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Il giusto verso

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Illustrazione di Agrin Amedì
Siamo come la tua giacca, papà. Lo capisco solo ora indossandola davanti a uno specchio che mi restituisce una vita intera. Raoul Vandenbulcke rivela l’entità di un rapporto da bottone a bottone.

Dodici sacche porta abito nere. L’armadio sembra non contenere altro. Tutte uguali, tutte perfettamente allineate. Ognuna è contraddistinta da un numero scritto a mano su un bigliettino inserito all’interno di una bustina di plastica, fissata con una piccola spilla da balia a ciascuna sacca, alla medesima altezza. Ora che l’aria ha iniziato a entrare dalla finestra, il mio respiro si è fatto più regolare. Non sento più la polvere penetrare nei miei polmoni. I raggi del sole che spezzano la penombra della stanza illuminano i granelli di polvere che alzandosi dai mobili disegnano dei vortici che riflettono la luce in tutte le direzioni. Ora qui tutto deve essere sgomberato. La casa dei miei genitori deve essere svuotata e consegnata ai nuovi proprietari. Sono rimasti solo qualche mobile e i vestiti. Non c’è nulla in questa casa che conti per me. Ora, dopo dieci anni che l’ho lasciata, io, proprio io che non ho mai contato nulla in questa famiglia, devo discernere. Separare quello che vale da quello che non vale, quello che è un ricordo da quello che non lo è. Forse, potrei prendere un abito o anche solo una giacca. Già, ma quale? Passo la mano sulle sacche che al mio tocco oscillano leggermente. Una sola è aperta e vuota, la numero IX. Quella che scelse mia sorella come ultimo abito per mio padre. Ricordo il giorno in cui lasciai questa casa per trasferirmi nella stamberga, come la chiamava lui. La mamma mi disse con gli occhi lucidi: «Ci mancherai», e io non potei fare a meno di notare che mio padre sbuffò e fece dondolare la testa risparmiandomi la sua ennesima condanna. Molte cose potrei criticare di mio padre ma non la sua coerenza. Non approvò la decisione di trasferirmi e dunque non mise mai più piede nella mia casa e me la dovetti cavare completamente da solo. Io dal canto mio, pensando che mio padre questo si aspettasse da me, a casa sua non ci sono tornato che di rado per le visite estemporanee di mia sorella e per le indispensabili ricorrenze.
Apro la zip della sacca numero VII, fa un rumore sinistro, a metà mi fermo e mi guardo dietro le spalle. Mi domando se lui è qui che mi osserva oppure no. Poi prendo coraggio e tiro fino in fondo. No, non è qui. Mi avrebbe fermato, avrebbe fatto bloccare la cerniera. Era invece dietro di me quel giorno quando, dopo infinite discussioni e litigate, oltrepassai la porta di questa casa per andarmi a iscrivere a Lettere. Sì, io, proprio io, il figlio del capo dipartimento di Ingegneria si iscriveva a Lettere. Mio padre era uscito dal suo studio dove avevamo avuto l’ennesimo scontro e mi aveva seguito fino all’ingresso. Aveva l’abitudine, tornando a casa dall’università, di cambiarsi d’abito per continuare a lavorare. Così faceva suo padre prima di lui. «Lo faccio per rispetto del mio lavoro, non potrei prendermi sul serio altrimenti» diceva. Si concedeva uno spezzato e quel giorno indossava un pantalone grigio e una giacca verde. Rivedo mio padre nell’ingresso. Lo rivedo fermo in piedi con il braccio teso e il dito puntato contro la mia schiena – mentre uscivo da quella porta senza girarmi – pronunciare a bassa voce la sua condanna definitiva: «Non farlo Franco o te ne pentirai».
Il sudore mi riga la fronte, nonostante siamo a ottobre è ancora molto caldo. Mi sfilo il giubbotto, i jeans e tiro via le sneakers spingendole con i talloni. Estraggo l’abito dalla sacca e lentamente, guardandomi allo specchio nell’interno dello sportello dell’armadio, infilo i pantaloni. Sento il tessuto setoso strusciare lungo le mie gambe, i peli si sollevano e sento un brivido lungo la schiena che si ripercuote fino alla base del cranio. Sono perfetti in vita ma larghi di gamba, come si usava vent’anni fa. Indosso la giacca e mi guardo allo specchio: è perfetta. Andrebbero solo aggiustate le maniche. Allaccio il primo bottone e tra le dita riesco a sentire il suo movimento lento mentre cerca la sua strada nell’asola. La qualità si percepisce dai dettagli; anche dopo tanti anni l’asola è perfetta. Quando inizio a inserire il bottone questa oppone una piccola resistenza, ma quando ha oltrepassato la metà, improvvisamente è come se venisse risucchiato per poi ritrovarsi in un attimo appoggiato alla perfezione sulla pettorina. Spingo il secondo bottone nella sua asola e, anche se non si dovrebbe, spingo il terzo per godermi questa piccola emozione. Passo il palmo della mano dall’alto in basso sul tessuto della manica e poi nel verso opposto. Scendere è agevole, il tessuto appare liscio, scorrevole e le singole fibre spingono la mia mano verso il basso. Quando, raggiunto il fondo della manica, cerco di risalire, tutto è diverso. Ogni singola fibra del tessuto si oppone al movimento della mia mano, e se spingo più forte non faccio altro che arricciare la manica e creare delle brutte pieghe. Il tessuto ha un suo verso e solo in quella direzione è facile accarezzarlo, sentirne la morbidezza e così poterne capire il valore. È proprio come per gli esseri umani, penso. Mi guardo di nuovo allo specchio e rivedo mio padre. È vero che andando avanti con l’età si assomiglia sempre di più ai propri genitori, e vestito come lui la somiglianza è impressionante. Con quest’abito mio padre si recava in Facoltà, incontrava i suoi studenti, riceveva i suoi professori. Di certo incuteva in loro grande rispetto e persino timore. Chissà cosa avranno detto i suoi colleghi quando si è saputo che non mi sarei iscritto a Ingegneria come mia sorella. Sì, io, proprio io, il figlio del Direttore del Dipartimento rifiutava la strada spianata. I colleghi avranno evitato di chiedere notizie di me e persino di mia sorella, che all’epoca era già quasi laureata al Politecnico di Milano con la media del 30. I suoi studenti avranno riso sotto i baffi e commentato, radunati in gruppetti nel bel chiostro, con quella cattiveria spietata che i ragazzi riservano ai simboli del potere. L’uomo tutto d’un pezzo si sgretolava come argilla davanti ai loro occhi. Così, per gioco, mi atteggio come faceva lui: infilo una mano nella tasca lasciando fuori il pollice e alzo l’altra mano puntando l’indice contro di me nello specchio. Quel gesto genera una reazione incontrollabile nel mio corpo: sento le gambe irrigidirsi, la schiena drizzarsi. Un fremito percorre le gambe, sale lungo la schiena, si allunga sul braccio teso fino all’indice dove concentra la sua energia. La mia mano trema con il dito puntato contro la mia immagine nello specchio. Rivedo nel mio sguardo lo sguardo severo di mio padre. Il me mio padre sfida il me signorino mai cresciuto che insegna Italiano al liceo e che intende scrivere un libro che non ha mai finito. Abbasso il braccio e sfilo l’altra mano dalla tasca. Il mio cuore batte ancora all’impazzata mentre noto che un biglietto mi è rimasto incastrato tra le dita. Un piccolo biglietto consumato: è piegato in quattro e mentre tento di aprirlo qualche pezzetto di carta cade inesorabilmente sul pavimento. È scritto a matita con la scrittura minuta e regolare di mio padre che riconoscerei tra mille altre. È così consunto che si può vedere la tessitura della carta. Sembra quasi tenersi insieme grazie solo alla scrittura, al reticolo di grafite della matita. Il titolo è leggibile quanto inquietante: FRANCO, seguito da una lista di punti. Non riesco ad andare oltre, mi gira la testa e sono costretto a sedermi sulla sponda del letto mentre continuo a tenere stretta quella reliquia con entrambe le mani. Non so se avrò la forza di andare avanti a leggerlo. D’altra parte, non è indirizzato a me, ma parla di me. Non sono pronto ad accogliere altre accuse e invettive da parte sua, per di più dall’aldilà. Chissà quando lo ha scritto e perché. Rimango così con quel biglietto in mano, vestito come un fantoccio nel suo abito, per un tempo che pare infinito. Gli occhi socchiusi e il mento appoggiato sul petto. L’aria fresca e i rumori che penetrano attraverso la finestra semiaperta mi riportano d’improvviso alla realtà. Non posso andar via e non sapere veramente cosa pensava di me, cosa non ha avuto il coraggio di dirmi in faccia. Trovo la forza e inizio a leggere. Sembra essere scritto come una lista di cose da fare, con frasi semplici e verbi all’infinito.

