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Raccontami la sua voce

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Illustrazione di Agrin Amedì
Nina è entrata in casa e ha proseguito di volata in camera da letto, sfiorandomi appena con la mano. Lo sguardo, però, è sempre lontano da me e carico di ostilità. Da quanto tempo andiamo avanti così non lo ricordo più; so solo che è tanto, troppo.

Nina è entrata in casa e ha proseguito di volata in camera da letto, sfiorandomi appena con la mano. Lo sguardo, però, è sempre lontano da me e carico di ostilità. Da quanto tempo andiamo avanti così non lo ricordo più; so solo che è tanto, troppo. Ognuno di noi due sa che siamo diretti verso un altro piccolo fallimento delle nostre vite, un fallimento che porterà impressa in sé una ferita, per trasformarsi in un malessere, poi in un ricordo come una piccola scia dolorosa, e poi ancora in chissà cos’altro, forse semplicemente nel nulla. Non sono pronto a tutto questo, ma ho la mia responsabilità. E cerco di abituarmi all’idea. Già sono passati tanti giorni da quando Nina mi ha spiegato che non sarebbe riuscita a superare questo momento; le era già successo di essere tradita  – e già lì, di dolore, ce n’era d’avanzo.
«A volte penso che sto scontando anche le colpe di quell’altro» le ho fatto io.
«Sono ancora qui solo perché mi sto solo dando un’occasione in più – ha fatto lei – ma lo faccio solo per me, non certo per te. Stronzo.» Il gesto l’ho riconosciuto. Le parolacce sono la prima cosa che si impara quando si va all’estero. E per me lei è stato come andare all’estero, conoscere un’altra lingua, un altro continente: un altro cuore. Lei la mia lingua, invece, già la conosceva, io ho dovuto solo imparare a articolare il labiale e a parlare con gli occhi. Dopo quelle poche parole e quel gesto, non abbiamo quasi più comunicato. Nina non ha più tentato nemmeno l’azzardo della sua voce: le mani sono diventate le sue uniche parole, il viso ancor più plastico e mobile a sottolineare il senso, e l’aria tagliata, impastata, rimestata che acquista una densità ulteriore: l’aria diventa il liquido, l’acqua, dove nuota la sua espressione. Il tutto per pochi secondi al giorno, quando succede. Una volta mi godevo la sua presenza, il suo viso affilato e bruno, lo spettacolo dei suoi segni per me, segni di interesse, di complicità, presto trasformatisi in segni di amore. Poi è successo che sono restato inchiodato dalla sua furia. Il giorno in cui le ho voluto dire tutto le è montato un uragano negli occhi, che sono diventati il punto di convergenza di un’energia incontrollata, illimitata. E ancora, tutta questa energia, a un certo punto, si è convertita in astio e delusione. È per sfuggire a tutto questo che oggi siedo a terra e ascolto la mia musica. Lei doveva rientrare più tardi. Così mi pareva di aver capito. Intanto sento che adesso è tornata da questa parte della casa e si prepara da mangiare: dalla cucina mi arriva lo sfrigolare di uova in padella, il sottile sentore di zolfo si sparge anche nel soggiorno, che viene così colonizzato dalla sua presenza. Ma non voglio farmi invadere da niente se non da questa musica, così socchiudo gli occhi e mi sbraco a terra prendendo un cuscino del divano come guanciale, dimentico di lei, del mio errore, della sua furia. Continuo a fumare ed entro nella mia oasi.
Sento un rumore e volto la testa: Nina, nella penombra, mi sta osservando. Con interesse. Mentre sbocconcella un pezzetto di pane mi continua a guardare. Mi chiede cosa sto ascoltando. Faccio lo spelling a mano: «Bob Dylan» dico. Gli occhi, però, le si sono già colorati del senso di fastidio che mi investe le rare volte ci guardiamo. Distoglie lentamente lo sguardo. Cerca in giro qualcosa. Trova la copertina del disco. La soppesa. La osserva. Con il dito, distrattamente, traccia dei segni sulla foto di Dylan, su quel monte di capelli ricci castani, il viso scavato e pallido di un venticinquenne magro, la giacca marrone scamosciata con i bottoni in doppia fila. Poi apre la copertina e guarda la figura per intero; nella parte interna trova le foto in bianco e nero di qualche party degli anni ’60. Gli occhi mi sembra che vogliano dire “irrisione”; resta, però, strisciante in lei qualcosa come una curiosità. Alza lo sguardo verso il vuoto, poi lo volta con calma verso di me, quel senso di curiosità non la abbandona.
