Il giudice Lombardi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il giudice Lombardi era seduto comodamente dietro la sua scrivania, intento a terminare un’ultima e-mail. Le dita si muovevano veloci sulla tastiera, davano corpo ai suoi pensieri che scorrevano fluidi, seguendo la logica del codice civile.

Il giudice Lombardi era seduto comodamente dietro la sua scrivania, intento a terminare un’ultima e-mail. Le dita si muovevano veloci sulla tastiera, davano corpo ai suoi pensieri che scorrevano fluidi, seguendo la logica del codice civile. La giornata era calda, il sole batteva sulla finestra alle sue spalle. Con un gesto veloce si allentò la cravatta e i primi bottoni della camicia. Il giudice Lombardi era una specie di divo all’interno del tribunale dei minori della sua città, sulla cinquantina, alto, robusto ma non grasso, capelli ancora neri, mossi, pettinati all’indietro con cura e sui quali risplendeva un sottile strato di gel. Quando entrava nell’atrio e si fermava a firmare il registro delle presenze, prima di salire la scalinata che lo portava al suo ufficio, le donne smettevano di chiacchierare e lo osservavano con occhiate quasi golose – molte di loro avrebbero fatto pazzie per potere attirare, anche solo per un attimo, il suo sguardo. Gli uomini lo osservavano con un misto di invidia e ammirazione. Ma non era solo il suo aspetto virile e piacente a incantare la gente, tutto in lui attirava l’attenzione: l’incedere deciso, la voce calda, baritonale, il suo scegliere con attenzione le parole da dire, gli occhi scuri e profondi che ispiravano fiducia. Il telefono squillò e lui, reclinando lo schienale della poltrona, rispose distratto pensando ancora all’ultima frase da riportare sul documento di analisi della requisitoria, presentata dal pubblico ministero in merito a un caso di affidamento congiunto. Quando riagganciò la cornetta, terminò di scrivere le ultime righe, salvò il documento e si alzò per sgranchirsi un po’ le gambe. Prese dalla scatola sul tavolo un sigaro, lo accese e si accostò alla finestra lasciando vagare lo sguardo sui tetti degli edifici che circondavano il palazzo di giustizia. Erano giorni che un caso difficile lo rendeva inquieto. Si accarezzò con vigore la mascella ed emise un sospiro profondo che non ebbe però l’effetto liberatorio sperato. Due anziani genitori che avevano superato la sessantina, dopo anni di tentativi, erano riusciti, attraverso l’inseminazione artificiale, a mettere al mondo una figlia. Le meraviglie della scienza, pensò ironico. Superato l’entusiasmo iniziale, c’era stata una segnalazione dal pronto soccorso pediatrico relativa a un sospetto di incuria del minore. Una sera i genitori, allarmati dal pianto interrotto della bimba, si erano precipitati all’ospedale avvolgendola con una coperta macchiata; durante la visita i medici avevano scoperto che la neonata aveva una dermatite allergica non curata ed era un po’ sottopeso. Erano bastati quei segnali per scatenare i controlli degli assistenti sociali che, recandosi a casa della coppia, avevano constatato uno stato carente d’igiene ma, soprattutto, avevano notato i primi segnali di un crollo nervoso negli atteggiamenti della madre. Avevano dedotto che i genitori naturali non fossero in grado di prendersi cura di una creatura così piccola e che questa sarebbe stata seguita meglio nella sua crescita se fosse stata data in affidamento a una coppia più giovane.  