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Notturno berlinese

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ormai sono le dieci. Non mi sono accorto che fosse così tardi, devo essermi addormentato. Spengo il pc, la stanza scivola in un buio completo. Fuori, le luci della città danzano oltre i vetri bagnati, proiettando deboli riflessi all’interno del salone.

Ormai sono le dieci. Non mi sono accorto che fosse così tardi, devo essermi addormentato. Spengo il pc, la stanza scivola in un buio completo. Fuori, le luci della città danzano oltre i vetri bagnati, proiettando deboli riflessi all’interno del salone. Intravedo solo il profilo degli oggetti e dei mobili. Spalanco la finestra: ha smesso di piovere e l’aria è fredda e viscosa. È l’aria di febbraio, del disgelo, delle strade che diventano una poltiglia fangosa fra neve sciolta e pioggia. Non ho mai detestato un posto quanto Berlino. Eppure fa il suo effetto vederla così, punteggiata di luci tremolanti, dal mio ultimo piano. Ma non è il mio posto, quindi devo viverla da una certa distanza. Apro il frigo, la sua luce bianca inonda la cucina. È vuoto, ovviamente, ma rientrando dall’ufficio ho comprato due birre dall’indiano del currywurst che sta vicino al semaforo. Ne prendo una, mi lascio cadere sul divano e la sorseggio lentamente. Dalla finestra aperta entra un brusio smorzato: la città brulica sempre lì fuori, instancabile, snervante. Sento il pavimento gelato sotto i miei piedi nudi: un loft all’ultimo piano, tutto open space, con clima berlinese, non si scalda mai abbastanza. Sì, è proprio un’idea del cazzo. E non è stata mia, come tutte le altre idee che mi hanno portato qui, in una città che non mi piace, in una vita che non mi appartiene, per seguire una persona che qualche mese fa ha raccolto le sue cose e ha svuotato questa casa, e anche me.
Ma ecco, sento richiudersi la porta dell’ascensore, con il solito ronzio discreto. E a seguire, i suoi passi decisi nel corridoio: è tornata. Le chiavi scrocchiano nella serratura, uno, due, tre giri. Altri due passi e poi il tonfo del portone alle sue spalle. Appoggio il viso sul muro che ci divide, dal mio lato è gelido come tutto il resto, ma sono sicuro che dall’altra parte, nel suo appartamento, anche il muro è tiepido. Riconosco i due colpi netti di quando si sfila le scarpe: stasera è più marcato, doveva avere gli stivali con cui l’ho vista l’altro giorno. Degli stivali alti, al ginocchio, con un po’ di tacco, che portava con i jeans, un maglioncino color senape col collo alto e una giacca in pelle marrone, sulle spalle uno zainetto pure in pelle. Era semplice, era bellissima, ferma in piedi come in attesa sul marciapiede. Mi ha salutato con un sorriso timido, stavo per dire qualcosa e lei mi guardava come se lo aspettasse, quasi a incoraggiarmi. Ma in quel momento si è fermata un’auto accanto a noi. Lei ha continuato a guardarmi, ha esitato un istante. Una ragazza si è affacciata dal finestrino e le ha detto: «Dai Leni, sali, siamo in ritardo!». E lei si è affrettata, lasciandomi lì, ad assaporare fra le labbra quel suo nome piccolo, dolce, infantile. In un paese di Heike, Elke, Ute, Beate, che non sembrano neppure nomi di donna, lei indossa questo delizioso, morbido “Leni”.
Richiudo la finestra, intirizzito, e torno ad appoggiare l’orecchio al muro. Sento richiudere degli sportelli, poi un rumore metallico, che mi suona troppo famigliare per non riconoscerlo. Sono pentole. Era il rumore con cui mi svegliavo la domenica, mia madre che iniziava allegramente a preparare il pranzo già alle otto del mattino facendo un baccano infernale. È un rumore di casa, che mi rincuora e che non sento da anni. Mi immagino Leni che rimescola qualcosa davanti ai fornelli, il maglioncino color senape intorno al suo collo ambrato nella luce dorata della cucina, i