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Lettera all’interno 10

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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro sig. Certelli, siamo stati vicini di casa per nove anni. Lei al quinto piano. Io al sesto. Il mio appartamento era esattamente sopra il suo. Anche il mio citofono sulla pulsantiera era sopra il suo. Io Cervelli Interno 12. Lei Certelli Interno 10.

Caro sig. Certelli,

siamo stati vicini di casa per nove anni. Lei al quinto piano. Io al sesto. Il mio appartamento era esattamente sopra il suo. Anche il mio citofono sulla pulsantiera era sopra il suo. Io Cervelli Interno 12. Lei Certelli Interno 10. Per nove anni ha avuto i miei passi sulla sua testa. I miei e quelli dei miei amici. Per nove anni si è lamentato col custode senza dirmi nulla. E io senza mai dirle nulla ricevevo puntualmente dal custode le sue lamentele. Per nove anni in silenzio ha risposto al citofono per me. Senza mai dire una parola. Senza neppure svelare l’equivoco. Lei Certelli interno 10. Io Cervelli interno 12. Alzava la cornetta. Ascoltava la voce che fatalmente non era per lei. Restava in silenzio. Apriva. Negli anni ha risposto al citofono per me almeno un migliaio di volte. Negli anni, restando in silenzio, ha aperto a tutti. Al ragazzo della pizza. A quello del gelato. Al giapponese. A tutti. Se solo i pusher usassero i citofoni avrebbe aperto anche a loro. E ancora lo avrebbe fatto in silenzio. Per anni in silenzio ha aperto a tutti i miei amici ai quali però riservava un trattamento particolare. Il giorno dopo mi lasciava dei biglietti nella cassetta della lettere. Apparentemente poteva sembrare una cortese messaggeria personale. Non lo era. E non lo era affatto nella sua intenzione. Era invece un rimprovero e si capiva dal tono e dal dettaglio dei suoi bollettini:

Il suo amico Umberto alle 21 di venerdì 4 ottobre mi ha citofonato e ha esclamato: “Yuuuu, sono io. Ho dieci minuti di anticipo, lo so. Non rompere. Salgo”. Mi sono limitato ad aprire il portone.

La sua amica Nancy alle 19.45 di martedì 12 aprile mi ha citofonato e ha chiesto: “Bello? Posso lasciare la Smart davanti cancello? Ci passano. È piccola! Magari lascio un biglietto con scritto che sto a casa tua?». Non ho dato il consenso e ho aperto portone.

Le scrivo ora che sono andato via da anni. Non per scusarmi. Non perché mi manca e neppure per sapere come sta. Le scrivo invece perché a distanza di anni ho realizzato che noi siamo stati i vicini più lontani che si possa immaginare. Non nego che ci siamo sempre trattati con garbo estremo l’un l’altro. «Buongiorno Signor Certelli.» «Buongiorno a Lei Sig. Cervelli.» Anche quando andavamo di fretta o distratti da altro c’era sempre un accenno del capo o di un sorriso uniti a un suono che si percepiva come un saluto. Ma tutto qua. Nient’altro. Niente di più. Negli anni ricordo solo:

«Sale con l’ascensore Sig. Certelli?»
«Sì, grazie Sig. Cervelli.»
«Prego dopo di Lei.»
«No prima Lei.»
«Si figuri!»
«Che piano?»
«Quinto Sig. Cervelli, sono proprio sotto di Lei.»
«Già è vero!»
«Eccoci arrivati.»
«Grazie e buona serata.»
«A Lei!»

Siamo stati lontani da subito e siamo rimasti lontani per tutto il tempo. Anche quando, in mia assenza, si intrufolava nel cantiere e riusciva a seguire i lavori meglio di me. Lo so. Dava suggerimenti. Faceva raccomandazioni. Lo so. Lo so. Anche quando rimaneva in silenzio e immobile dentro casa sua per ascoltare la vita sopra il soffitto. E sapeva tutto come se fosse al piano di sopra. Quando mi alzavo dal letto pigramente. Quando ero agitato al telefono. Quando cantavo allegro. Quando pisciavo sereno. Quando facevo l’amore con qualcuno che mi piaceva. So anche questo. Poi so che chiedeva informazioni. Che controllava i movimenti. Che faceva la lettura del contatore del gas sul pianerottolo. So tutto. Le scrivo ora che sono andato via da anni. Non per rimproverarla. Non per chiederle com’è la coppia a cui ho venduto la casa. Non per farle sapere come sto. Le scrivo per farle una confessione. Per regolare un conto. Per restituirle una storia che le appartiene. Ecco. Anche a me è capitato di rispondere al citofono per lei. Almeno una volta. Ho alzato la cornetta. Ho ascoltato la voce che fatalmente non era per me. Tuttavia non sono rimasto in silenzio. Non ho giocato sull’equivoco. Lei non c’era. Io sì. E quella conversazione destinata a lei si è tenuta in sua assenza. Al piano di sopra. Con me. Ha un figlio pressappoco della mia età. Lo so. Abitavate insieme. È andato via anni prima che io arrivassi perché non sempre ci si capisce. So anche questo. So pure che non vi sentite e non vi vedete da vent’anni. So tutto. Tutto quello che peraltro lei conosce già per averlo vissuto. Quello che non sa è che qualche anno fa suo figlio l’ha cercata. O almeno ci ha provato. Questo è il suo nuovo numero. O meglio, era quello di qualche anno fa. Spero non sia tardi. Ci ho messo un po’ perché volevo tenere la storia per me. Perché come lei, pur sapendo e sentendo una cosa da vicino, ho preferito starmene lontano. Si limiti a riceverlo come una delle tante storie che ha scoperto ascoltando la vita dell’interno 12. Stavolta la riguarda da vicino. Non perda tempo a interrogarsi come sia potuto accadere ma provi a chiedersi se anche all’interno 10 c’è qualcosa da ascoltare e se davvero è disposto a farlo. 

 

Saluti dal suo ex vicino mai così vicino,

Sig. Cervelli

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