Inutili erano stati i tentativi degli anziani coniugi di dimostrare la loro idoneità al ruolo; la bambina era stata infine mandata in un centro di accoglienza per minori. Le memorie degli avvocati delle parti coinvolte e le perizie degli assistenti sociali erano ora raccolte in un faldone che gli era stato consegnato alcuni giorni prima. Il giudice Lombardi aveva letto con attenzione i documenti e ora, aspirando il fumo del suo sigaro, cercava le ragioni del suo turbamento. Bevve un sorso di acqua e cadde pesantemente sulla poltrona facendola cigolare. Si tolse la cravatta emettendo lunghi sospiri. Poi, dopo essersi strofinato gli occhi per recuperare lucidità, aprì il cassetto della sua scrivania e ne estrasse una foto sbiadita. C’era una donna, non proprio giovanissima, che spingeva un bambino di circa cinque anni sull’altalena, la testa reclinata all’indietro, le gambe protese verso il cielo, sul viso un sorriso innocente, gli occhi chiusi per sentire meglio il vento scompigliare i capelli. La donna rivolgeva uno sguardo serio al suo fotografo, avrà avuto anche lei circa sessant’anni. Una volta era stata bella. Il giudice Lombardi si passò una mano fra i capelli per mettere ordine ai ricordi. La sua nascita aveva lasciato tutti sorpresi. Nessuno, tantomeno sua madre, che sospettava di essere in menopausa, avrebbe mai pensato di poter rimanere incinta a cinquantacinque anni. Superato lo shock iniziale avevano accolto la notizia con un misto di gioia e trepidazione, la gravidanza si concluse senza particolari problemi e il bambino nacque sano e forte. Purtroppo, però, dopo alcuni anni, suo padre si invaghì di un’altra donna e lasciò moglie e figlio per crearsi una nuova famiglia. La donna precipitò nel baratro dell’esaurimento nervoso e passava le giornate in uno stato di torpore grazie ai medicinali che le venivano somministrati per farla stare tranquilla. Il giudice Lombardi, così, all’età di dieci anni si ritrovò a vivere praticamente da solo, a decidere se andare a scuola o bighellonare per strada, se mangiare un panino o una scatoletta di tonno. Suo padre, colto da un tardivo senso di colpa, chiese e ottenne dal giudice l’affidamento del ragazzo. L’uomo, purtroppo, morì alcuni mesi dopo e lui, non potendo ritornare dalla madre, venne dato in affidamento a una coppia che gli salvò la vita, ricoprendolo di amore, facendogli ritrovare quell’equilibrio che gli permise di concludere con successo gli studi e diventare il professionista che era oggi.
Un giorno, quando Lombardi aveva circa vent’anni, venne avvicinato da una donna coperta di stracci, i capelli grigi e solo pochi denti in bocca. Non la riconobbe subito, ma quando lei provò a trattenerlo per poterci parlare lui riconobbe la madre dalla mano affusolata e dalla voglia che dal palmo si arrampicava fino a quasi metà avambraccio. L’emozione lo pervase con violenza, un misto di struggente pena e di vergogna, per entrambi. C’erano delle persone insieme a lui, compagni di università, amici che appartenevano a un mondo diverso da quello dove la vecchia donna rischiava di trascinarlo. Il ricordo del suo gesto sdegnoso, della spinta con la quale l’aveva allontanata, delle false parole con le quali le aveva detto di non riconoscerla gli avrebbero bruciato l’anima per tutto il resto della sua vita. Alcuni giorni dopo la donna morì gettandosi sui binari di un treno in corsa. Il giudice Lombardi lesse la notizia sul giornale, si recò sul luogo dove sua madre si era suicidata e trovò, fra i fili di erba che spuntavano lungo le rotaie, la foto che ora custodiva nel suo cassetto. Aveva scelto di rinnegare il suo passato e il senso di colpa lo avrebbe ammantato per sempre da quel momento in poi. Lo avevano trascinato via dalla donna che lo aveva messo al mondo e lei lo aveva trascinato con sé sotto a quel treno. Quando nella notte ascoltava il battito del suo cuore gli sembrava di sentire la locomotiva arrivare e con un colpo di vento precipitare. Il giudice Lombardi, considerato un divo nell’ambiente del tribunale, aprì gli occhi e scacciò le lacrime. Osservò il faldone sapendo perfettamente ora che cosa fare. 

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