«E che canzone ascolti adesso?» dipinge nell’aria la sua domanda.
«Una delle tante» faccio io.
«Il titolo» mi fa, già ostinata.
«Visions of Johanna» le faccio segno, lavorando soprattutto di labiale.
Lei mi chiede com’è. Io mi soffermo un attimo su quella domanda, poi con la mano a cupola copro il mio mento e parte della mandibola e lascio scendere la mano per un pezzo verso il mio petto, parallelo a esso, unendo tutte le dita sempre a cupola: «Bellissima». Vuole che io gliela descriva. Faccio una faccia come a dire: fidati, è bellissima, ma è impossibile spiegarla. Io non mi fido di te, fa segno lei e la faccia le si fa brutta. La guardo. Mi viene una voglia di essere stronzo fino alla fine, inacidito come sono da questa infinita coda di relazione, con i sensi di colpa e quel senso di fallimento che mi trascino dietro. Sto pensando che purtroppo non può sentirla lei questa musica, né nessun’altra musica, e la musica è una esperienza che non si può spiegare, quindi deve pensare ad altro. Pensare un pensiero davanti a lei, però, vuol dire dirlo, sono un libro aperto per questa ragazza e l’uragano le dilaga di nuovo negli occhi, come quel giorno. In un attimo mi cerca i polsi, mi puntella i piedi con i suoi anfibi e mi tira su. Spiega di nuovo un concetto che crede sia bene ribadire con me. Sei uno stronzo, mima nell’aria il gesto. «So leggere ‘sto gesto le faccio», è inutile che lo enfatizzi. Allora mi pianta gli occhi negli occhi per qualche secondo, poi si allontana perché io possa leggere ancora i suoi segni nell’aria e fa: «Adesso tu mi fai arrivare in qualche modo a questa canzone». Le scoppio a ridere in faccia: l’erba pure fa il suo effetto e mi fa sopportare l’invadenza di Nina nel  pomeriggio che mi ero ritagliato tutto per me. Le faccio segno: Ti pare questa l’ora di mettersi a fare giochi? Siamo qui disorientati sebbene facciamo di tutto per negarlo. La canzone inizia così… Ti dice qualcosa?, le faccio, beffardo, gettandole addosso il mozzicone. Lei mi da uno spintone rabbioso e mi rifà il solito gesto, quello dello stronzo. Le parole non servono a nulla, fa ancora segno. Il suo sguardo di sfida mi investe in pieno. Mi inizio a incazzare, Nina sta riuscendo a esasperarmi anche adesso. Allora d’istinto vado verso lo stereo e alzo tutto il volume, poi la prendo di forza e la spingo con la pancia contro la cassa, tenendola ferma, già siamo in guerra con i vicini e una battaglia in più non peggiorerà le cose: le casse, potenti e alte un metro, urlano a distorcere la musica. Nina resiste, si divincola, la tengo a fatica, poi si calma e resta ferma a contatto con la cassa acustica. Quando la canzone svanisce, lei si gira, mi guarda: ha gli occhi acquosi, rabbia e rimpianto sono mischiati insieme. Sento solo la vibrazione delle casse, una lontana vibrazione, – mi fa segno – fammi sentire questa cazzo di canzone, voglio sentirla, troviamo il modo di… Quegli occhi lucidi mi colpiscono, e il suo sentire è mimato con una espressione talmente vera che ora mi sento realmente uno stronzo. Deglutisco. Non so cosa fare. Poi mi viene un’idea. Le dico di mettersi comoda, indossare una tuta e delle scarpe per una passeggiata. Anche io indosso le scarpe da ginnastica. Prendo lo zaino piantato all’ingresso e ci metto dentro delle t-shirts, qualche birra, dei cracker; mi tasto le tasche dei pantaloni per essere sicuro di avere addosso anche il sacchetto dell’erba. Usciamo, le faccio segno di montare in auto e in mezz’ora siamo nel bosco di Sant’Antonio. Lì c’è un’ampia radura prima di inoltrarsi nel folto degli alberi. Nei cinque minuti per arrivare dal parcheggio alla radura, la tengo stretta per il polso e cammino a passo veloce. Qui ci venivamo i primi tempi. Come tutto è cambiato, penso, mentre arriviamo con il fiatone. Le dico di aspettare, di riprendere fiato. Intanto io chiudo gli occhi e chiamo a raccolta tutte le sensazioni che Visions of Johanna produce ogni volta su di me. Dico a Nina di mettersi scalza. Io faccio lo stesso. Poi la prendo per mano e inizio a trascinarla