Un giorno felice

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Illustrazione di Agrin Amedì
Una ragazza da sola a DUMBO, Brooklyn, New York, aveva deciso che almeno un giorno, uno soltanto, avrebbe dovuto essere un giorno felice.

Una ragazza da sola a DUMBO, Brooklyn, New York, aveva deciso che almeno un giorno, uno soltanto, avrebbe dovuto essere un giorno felice. Quello era l’ultimo di una serie di giorni passati a vagare per le vie enormi e piene di gente nelle ultime due settimane. Valigette, cappelli dei New York Yankees, ragazze con la loro tazza di caffè americano bollente in mano. A gennaio qualcosa di caldo allevia il freddo che si annida sulla punta del naso e nelle dita dei piedi, dentro gli stivali neri. Con il vento sulle guance, guardava l’insenatura dell’East River davanti a sé e il ponte di Brooklyn maestoso e luccicante. Il sole appariva e scompariva da dietro una nuvola sopra la Statua della Libertà che, piccola e lontana, sembrava un finto souvenir. La città era diventata un enorme involucro per la sua solitudine. E le aveva regalato un’intimità che non provava nemmeno stando chiusa a casa. Un’intimità che la faceva appartenere a quei palazzi, alle strade lastricate bagnate dalla pioggia, a tutte quelle persone colorate che si muovevano dentro e fuori la metro, i negozi, i taxi gialli e i caffè. Quella mattina più di altre, portava con sé il desiderio di sentirsi piena e viva, nonostante non avesse niente. Nonostante fosse sola. Ripensava a due settimane prima, quando appena arrivata aveva mangiato in un ristorante. Si era seduta con un libro che cercava di leggere mentre aspettava il piatto che aveva ordinato. Accanto a lei si era seduta una coppia di sud americani che parlavano veloci, ridendo e stringendosi la mano. Erano lì in vacanza, c’era una guida aperta sul loro tavolo. Pensava che sarebbe potuta andare così anche per lei. Quel giorno aveva camminato lungo tutta la passeggiata della Highline a braccetto con il freddo e con le nuvole sopra di lei. Ogni opera d’arte moderna esposta lì le ricordava lui. La famosa scritta L-O-V-E, l’aveva fatta riflettere su come, a un certo punto, delle idee banali divenissero per un numero considerevole di persone opere d’arte. Un po’ le veniva da ridere, un po’ sentiva una stretta dentro, chiedendosi se quella scritta “amore” di plastica l’avrebbe invece apprezzata se fosse stata lì con lui. Forse no. Forse non ci avrebbe fatto caso. Se quello era stato il giorno più infelice – si era detta – almeno un giorno felice doveva esserci. E lo aveva cercato, in ogni passeggiata solitaria, in ogni visita ai musei, tra gli scheletri dei dinosauri del Museo di Storia Naturale, tra le ballerine di Degas al Metropolitan. Si ritrovava a camminare dentro posti che non le piacevano ma che sapeva avrebbe sicuramente visitato con lui. E ogni sera aveva pianto perché nel cuore non trovava pace, quella pace che ricercava con i piedi camminando ogni giorno, prendendo treni e sbagliando fermate. Fino a che un automatismo strano l’aveva allenata a scegliere il treno della metro giusto, sempre il più veloce, per arrivare prima anche se non aveva una meta. In quello stretto di solitudine, sul molo di DUMBO, cercava di non pensare al senso di abbandono che sentiva dentro e, guardando da lontano Manhattan, cercava la sua felicità. Vedendola sola, una famiglia in vacanza le si era avvicinata chiedendole di scattare una foto con il ponte sullo sfondo. Lei li guardava attraverso l’obiettivo, immaginando che tipo di persone fossero, cercando di non sbagliare inquadratura. Erano vestiti in modo coordinato: marito e moglie con le stesse scarpe, papà e figlio con la stessa maglietta. Contenti della foto le avevano chiesto se non ne desiderasse una anche lei. Aveva pensato che non aveva senso, ma aveva accettato imbarazzata. Non sapeva cosa fare: dove mettere le mani, se lasciare le braccia lungo i fianchi oppure appoggiarsi alla ringhiera. La sua insicurezza irrigidiva il corpo e i pensieri la facevano sentire ridicola. Non sapeva che espressione fare. Siamo tu e io sul ponte di Brooklyn, avremo per sempre questo bel ricordo. Pensando questo, aveva abbozzato un sorriso. Un sorriso falso, per una foto turistica. Ma senza rendersene conto stava sorridendo, e questa volta davvero. Così li aveva ringraziati. Così, aveva camminato verso la base del ponte ed era salita per ritornare dall’altra parte, verso Manhattan. Era sceso il tramonto ma il sole era ancora caldo, nonostante l’inverno. E lei camminava per tornare a casa. Felice.

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