Andarlo a trovare a casa.
Dare idee per il libro.
Spiegare le mie ragioni.
Chiedere scusa.
Dirgli quanto gli voglio bene.

Mi gira la testa, mi sento sprofondare in un vortice buio, mi manca il respiro. Sento il cuore esplodermi nel petto, spingere contro quella sua giacca perfetta dal tessuto setoso. Siamo rimasti quasi dieci anni lontani e ora, solo ora, scopro cosa pensava di fare. Come pensava di mettere tutto a posto. Nulla di questo è stato fatto. Nulla di questo ho cercato di fare in questi anni lontani. Io, solo nella mia stamberga a voler affermare la mia indipendenza, a cercare di tracciare un solco nel mondo. In quel solco pieno di rovi che ho tracciato pochi tra i miei studenti si sono avventurati a percorrerlo e presto si sono arresi, preferendo scegliere una delle tante scorciatoie che la vita offre. Mio padre, da solo con il suo bigliettino logoro, è rimasto bloccato fino alla morte nel suo ego. Come eravamo uguali noi due. In fondo ci siamo trattati nello stesso modo e semplicemente non ce lo siamo detti. Come per il prezioso tessuto della sua giacca non abbiamo capito qual era il verso per prenderci, per accarezzarci, per permettere a ciascuno di capire il valore dell’altro. Siamo voluti andare nel verso sbagliato, pensando che fosse quello giusto. Ma nulla è stato fatto e nulla può più essere fatto tra noi. Piego il biglietto e lo rimetto nella stessa tasca che lo ha custodito per anni. Mi slaccio la giacca e, nonostante i bottoni escano in perfetta sintonia con le asole, non provo nessuna emozione. Getto la giacca sul letto e penso: è vero, non c’è nulla in questa casa che abbia un valore per me, che possa cambiare la mia vita. Posso lasciare tutto al robivecchi. Ma ora so perché devo scrivere il mio libro.

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