al ritmo della canzone che scorre dentro me. Mi rendo conto che la rabbia non mi abbandona. Lei mi guarda stranita, si lascia portare con riluttanza mentre Dylan inizia il suo canto nella mia mente. Mi fermo un attimo, le faccio segno che i nostri passi sono i bassi della canzone, la sua scansione, il suo tempo. Lei non è contenta, non è mai contenta questa donna da quel giorno, e adesso questa è solo una stupida sfida in attesa del finale già scritto. Temo di averla persa per sempre. La riprendo per il polso, provo ad accompagnarla, lei sembra un po’ rilassarsi nella bella luce del tardo pomeriggio di inizio settembre. La canzone continua a scorrere dentro me, le parole che conosco quasi a memoria ne svolgono il filo, il mistero, e io provo a lasciare il polso di Nina, perché ho bisogno di mani libere.
Lo senti il ginocchio che molleggia per attutire il passo?, le faccio. Lei fa segno di sì. Bene, le dico, quello è il rullante. Hai presente quello delle marcette? Quando ci siamo conosciuti mi dicevi che nel laboratorio hai provato la vibrazione della batteria. È una cosa del genere, morbida, frusciante quasi, immagina un foglio di carta regalo tra le mani. In tutto il disco c’è quel suono di batteria.  Mi basta quella canzone. Solo quella, fa lei concentrata sulle sensazioni del suo corpo. Intanto ci ritroviamo a tenere il tempo della canzone. Lei mi fa segno che il fondo è duro, le dà fastidio ai piedi e  ci sono anche pietre. Le dico che quelle sono le chitarre, che portano il tempo, spesso in levare, e sono ruvide, tossicchiano, sputacchiano. Proseguiamo. Nina guarda incantata le rondini che a quest’ora invadono il cielo con i loro voli verticali e folli. Quelle sono sempre le chitarre, le faccio, però solo quando svisano sulla singola corda e vanno sugli acuti. Continuiamo. Il mio sguardo spazia in avanti verso il bosco alla fine della radura, ma lei è ancora sospesa con la testa per aria. Lo vedi che azzurro?, le faccio. Quello è l’organo hammond, una coperta all’incontrario che permea tutto il pezzo. Non lo capisco, questo Hammond, si ferma a fare segno lei e poi ancora. Non so di cosa parli. Lo capisci? Nina si è ricordata della sua ostilità, sempre a segno su di me, una sorta di animale selvaggio e pericoloso che mi scatena qualcosa dentro. Siamo capaci di farci molto male noi due. Non so perché, ma il tempo di desiderarlo e le sono già addosso e, come prima a casa, lottiamo, ma alla fine riesco a spingerla verso terra, a pancia in su. Ho di nuovo il fiatone, cazzo. Le faccio segno di perdersi nell’azzurro della giornata. Provaci, le dico. Quello è l’hammond, una coperta di cielo. Mi stendo al suo fianco. L’azzurro settembrino è contrassegnato da poche nuvole passeggere dai contorni nitidi. Dopo un po’ ci rialziamo e entriamo in un torrentello che ci taglia la strada e si inoltra dentro il bosco, l’acqua è bassa e piacevolmente fresca a quest’ora del pomeriggio. Lei mi guarda con una domanda in faccia. Questa è l’armonica, le faccio, l’armonica che fa da incipit alla canzone e che la contrappunta nel suo svolgersi. Ci siamo appena inoltrati nel sottobosco, adesso, quando lei mi guarda e mi fa segno: Ma il suono? Com’è il suono di questa canzone?  Allora la prendo per il polso e torno un po’ indietro, verso il centro della radura battuto dal sole pomeridiano e riempito dal vento. Lei si gode lo spettacolo, non fa più segni nell’aria, il viso le si distende del tutto, sente tutto e guarda verso il sole. Io guardo lei, i suoi riccioli neri ribelli, la carnagione bruna, la figura sottile. Poi mi lascio andare anche io ai raggi del sole. Ci riscuotiamo dopo minuti lunghi e pieni. Ecco, le faccio mettendomi sul fianco, il suono è questo. È oro puro, è biondo su biondo, come dice Dylan, dorato su dorato, blonde on blonde. Lei mi fa segno di no e mi mette le mani sulla bocca per farmi di tacere. Mi fa capire che le parole non contano più. Mi guarda con un altro sguardo. Uno sguardo che non le vedevo da mesi. Ci alziamo e passeggiamo con addosso un senso di ricreazione.
