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L’arte sono io

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cos’è l’arte, mi chiedo. Questo cartone con cui ho imparato a proteggermi dal freddo? Gli occhi inconsapevoli di chi mi guarda e non mi dà per vinto? Il fruscio delle foglie sopra la mia testa? Cos’è, cos’è, cos’è? Flaminia Cordani mette in scena la solidità di un’idea.

Faceva freddo. Quel freddo di gennaio, secco e penetrante. Gustavo camminava per la via dove poco più in là, dietro l’angolo, aveva lasciato le sue cose. Una tenda da campeggio, qualche cartone, uno zaino con l’essenziale. In tarda serata, percepiva di più il freddo dopo una giornata trascorsa all’aperto. Di notte il sonno lo alleviava dai dolori dei sensi, ma in quella parte della giornata tutto ciò che chiedeva era ripararsi un po’, magari con un tè caldo o un caffè, prima di ricongiungersi con il freddo un’altra volta. Aveva passeggiato spesso per quella via e si era sempre chiesto che cosa ci fosse dentro la galleria con le grandi vetrate e gli infissi in ferro battuto dove vedeva entrare persone in tiro nei loro abiti da sera. Quel giorno era riuscito a farsi una doccia al centro di assistenza della parrocchia di quartiere. I vestiti rimanevano sempre logori, ma decenti. Il suo odore era un misto di umido, simile all’odore della muffa delle cantine, ma nel complesso non era sgradevole. La faccia sbattuta di chi non dorme la notte. Al collo una sciarpa colorata, regalo di una donna che un giorno gliela aveva lasciata accanto al cartello di cartone con scritto “un aiuto per favore”. Lo chiamavano il Cagnaccio di Ponte Sisto, non perché fosse cattivo, ma perché una volta aveva un cane e per proprietà transitiva… Ma il suo aspetto, rispetto al solito, quel giorno era migliore. Anche il suo umore lo era, e per questo aveva deciso per una volta di farsi forza e spingere le grandi porte di vetro per entrare nella galleria d’arte.
«Buonasera signore, la stavamo aspettando.» D’istinto, Gustavo si era guardato alle spalle, immaginando di dover lasciar passare qualche signore di mezza età con bastone e cappello. Il ragazzo che lo aveva accolto gli sorrideva emozionato. Vedendolo fermo lo aveva invitato di nuovo a entrare, questa volta parlando in inglese.
«Ah, grazie» aveva risposto.
«Nell’attesa possiamo offrirle una tazza di tè?» gli aveva indicato a gesti la macchinetta delle bevande.  Gustavo non ci poteva credere, nemmeno di domenica, dopo la messa, aveva avuto un riguardo e un trattamento del genere. Doveva essere un giorno fortunato. Aveva ringraziato e accettato l’invito del ragazzo che gli sembrava vagamente agitato. Forse era il suo primo giorno, forse non lavorava lì da molto. Sempre parlando per metà in inglese, da quello che poteva capire, il ragazzo gli aveva detto qualcosa su una proiezione di un film, un suo film, con un dibattito con il pubblico. Gustavo non aveva il coraggio di dire che c’era stato un errore. Non aveva il coraggio di alzarsi e tornare fuori al freddo. Il tè lo stava rigenerando e quindi aveva deciso di aspettare un po’. Poi durante la proiezione si sarebbe allontanato, senza farsi notare. Nel frattempo aveva avuto modo di guardarsi intorno. Si trattava di una rassegna di un cineasta armeno, un tale Pantramy, che nella sua carriera aveva lavorato per lo più in Russia. Camminando per la sala allestita con dei pannelli dove si raccontava la sua storia, si interrogava sulla sua somiglianza con un cineasta armeno. Lui, che veniva da Grottaferrata, e viveva a Roma dentro una tenda sotto al Ponte Sisto. Forse era la sciarpa che gli copriva metà viso, e si sa che a volto semi coperto siamo tutti fratelli. Ma sì, se lo guardava bene, avevano le stesso naso adunco, la stessa intensità nello sguardo. Per un attimo aveva sentito una vicinanza con quell’uomo “dotato di straordinario talento”, come diceva l’etichetta sul muro. Mentre si interrogava su questo e su dove fosse l’Armenia sulla cartina geografica, gli invitati al vernissage iniziavano a entrare e si dirigevano nella sala proiezioni. Lui, dalla saletta adiacente, li ammirava nei loro abiti puliti e nuovi. Curati. Pensava che per un po’ poteva essere uno di loro. Per una sera soltanto. Così, senza nemmeno rendersene conto si era accodato alla fila ed era entrato nella sala già buia, quasi piena. Il ragazzo che lo aveva fatto accomodare si stava occupando di far sedere le persone e da lontano, vedendolo entrare, gli aveva sorriso. Complice. L’artista che partecipa con il pubblico. L’artista che ascolta il suo pubblico, si mimetizza, è lui stesso parte del tutto. Il ragazzo sorrideva compiaciuto dell’iniziativa che Gustavo aveva preso. Gustavo aveva pensato al calore delle poltrone di velluto rosso. Accarezzava i braccioli, sentiva il profumo delle signore ben vestite. Sarebbe rimasto solo un po’ dentro quella