Condividi su facebook
Condividi su twitter

I secondi non calcolati

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
La grondaia che batte batte e ribatte. Il cane. Il lokdown. Mia moglie. E quel suo dannato caffè. Nunzia Castravelli oscilla tra la noia, le incertezze e i sopiti desideri.

Le gocce di pioggia cadevano sulla grondaia. Il suono si espandeva, costante come il battere di un tamburo.
In tutti questi anni non mi sono mai abituato a questo suono. L’ho sempre odiato. E non ho mai fatto niente per evitarlo o trovare una soluzione di qualsiasi tipo, anche solo cambiare quella benedetta grondaia. È rimasta sempre lì. Quando ci siamo trasferiti in questa casa il rumore della pioggia non era così rumoroso, quasi non si sentiva. Poi con il passare degli anni, ogni volta che pioveva, quel battere è diventato sempre più fastidioso, e ora che sono seduto sulla mia poltrona Chester, nel mio studio di legno classico, pieno di anni, di ricordi, di libri, foto e carte, mi chiedo perché non mi sia mai deciso a fare qualcosa. Me lo chiedo mentre fumo il mio sigaro cubano e sogno la spiaggia, il mare e la mia canna da pesca. Ma sono incastrato qui con mia moglie a causa del lockdown. Lei è diventata insopportabile, più della grondaia. Continua a farmi domande inutili da quando apre gli occhi al mattino e mi chiede se voglio il caffè, fino alla sera quando ormai a letto mi chiede se ho controllato che la porta di casa sia chiusa per bene e l’allarme attivato. E io come sempre rispondo che sicuramente ci avrà pensato il domestico. Ma lei protesta e mi manda a controllare, perché come lei dice ci sono alcune cose che bisogna fare da sé. Siamo sposati da 30 anni ormai, abbiamo due figli che vivono negli Stati Uniti e un cane di nome Rufus, un bulldog bellissimo, anche se un po’ in sovrappeso a causa dell’età. Lui è l’unico da cui mi sento compreso. Lui sa quando sono preoccupato per i miei affari. Sempre discreto, come adesso che mi sono rinchiuso nello studio a fumare il mio sigaro. Quando si hanno tante responsabilità come le mie e il peso sulla testa di centinaia di società in giro per il mondo anche un momento di calma è oro.
Rufus seduto ai miei piedi sembra assorto come me. Mentre poggia il mento sulle mie pantofole, guardo fuori dalla finestra, ora migliaia di goccioline di pioggia scivolano giù lungo il vetro. Sembrano vive. Si muovono prima lentamente e poi con scatti più veloci. Credo di voler mollare tutto. Dovrei lasciare mia moglie e il mio lavoro. Dovrei ritirarmi e andare a pescare. Vorrei essere un uomo libero, come quel bambino nella foto in bianco e nero che è sulla libreria. Lui sì che era felice. Quel bambino è diventato un uomo cinico che ora è troppo stanco della prigione che si è costruito intorno a sé, una prigione su misura come un sarto fa un vestito. Una prigione precisa, impeccabile. Il lockdown non è niente a confronto. È libertà.
L’orologio ora batte le 5. Proprio non riesco a dormire stanotte. Al patong patong della grondaia si aggiunge ora l’oscillare del pendolo. Un vecchio regalo di nozze che mia moglie ha voluto per forza mettere nel mio studio, ma che non ho mai apprezzato particolarmente. Il pendolo oscilla a destra e sinistra. Rufus lo osserva poi si lecca le zampe e rimette la testa giù. Si rilassa solo quando smette di suonare. L’oscillazione del pendolo è costante e apparentemente precisa, ma in realtà si dice che un orologio a pendolo perda 10 secondi al giorno.
Quando tutto questo sarà finito non credo di voler ritornare alla vita di prima. Perché dovrei? In fondo quanto mi resta da vivere ancora? Contando il bypass, forse una decina di anni più i dieci secondi del pendolo non calcolati. Dovrei passare gli anni che restano a pescare, stare un po’ con i miei figli, finire quel corso di pittura a olio che avevo iniziato durante l’Università. Sarebbero anni preziosi. Dovrei dimettermi e aggiustare la grondaia, forse questo dovrei fare.
«Tu cosa dici Rufus?»
Rufus alza la testa, mi guarda con i suoi occhioni. Dall’espressione capisco che mi dice “A chi aspetti?”.
Poi va verso la finestra e all’ennesimo patong della grondaia abbaia. Credo abbia perso la pazienza anche lui.
«Non la sopporti più nemmeno tu, vero?»

Sono le otto. O le otto meno dieci secondi. Ha smesso di piovere finalmente. Mi sono addormentato sulla poltrona e ora ho male alla cervicale.  Mi risveglio con addosso un plaid e il posacenere che avevo in mano è sul tavolino, il sigaro è ormai finito, spento. Un lieve raggio di sole entra dalla finestra illuminando il posacenere di vetro, dando vita a una specie di mini arcobaleno. Nel giardino gli uccelli fanno la solita riunione di condominio mattutina. Ma Rufus? La porta è leggermente aperta. Con fatica mi alzo dalla poltrona, addormentarmi nello studio non è stata una grande idea. Oggi ho molte cose da fare, ho delle call importanti con il consiglio di amministrazione. Ma dov’è il mio caffè?

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'