Dopo esserci di nuovi diretti al sottobosco, a un certo punto, lei si scusa con lo sguardo di dover interrompere il silenzio e mi fa segno della sua voce, della voce del cantante, di quel Bob Dylan. Com’è – mi fa segno – la voce di questo cantante in questa canzone? Se non fosse Nina a chiedermelo, e se non me lo chiedesse adesso, avrei detto “impossibile da dire”. Ma chiudo gli occhi. Un’altra volta. E mi concentro sulla voce di Dylan, il tono rauco, il colore del suo canto, le vocali tirate, sento tutto. Allora la riprendo per il polso e mi dirigo verso un’altura che sbocca in un punto di osservazione del bosco, qui dobbiamo impegnarci un po’ di più a tenere il ritmo e io accelero, il fondo è più irregolare e sdrucciolevole. Lei all’improvviso si pianta e mi fa: Che stai facendo? Perché acceleri? Io mi volto e non mi fermo, facendole segno di continuare. A un certo punto verso la fine del pezzo la voce – le dico a segni – diventa ostinata, la tensione si allunga su un accordo che dovrebbe cambiare ma resta e non cambia mai, tutto si sospende e alla fine si arriva a un climax. Noi stiamo andando lì, le dico. Lei fa: Ma tu parli ancora della canzone e io invece voglio sentire la voce. Poi però si muove di nuovo e continuiamo. Arriviamo nel punto più alto del bosco, il sole è quasi di faccia a noi e sta per tramontare, sotto di noi c’è uno sprofondo. Mi sento osservato da quel vuoto. Per un lungo attimo mi sento chiamare. Volevo venire quassù per farle sentire fino in fondo Visions of Jhoanna o per sentire questa angoscia, questo nulla che mi chiama? Perché c’è anche questo, in me. Nonostante lei. E nonostante tutto. Ed è insostenibile questa sensazione. Lentamente qualcosa si va sciogliendo, però, e mi accorgo dei miei occhi umidi. Questo basta a farmi vergognare. Spero che lei non se ne sia accorta. Non ha voluto credermi Nina sul fatto che il mio sia stato solo uno sbaglio di una serata stupida. Io mi ero ripromesso di essere sincero con lei, per guardarla ancora negli occhi, parlarle nella sua lingua. Ma essere sincero ha rovinato tutto. O forse è quella sera che ha rovinato tutto. Ora però con l’angoscia si diluisce anche il senso di colpa che mi sono tirato dietro in questi mesi: mi accorgo che mi dispiace essere stato causa del suo dolore, ma no, in colpa non mi ci sento. Non più. Invece sento molto bene che lei è vicina. Siamo fianco a fianco. Le nostre mani si sfiorano. Poi si allacciano l’una all’altra. Mi giro verso di lei e realizzo che è da un po’ che mi sta guardando. Il respiro mi si libera. Nina chiede di nuovo a segni: Allora com’è la voce di questo Bob Dylan? Io sorrido, la osservo bene, in silenzio, e poi guardo avanti. Le faccio segno, però, che ho registrato la domanda. Ci cambiamo le magliette, siamo molto sudati. Apro due birre, una per lei e una per me. Ci sediamo a terra e le allungo un pacchetto di cracker. Prendo dell’erba dalla bustina e rollo una canna. E fumiamo. In pace. Come non siamo stati mai.

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