bolla calda e soffice, dentro quel profumato bozzolo di arte. Solo un altro po’. Calano le luci in sala. Ancora il brusio di sottofondo fino a che una musica classica, forse Vivaldi, accompagna le prime immagini del film. Il film. Una serie di immagini montate di pastori armeni negli anni settanta che si lanciano pecore. Pecore giù dalle colline, pecore che annegano nell’acqua durante un’alluvione, pecore che entrano in gallerie. Pecore, pecore, pecore. Il tutto in bianco e nero. Senza dialoghi, solo qualche scritta. Mentre le immagini scorrono, Gustavo continua a guardare solo perché si domanda cosa succederà dopo, dicendosi che dovrà esserci un senso, un filo conduttore, un messaggio. Non c’è intrattenimento. Si guarda intorno per capire se gli altri spettatori provino il suo stesso senso di smarrimento. La sua stessa lotta interiore tra l’abbandonare la visione e il continuarla. Il suo pensiero si sposta sempre di più dalla sensazione di piacere data dal calore della sala, al senso dell’arte. Che cos’era arte per lui? Se lo erano le pecore lanciate giù per la collina da pastori armeni con il colbacco, allora per lui l’arte era un cartone asciutto alla base del suo riparo notturno. L’arte era un sorriso di uno sconosciuto, nonostante il suo aspetto. L’arte poteva essere un cappotto nuovo; la sciarpa che gli aveva regalato la signora; un bagno, uno pulito, non quelli della parrocchia usati da tutti. Un bagno tutto suo. Avrebbe fatto una bella foto a quel bagno pulito. Una foto che sarebbe stata appesa in quella galleria. E poi, pensava che era arte anche il cartello “Un aiuto per favore”. Il concetto in sé di aiuto, era arte alla fine. E lo era anche il ragazzo che lo aveva fatto entrare. Quel ragazzo, nel mio film, avrebbe il ruolo di protagonista, si diceva. Se le pecore lanciate erano arte, allora anche tutta quella gente lì intorno a lui poteva esserlo. Erano piccoli pezzi di arte che nessuno aveva ancora colto. Ma lo erano. Anche l’insegna “Exit” in verde era arte. Così rassicurante mentre si guarda qualcosa di assolutamente noioso, ma di artistico. Così tra un pensiero e l’altro Gustavo si era ritrovato ai titoli di coda, rigorosamente in russo. Non si era accorto che il ragazzo gli si era messo accanto e lo invitava ad alzarsi mentre all’accendersi delle luci una serie di teste si girava per guardarlo. Aggiustandosi la sciarpa, aveva fatto un cenno di saluto imbarazzato, ma il ragazzo insisteva affinché dicesse qualcosa.
Lui era dunque un artista? Se tutto ciò che aveva pensato in fondo poteva essere considerato arte, allora, forse, anche lui era un artista. Sì, era un artista anche lui. Era povero, e la maggior parte degli artisti lo erano. Aveva una particolare visuale sul mondo? Si può dire che fosse così. Dal suo angolo di strada vedeva le persone passare e di certo aveva materiale sufficiente per fare le sue valutazioni. Era solo, e la maggior parte degli artisti lo erano. Tormentato? Il freddo non lo abbandonava mai. E quando lo abbandonava, arrivava il caldo. In quelli che sembravano minuti più lunghi dei titoli di coda in russo, Gustavo aveva tratto le sue conclusioni. Sì, era un artista. Lui e il Signor Pantramy, o come si chiamava, non erano poi così diversi.
«Grazie…» Un applauso poco convinto lo aveva raggiunto. Sentiva il calore di quelle persone, ma non parlava una parola di armeno. Non parlava inglese. Non avrebbe potuto fingersi Pantramy. Aveva iniziato a sudare, e poi non voleva deludere il ragazzo. Il ragazzo credeva in lui, lo aveva accolto, lo aveva fatto sentire un artista. Il Cagnaccio di Ponte Sisto, un artista. Nel frattempo il vero Pantramy aveva fatto il suo ingresso in sala, il viso serio. Era il viso di uno che si intendeva di bianco e nero, di pecore e paesaggi tristi di pastori armeni.  Il pubblico confuso passava lo sguardo da Gustavo all’artista. Il ragazzo che fino a quel momento gli era stato vicino lo aveva abbandonato per salutare l’artista, quello vero. Gustavo avrebbe voluto scusarsi con il ragazzo, con il pubblico, persino con l’artista. Ma l’unica cosa che gli veniva in mente era “L’arte è ciò che si ha il coraggio di definire tale”. E senza rendersene conto, lo aveva urlato. E ripetuto più volte. Il pubblico, gridando al genio, credendo che fosse parte della performance dell’artista, aveva iniziato ad applaudire verso Pantramy che impassibile attraversava la sala, senza guardare il suo sosia che nel frattempo si dirigeva verso l’uscita.
Gustavo era tornato al suo freddo familiare, si era seduto nella sua tenda. Aveva preso il suo cartone e aveva scritto “L’arte sono io che mi interrogo su cosa sia arte. L’arte sono io”. Lo aveva esposto davanti la sua tenda chiusa. E poi aveva chiuso gli occhi, per alleviare i sensi, mentre da lontano qualcuno gli scattava una foto.

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