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Anche io posso sentire

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Illustrazione di Agrin Amedì
Io ce l’ho detto a mamma che non sento. Ma lei mica mi crede a me, lei. Figurati se lei a me mi crede. Figurati. Lei pensa che io, che io voglio saltar la scuola io. Ma io la scuola non la voglio saltare, a me dentro dentro, a me piace la scuola. Però, ora a me piace un po’ meno, la scuola dico, perché io ora, io a scuola ora, non sento più quasi nulla io.

Io ce l’ho detto a mamma che non sento. Ma lei mica mi crede a me, lei. Figurati se lei a me mi crede. Figurati. Lei pensa che io, che io voglio saltare la scuola io. Ma io la scuola non la voglio saltare, a me dentro dentro, a me piace la scuola. Però, ora a me piace un po’ meno, la scuola dico, perché io ora, io a scuola ora, non sento più quasi nulla io. E un po’ io non volevo che la gente lo sapesse, però la gente, lo sa lo stesso, lo sa. Figurati. Loro lo sanno lo stesso, lo sanno loro. E prima, con me, con me parlava tanta gente, sì, tanta gente. Però ora a me non parla più nessuno, a me. Figurati. Perché, io lo so, loro hanno paura che io, a loro, non li sento e poi, poi non gli so rispondere, io. Il vecchio, mi chiamano loro. Il vecchio, perché i vecchi sono tutti sordi i vecchi. A me, dico, il vecchio piace anche, come nome dico. I vecchi sono saggi. E un ragazzino, lui, l’ha capito che i vecchi sono saggi, lui. Una mattina di sole, il ragazzino si è seduto vicino a me sul muretto prima di entrare. Lui, il ragazzino, fa: «Che mi posso sedere?». Io l’ho capito che lo sta dicendo a voce alta, ma lo sento lo stesso piano, come se fosse sotto al mare, lo sento. Io gli dico, sicuramente gli urlo dato che poi, dopo aver parlato non ho più fiato io, che sì, lui, il ragazzino, si può sedere. E poi il ragazzino, lui inizia a parlarmi, a parlare a me. E lo sento un pochino io. Ma, di nuovo, io lo so che sta urlando. La bocca forma dei cerchi enormi, si apre moltissimo. Lui, il ragazzino, strizza gli occhi, come quando c’è la musica troppo alta e tu ti tappi le orecchie. Sta tutto storto, chinato in avanti, perché urla con tutta la voce che ha. Eppure, io lo sento piano a lui. Certo, un pochino lo sento, ma piano. In ogni caso quel poco che sento, mi piace. Il ragazzino, parla bene lui. A un certo punto dice, lui dice: «Vecchio, io conosco, io, un sacco di gente conosco, che pensa, quella gente dico, che pensa che la vista, tipo vedere dico, pensa che sia stupido, sia».  Io questo lo sento, però io, questo, lo voglio anche continuare a sentire, e quindi io mi avvicino a lui. Metto l’orecchio proprio vicino alla sua bocca. «Questi, che io conosco, dicono che puoi, tu puoi vedere quello che ti sta intorno anche senza guardarlo con gli occhi, puoi.» Io mi avvicino ancora. «Strano no? Strano no, Vecchio? Io però, secondo me, la penso in modo diverso io. Anche gli occhi sono importanti, E poi, magari, magari a volte ti scordi quanto sono belli i colori, magari.» E allora, dato che il ragazzino aveva detto una cosa bella lui, ci faccio un po’ più caso ai colori della mattina io. E penso che, io penso che, io non so che penso, io li guardo. E li vedo, io, li vedo. Vedo il colore della luce nitida, vedo, è chiara, molto chiara. Il cielo non è azzurro, no, è un azzurro più chiaro, quasi bianco. L’aria, la mattina, l’aria la vedi. E poi c’è il verde degli alberi, che è già verde intenso perché, perché il colore degli alberi non cambia, ma di mattina, di mattina questo verde contrasta con tutto il resto che è chiaro, e di mattina, sì, di mattina tutto è chiaro, è tutto sveglio. Sono belli i colori della mattina, dico io, urlo al ragazzino io. Lui sorride. Ha il viso bianco e le guance rosse, e con le labbra tra il rosa scuro e il viola prugna. E lo sento io, lo sento sorridere.

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