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Il tuffo


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Illustrazione di Agrin Amedì
Io non sono un tuffatore, ma oggi diventerò il più bravo tuffatore di sempre. Un tuffatore coraggioso. Il tuffatore che tutti si aspettano che io sia. Aurelio Nappi si lancia dallo scoglio delle consapevolezze.

Sarà la storia di mio zio che è rimasto invalido dopo essersi tuffato proprio dallo Scoglione, sarà che non ho mai amato l’acqua, ma io di tuffarmi proprio non ne ho voglia. Va bene? Posso starmene tranquillo da una parte senza che tutti vengano a dirmi «Dai Michele, non è difficile», «Dai buttati, si è buttato persino Carletto»? «Vaffanculo!» gli dice Carletto quando li sente. Ma a me non va proprio. Non mi interessa. «Non ho paura, l’ho già fatto» mento. «È solo che non lo trovo divertente.» Cosa ci sarà di divertente nel buttarsi in acqua da un sasso poi vallo a capire.
A parte il rischio di farsi male, che qui è pieno di scogli affioranti, nella migliore ipotesi ti va l’acqua nel naso. E tutto per cosa? Per pochi istanti di divertimento. E poi devi tornare su e fare la fila per tuffarti di nuovo, magari con qualcuno che da dietro ti spinge per scherzo facendoti cadere male. Ma loro non si danno pace. Appena mi avvicino pian piano allo scoglio inizio a vedere mio zio che ci sbatte la testa e rimane sulla sedia a rotelle, e allora mi inizia a girare tutto e devo mettermi seduto. Tanto si è detto che dopo andiamo a mangiare la pizza e la pizza non sarà meno buona se non mi tuffo. Poi mi conosco, più mi forzo a fare una cosa che non ho voglia di fare, più va a finire che se la faccio faccio un disastro. Più insistono, più mi mettono a disagio e più rischio di farmi male. Per cui, se all’inizio avevano qualche speranza, adesso non c’è niente di niente che possano fare per convincermi.
Mi si avvicina Anna. Anna è bellissima vestita. In costume è sublime. Ancora gocciolante, si viene a sedere vicino a me. Sento il cuore che accelera, sento di avere meno il controllo di me stesso. Mi si accosta, il suo braccio tocca il mio, la sua gamba tocca la mia. Mi sale un brivido al contatto con la sua pelle bagnata. Mi sorride e mi fa: «Beh, perché non vieni a tuffarti?». «Non ho mica paura, non mi piace. Ti va l’acqua nel naso e poi non mi diverte. Può essere che non mi diverto a tuffarmi, no? Non è che siamo tutti uguali, quanta gente non ama tuffarsi? Altrimenti qui sarebbe pieno di gente, invece ci siamo solo noi. Io sono qui perché mi piace stare con voi e non mi tuffo, va bene?» Spero di averla convinta. A me sembravo convincente. Non vorrei fare la figura del fifone con Anna. Adesso che ha rotto con Ermanno è libera. Non si sa mai. Mi guarda con quello sguardo da gattina furbetta e mi fa: «Sei sicuro?». E io: «Anna, proprio non è cosa di tuffarmi oggi, anche perché devo aver mangiato qualcosa che mi ha messo un po’ in subbuglio». L’ho sentito dire una volta a mia madre che non faceva il bagno perché aveva lo stomaco in subbuglio e nessuno ha insistito. Non so neanche cosa voglia dire esattamente, ma mi sembra convincente. «No, va bene» fa lei. «È solo che a me piace tanto tuffarmi. Ci potevamo tuffare insieme», e mi guarda con quegli occhioni… Certo che mi vorrei andare a tuffare con lei. Ma come cavolo faccio? Ho paura. Non so cosa intenda esattamente fare. Intende mano nella mano? Non so cosa intenda, ma mi ha proposto di fare una cosa con lei e basta e questo significa sicuramente qualcosa. Le dico: «Facciamo un’altra volta». Anna dopo aver ripetuto “un’altra volta”, guardandomi dritto negli occhi, mi lascia le mani e si allontana. Peccato. Sono stato un fesso a non andare subito. Non è passato un minuto che il francese dall’altro scoglio le grida la proposta di tuffarsi insieme e lei scuotendo i capelli le risponde di sì. Dovrei alzarmi, raggiungere Anna da dietro, visto che è più vicina a me, prenderle la mano e dirle: «Vieni. Mi tuffo io con te». Ma magari facciamo la prossima volta. Cerco di non guardarli mentre si avvicinano allo Scoglione, arrivando lei da qua e lui dall’altra parte. Prima di tuffarsi mi guarda, vede che la sto guardando, non riesco a distogliere lo sguardo da lei. E lei improvvisamente fa: «Cavolo ma è tardi. Non dobbiamo andare a mangiare la pizza stasera? Io mi voglio fare una doccia». «Ma come? Ci stiamo tuffando» le dice il francese. E lei: «Facciamo domani. Ricordatene». E si volta a guardarmi. Non l’ha detto a lui. L’ha detto a me. Ha voluto darmi un’altra unica possibilità. Certo, un’altra possibilità. Ma cosa farà sì che domani io sarò diverso e in grado di vincere questa paura?
Non so cosa sia questo desiderio invadente di stare con Anna. È sempre stata carina, ma forse non mi sono mai sentito alla sua altezza, sebbene non mi manchi nulla. Ma da quando oggi pomeriggio è venuta lì vicino a me a chiedermi di tuffarmi con lei mi si è come ingarbugliato qualcosa dentro, e adesso non vorrei mai stare senza di lei. Devo tuffarmi con lei dallo scoglio prima del francese. Domattina, cascasse il mondo, mi alzo presto e vado da solo a tuffarmi. Una volta vinta la paura, con lei sarò sciolto. Non voglio che capisca che non mi tuffavo per paura.
La mattina dopo mi alzo di buon’ora, mi metto il costume, prendo il telo e corro allo Scoglione. Non voglio che qualcuno mi veda mentre mi esercito. Ma tanto di mattina non viene nessuno, e se proprio viene qualcuno non verrà prima delle 10.30 – 11.00.

