altezza del soprannome. E poi avevo sentito che in paese lo chiamavano “Infernal”, e questo mi induceva un timoroso senso di rispetto nei suoi confronti. Era alto un metro e novanta, snello; girava sempre su una bicicletta verde ricoperta di adesivi con falce e martello. Indossava l’eskimo come una divisa, come ai tempi del liceo aveva indossato quella della squadra di basket. Chi lo conosceva già allora diceva che era bravo ma intemperante, e alla fine aveva lasciato sia il basket che il liceo. Delle sue capacità atletiche erano rimaste l’agilità con cui scendeva dalla bicicletta in movimento e la forza con cui stringeva la mano nel salutare, a dispetto delle lunghe e affusolate mani da pianista che si ritrovava.
In terza elementare mi fece bere il mio primo bicchiere di vino e mi offrì una sigaretta – che rifiutai, immaginando le urla di mia madre se l’avesse scoperto. Lui finse di offendersi e per stupirmi se la spense sulla lingua. All’epoca fumava due pacchetti di sigarette al giorno, Marlboro Rosse, e con il passare del tempo aveva sviluppato la classica tosse del fumatore. Per questo non ci eravamo allarmati troppo quando aveva iniziato a peggiorare. Erano i tempi del liceo e io studiavo sulla sua vecchia copia dei Promessi Sposicon la copertina rigida piena di incisioni di falce e martello fatte con un taglierino, almeno così mi aveva detto lui durante un pranzo da mia nonna. Infernal la andava a trovare quasi tutti i giorni: arrivava, apriva una bottiglia di vino rosso e si metteva a chiacchierare mentre lei sbrigava le faccende.
La famiglia si riuniva a casa sua ogni domenica a pranzo e ogni domenica a pranzo vedevo mia nonna allungargli con l’acqua qualsiasi cosa lui avesse nel bicchiere. Se ne accorgeva ma faceva finta di niente. Quando lei era di spalle, lui si girava verso di me e, indicandola, scandiva a labiale muto: s-t-r-e-g-a. Poi faceva il suo sorriso sotto i baffi, le si avvicinava e le dava una carezza sulla testa, di cui lei non poteva immaginare il motivo. A quei pranzi della domenica si susseguirono molte fidanzate di mio zio, tutte belle e un po’ appariscenti. Poi arrivò l’Ultima Fidanzata, quella che ci avrebbe chiamati dall’aeroporto per dire che lo stavano operando, e la processione cessò. Per un lungo periodo mio zio ce la tenne nascosta. Facemmo la sua conoscenza soltanto dopo l’operazione, in ospedale, e per me fu quasi uno shock. Indossava un vaporoso maglione rosa che le stava malissimo, sferruzzato da sua madre, disse lei, e aveva quasi tutti i capelli grigi, nonostante fosse più giovane di lui. Lo chiamava “cuore” con voce stridula e zuccherosa; di rimando, lui la mandava all’inferno con un gesto della mano, poi però le restituiva uno sguardo carico di tenerezza. Sembrava volerle dire: tu mi hai salvato, o almeno ci stai provando. E non penso si riferisse alla malattia.
Grazie all’intervento per salvarlo dal tumore alla laringe conservò la vita e un enorme buco nel centro della gola che copriva con dei foulard dei colori del Milan. Avrebbe potuto imparare a parlare con il diaframma, ci avevano detto, ma lui si era semplicemente rifiutato di farlo. O meglio, aveva iniziato a emettere suoni gutturali difficili da capire e un po’ imbarazzanti a cui noi ci eravamo alla fine abituati. Per gli sconosciuti, però, era tutt’altra cosa. La prima volta che la badante di mia nonna l’aveva incontrato dopo l’operazione aveva cominciato a parlargli a voce altissima e scandendo tutte le parole. Lui ci aveva guardati vagamente perplesso e poi aveva gorgogliato nitidamente: «Ma sta scema l’ha capito che sono muto e mica sordo?». E poi ci aveva regalato uno dei suoi sorrisi sotto i baffi, un po’ più sgangherato del solito per via delle cicatrici.
All’epoca del buco in gola mia madre si era molto addolcita con lui, ma aveva anche iniziato a preoccuparsi. Non accettava che non volesse riprendere a parlare e le sembrava che mangiasse sempre di meno e bevesse sempre di più. Ma c’era l’Ultima Fidanzata, ci dicevamo, e se la situazione fosse stata veramente preoccupante lei ci avrebbe fatto sapere sicuramente qualcosa. Avevamo preso a frequentarli più assiduamente, anche senza la nonna. A volte andavamo a spasso per il paese e lui mi raccontava delle sue avventure da giovane indicando questo o quel conoscente, e fu così che mi accorsi che aveva conservato l’abitudine di stritolare le mani delle persone, salutandole. Mi accorsi anche delle piccole smorfie di dolore che si formavano sotto i suoi baffi al momento della stretta.
