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L’uva dei Parioli

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era una volta una volpe cresciuta nella ridente Tor Tre Teste che vagava pacifica e disinvolta lungo viale Parioli.

C’era una volta una volpe cresciuta nella ridente Tor Tre Teste che vagava pacifica e disinvolta lungo viale Parioli. Erano da poco passate le due del pomeriggio e camminava estasiata vicino a una villetta, quando si accorse che dal ramo di una vite al di là del muretto penzolava un pomposo grappolo d’uva. Ne rimase così ammaliata che, nonostante il ramo fosse alto, volle tentare lo stesso di raggiungerla. Saltò una volta, ma non riuscì. Provò una seconda, ma niente. Tentò e ritentò, avvicinandosi sempre di più, finché non vide l’uva girarsi incazzata nera. «Senti, scusami – disse l’uva – mi stai facendo venire l’emicrania con tutti questi spostamenti d’aria, si può sapere cosa intendi fare?» domandò scocciatissima. La volpe era mortificata: «Oh scusame, è che l’uva bella come te non l’ho mai vista, – rispose – te vorrei solo guarda’ più da vicino».
«Ma chi? Tu? – la indicò schifata l’uva – Gioia mia, ma non vedi quanto sto più in alto rispetto a te? Se tu fossi stata in grado di raggiungermi saresti riuscita al primo tentativo.» «Ma tu damme tempo e famme riprova’ – ribatté la volpe – vedrai che se ‘nsisto ce riesco e poi sta pure pe’ piove, te posso coprì, ‘nse sa mai…» «Tesoro, forse non hai capito – tuonò l’uva – io sono abituata a gatti di razza e a usignoli, per nessuna ragione al mondo starei vicina a una volgare piccola volpe di borgata come te.» «Oh, stai serena te vojo solo guarda’, mica me te magno, eh! – spiegò la volpe – Anche se secondo me oltre che bella sei pure bbona» azzardò. «Che volgarità… – fece l’uva costernata – Senti, vattene. Aria, sciò, pussa via» concluse, girandosi dall’altra parte. La volpe fece spallucce e se ne andò senza scomporsi. A un certo punto iniziò a grandinare. Si nascose sotto una macchina e, una volta smesso, decise di far ritorno a casa passando di nuovo sotto l’albero dell’uva: «Ehilà! Ehi, bella volpina!», sentì urlare una volta lì. La volpe si girò verso il ramo ma, con suo grande stupore, l’uva era svanita, «Son qua! Son qua!» disse l’uva da terra e tutta sporca di fango. «Ahò, ma che sei cascata?» le fece la volpe, tenendosi a debita distanza. L’uva rise in modo isterico, «Mannaggia, hai visto?! È stata colpa della grandine! – disse – Senti volpe cara, tu che sei così forte e bella, me la faresti una cortesia?» «Dimmi cara» rispose la volpe, senza muovere un muscolo. «Allora guarda, se tu mi prendi, mi lavi a quella fontanella e mi riporti lassù al posto che mi spetta poi potrai guardarmi quanto vuoi, eh? Che dici?» La volpe la fissò per qualche secondo, poi le sorrise. «Certamente» asserì, prendendola dolcemente in bocca. «Che top che sei!» urlò l’uva tutta giuliva, mentre pian piano si avvicinavano alla fontanella. La volpe stava per infilarla sotto la cascatella d’acqua, ma poi si fermò: «Aspetta un po’ n’attimo, famme un po’ vede’ ‘na cosa» disse, lavando solo un chicco sotto lo sguardo smarrito dell’uva. Una volta pulito lo staccò. «Che fai?» chiese l’uva preoccupata, ma la volpe non rispose e si poggiò il chicco sulla lingua. Chiuse la bocca lentamente, mentre la lingua premeva il chicco sul palato per poi passarlo sui denti e affondare il morso per far uscire tutto il succo. «Puah! – strillò la volpe sputando a terra – Tacci tua, oltre che stronza pure schifo fai! Manco li sorci te se meritano, pussa via dentro ar secchio dell’umido!» concluse, scaraventando l’uva in aria. E mentre l’uva dei Parioli volava disperata verso la sua nuova casa, la volpe se ne tornò serenamente a Tor Tre Teste.

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