Lo Scoglione è un po’ alto, penso che forse dovrei provare prima da uno scoglio un po’ più basso. Tanto per prenderci la mano un po’ alla volta. Sento un rumore, forse sta arrivando qualcuno. Non so se ho più paura dell’arrivo di qualcuno o di non riuscire a tuffarmi. In ogni caso questa doppia tensione non mi è d’aiuto. Potrei cominciare da quello scoglio là. Mi sembra abbastanza basso. Tanto per sentire la sensazione del tuffo. Giusto per rompere il ghiaccio. Sembrerò scemo a tuffarmi da venti centimetri, ma è l’unico modo per tranquillizzarmi. E poi mi farò una bella risata. Già mi vedo a sguazzare nell’acqua per tornare su. Poi mi butterò da quello medio là, poi da quello che chiamiamo il mezzo scoglio, da dove si buttano i ragazzini e poi, finalmente, dallo Scoglione. Sento delle voci a distanza. Ma forse invece potrei cominciare direttamente da lì. Vado sullo Scoglione, almeno se arriva qualcuno non mi prenderà per una schiappa che si butta dal mezzo scoglio. Posso farcela. Non sento più le voci di prima, ma continuo ad arrampicarmi. Potrebbe essere che arrivi qualcuno all’improvviso e vedrà il tuffatore della mattina. Mi arrampico. Gli scogli sono asciutti, perché il lago è calmo e nessuno prima di me ci si è arrampicato bagnato. Quando farò il secondo e quelli successivi dovrò stare attento che si scivola. Mi arrampico come un gatto. Se ci fosse uno scoglio più alto potrei andare là a tuffarmi. Voglio andare a cercare gli scogli più alti del lago e sfiderò chiunque a chi si tuffa da più in alto. Ci vuole solo un po’ di pratica. Sono in cima. Mamma mia quanto è alto. Dov’è che si tuffavano loro, senza prendere gli scogli? Mi sembra che si buttino là. Da sopra lo scoglio l’acqua sembra proprio lontana. Mi devo tuffare dove l’acqua è più scura. Più scuro è più profondo. Devo farlo subito. Se no finisce che mi viene la tremarella alle ginocchia. Come adesso. Ma no, non è tremarella. Non capisco se i suoni che sento sono voci qua sotto o sono trasportate dal vento o addirittura se me le sto immaginando. A ogni modo, se sta salendo qualcuno vedrà me che mi tuffo dallo Scoglione. Nulla di cui vergognarsi. Ho deciso, sono un tuffatore, concentrato solo sul mio salto – se c’è riuscito Carletto, io farò due tuffi insieme. Già, ma Carletto non ha lo zio sulla sedia a rotelle. Si è tuffato male, proprio da qua. Sembrano proprio voci. Chissà su quale scoglio ha sbattuto mio zio? Oddio mi gira tutto. C’è qualcuno che sta arrivando, forse una voce è quella del francese. Mi sa che stanno salendo sullo Scoglione da dietro. Non c’è dubbio. Se mi vedono impalato mi prenderanno per scemo. Mi devo tuffare. Se arrivano loro mi distraggono e poi non mi tuffo più. Li farò passare e loro ridendo di me si tufferanno all’indietro. Sento una voce, ma sono vicinissimi. Ora o mai più. Mi sembra di aver individuato il punto dove si buttano tutti. Piego le gambe e poi spingo e via. Salto. «Michele», è la voce di Anna! Sorrido, chiudo gli occhi. Penso di aver preso la direzione giusta. O la va o la spacca. Automaticamente mi chiudo per un tuffo a bomba. Non lo avevo pensato prima. Ma tutti si tuffano a bomba. Sono pochi istanti, ma sembrano un’eternità, poi sento di aver toccato col sedere sulla roccia, un attimo dopo o forse contemporaneamente sento un dolore alla schiena fortissimo, ma per fortuna svengo.

Non so quanto dopo mi sono risvegliato. Si fa per dire. Non sento dolore. Non sento niente. Provo ad aprire gli occhi, ma forse non ho gli occhi. Non li sento. Non sento le mani, non sento i piedi, non sento nulla. Devo essere caduto proprio male. Forse sono in un letto d’ospedale in coma e siccome c’è attività celebrale non mi staccano la spina. Per quanto ne sappia io potrei essere stato senza conoscenza per anni ed essermi svegliato adesso. Oppure non sanno che io sto pensando e mi staccano la spina da un momento all’altro. Magari tra un minuto, magari tra vent’anni. Chissà se tornerò mai più a vedere Anna. Chissà se tornerò a vedere qualcuno o qualcosa. Magari Anna adesso sta piangendo sul mio petto. Magari non c’è nessuno che piange per la mia disgrazia. Ma quindi stavano salendo sullo Scoglione Anna e il francese. Ma perché non ho trovato degli amici che giocano solo a carte. Lo dicevo io che le cose le devo fare per gradi e senza pressioni inutili. Sarei potuto diventare un tuffatore modello se avessi fatto a modo mio. A modo di chi ho fatto? In fondo chi mi ha costretto? La prossima volta che mi prendono in giro perché non mi tuffo li mando tutti direttamente a fanculo. Ecco dove li mando. Perché non ho semplicemente proposto ad Anna di fare coppia con me al prossimo torneo di briscola…

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