Una sera qualunque di otto anni dopo l’operazione alla laringe, l’Ultima Fidanzata tornò a casa dal lavoro e non trovò la cena pronta. Infernal era steso in fondo alle scale, quasi privo di sensi; più tardi scoprimmo che era caduto e si era rotto il femore. All’epoca avevo ventidue anni e mi ero appena laureata in lettere. In ospedale, i medici e all’Ultima Fidanzata spiegarono a mia madre che mio zio era rimasto sul pavimento per diverse ore e aveva avuto un arresto cardiaco; era un miracolo che fosse ancora vivo, dovuto al fatto che fosse entrato in uno stato di ipotermia spontanea che gli aveva conservato intatte le facoltà degli organi. Al momento era sedato, avrebbero scoperto solo al risveglio se l’accaduto avesse provocato permanenti. In ogni caso, proseguirono, sotto l’eskimo e diversi strati di camicie mio zio pesava poco più di cinquanta chili; e il suo fegato era ormai irrecuperabile.
Rimase in ospedale più di tre mesi: in alcuni giorni fu cosciente, in alcuni no. All’inizio proibì che io andassi a trovarlo. Lo capivo, anzi ne ero quasi contenta, perché quello era l’Infernal che avevo conosciuto. Pensavo che anche io avrei preferito ricordarlo per sempre scendere dalla bicicletta in movimento e spegnersi una sigaretta sulla lingua prima di innaffiarla con del vino rosso. Oppure salire sul tetto con una semplice scala a pioli e un paio di guanti con l’intento di neutralizzare un nido di vespe, salvo poi chiedere aiuto a mio padre fingendo di essersi ricordato di avere altro da fare. Così aspettai. Ogni tanto chiedevo a mia madre se lo zio avesse cambiato idea e potessi andare a trovarlo, ma mai senza troppa insistenza. Fu lui a fare la prima mossa. Un giorno disse all’Ultima Fidanzata che potevo andarlo a salutare. Disse proprio così, salutare. Senza tragedia, anche perché probabilmente lui era l’unico ad aver chiare le proprie condizioni già da tempo. E poi, si sa, in ospedale un’infezione tira l’altra. Così andai a trovarlo per l’ultima volta armata di tutto l’arsenale che si riserva ai morenti: sorrisi, incoraggiamenti, ma anche un pizzico di cinismo perché non vogliamo che loro pensino che li stiamo compatendo. Seppi solo più tardi che mio zio per l’occasione si era fatto lavare i capelli e che questo gli aveva causato molti dolori perché non era più abituato a stare in piedi. Non ricordo se avesse una stanza singola o la dividesse con qualcuno. Vedendomi arrivare, Infernal si raddrizzò un po’ sul cuscino e gorgogliò piano piano dal buco in gola: «Ciao, Tigre». Poi allungò una mano, ormai più affilata che affusolata, per prendere la mia, e sorrise. Sorrise, ma gli avevano tagliato barba e baffi e non era più la stessa cosa. Si vedevano tutti i denti mancanti e le cicatrici sotto al mento e sul petto; nessuno avrebbe più detto che assomigliava al Che in quel momento, pensai.
Infernal morì quasi esattamente un anno dopo mia nonna. Ho sempre pensato che per anni, dopo il tumore e l’operazione, abbia lottato per sopravviverle, perché lei non lo vedesse morire. Quello sforzo è stato l’ultima carezza affettuosa sulla testa della sua vecchia mamma, mentre lei era voltata di spalle. Per la lapide abbiamo scegliemmo una foto che qualcuno nei giorni dopo la sua morte aveva trovato sul fondo di una scatola a casa della nonna. Nell’immagine Infernal avrà avuto poco più di quarantacinque anni; è un primo piano ma si riescono a intravedere il colletto dell’eskimo e il principio di una camicia a quadri. Porta un capellino verde militare, da pescatore. Il collo è libero, nessun buco in gola, solo una collanina con i colori del Milan. Nella foto mio zio guarda in alto e sorride. Chi lo conosceva, potrebbe indovinare la mancanza dei denti sotto la barba e i baffi che fanno un tutt’uno. Chi non lo conosceva, noterebbe una certa somiglianza con un rivoluzionario argentino.
«Hasta la victoria!, caro Infernal.»

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