capelli color miele sciolti. Vorrei avvicinarmi a lei e posare le labbra sulla curva fra il collo e la spalla. Sento che ha anche acceso la musica, è jazz, roba seria, anni ’30. Sì, è Tommy Dorsey. Manhattan Serenade, per l’esattezza. Mi arriva smorzata attraverso il muro, scivola nel mio orecchio e fluisce dentro di me. Chiudo gli occhi e vedo Leni che ondeggia, come se stesse ballando un lento mentre aspetta che la cena sia pronta. Sì, certamente segue il ritmo della musica e scommetto che se fossi lì danzerebbe con me, come in un vecchio film, guancia a guancia. Mi stacco a malincuore dalla mia visione e dalla parete, mi dirigo in bagno e lentamente, concentrandomi, apro il rubinetto della vasca da bagno, ascolto per qualche istante lo scroscio dell’acqua. La voglio caldissima, così potrò restarci a lungo prima che si raffreddi. Poi torno in soggiorno, a passi incerti mi dirigo verso la porta, la apro ed esco in corridoio. Si percepisce un vago odore di cibo. È buono, se non mi sbaglio sono uova. Leni si sta forse preparando una frittata. È una cosa banale, certo, ma almeno servirebbe avere in frigo le uova. E io non le ho. Non ho niente in casa, solo una fila di stanze vuote, fredde. E la birra residua dell’indiano.
Forse dovrei bussare alla porta di Leni così come sono, ancora in completo da ufficio, camicia e tutto, scalzo. Sembrerei un coglione. Dopo qualche momento, il suo viso farebbe capolino, l’espressione sorpresa, leggermente spaventata. Mi chiederebbe se ho bisogno di qualcosa e dietro di lei potrei intravedere un angolo di soggiorno, un pezzo di divano beige, un tavolino con dei libri, un ritaglio di tappeto. Tutto sarebbe immerso in una luce soffusa e dall’interno mi arriverebbe addosso un tepore accogliente. Lei abbasserebbe lo sguardo sui miei piedi nudi, trattenendo a stento un sorriso. Potrebbe decidere di farmi entrare nel suo appartamento, ad assorbire quel calore soffice, morbido come devono essere i suoi capelli, morbido come il suo nome, Leni.
Potremmo parlare, sorseggiando un bicchiere di vino, finché non diventa veramente tardi, fino a quell’ora in cui perfino l’inquieta Berlino sospira e si placa, concedendosi qualche ora di sonno. Potremmo salutarci con la timida, imbarazzata felicità di chi intuisce che sta cominciando qualcosa di nuovo, ma fa finta di niente, perché ha paura che non sia vero. La sera successiva tornerei a bussare alla sua porta, ma stavolta con un mazzo di fiori in mano, per portarla fuori a cena e la vedrei uscire dal suo appartamento radiosa, con il rossetto, avvolta in un lieve sentore di profumo. Cammineremmo nelle luci della città, così grande e pulsante ma ora anche intima, benevolmente raccolta intorno a noi. Leni sarebbe fasciata in un elegante cappottino di lana rossa, mentre gironzoliamo fra le bancarelle a Charlottenburg, il castello che svetta sulle casette di legno, l’aroma di frutta candita e di vino caldo, le sue guance arrossate e fredde contro la mia bocca, il Natale vicino. Sì, potrei innamorarmi perdutamente, scoprire una Berlino romantica e sconosciuta in cui sentirmi nuovamente pazzo, e giovane… Ma prima o poi, forse, mi ritroverei di nuovo in un appartamento gelido, che non ho scelto io, in cui ogni rumore riecheggia come in un pozzo.
L’acqua del mio bagno si è raffreddata, sto rabbrividendo di nuovo. Finché Leni rimane il mio sogno, si dissolve soltanto quando lo decido io e mi basta sentire i suoi passi nel corridoio e la musica jazz per poterla ritrovare. Ora indosserò degli abiti comodi e andrò semplicemente a farmi due passi da solo, nella notte. Magari troverò pure un posto ancora aperto in cui comprare le uova. E poi, per il momento, dormirò qui, col mio orecchio contro il muro, proteso verso di lei e verso la vita di cui è pervasa.

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