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Psichedelica

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Illustrazione di Agrin Amedì
Le sei di mattina. L’alba di un nuovo anno, da un paese della Sabina. Ero salito sul campanile dall’esterno, arrampicandomi di pietra in pietra, e ho fatto suonare la campana con le mani. Come per segnare la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro.

Le sei di mattina. L’alba di un nuovo anno, da un paese della Sabina. Ero salito sul campanile dall’esterno, arrampicandomi di pietra in pietra, e ho fatto suonare la campana con le mani. Come per segnare la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Mi chiamo Alterio, e con le donne sono sempre stato una grande schiappa. Insieme a Primo ci eravamo ritrovati con i nostri amici all’alba. Dopo una festa nella piana del Cavaliere, girovagammo con la sua 127 rossa per la valle del Turano. Uno strano capodanno davvero. Alla vigilia avevo deciso di non festeggiare dopo aver piazzato l’impianto di luci psichedeliche a casa di Franco, ero rimasto a casa mia, ed ero andato a dormire prima di mezzanotte. Le luci che avevo preparato per loro avrebbero dato importanza al mio non esserci e a me andava bene così.
Mi svegliai dal sonno che era durato poco più di un’ora. Primo aveva scavalcato il recinto del giardino ed era piombato di fronte alla mia stanza per portarmi alla festa. Insomma, mi aveva recuperato, e io un po’ stordito e senza fiatare l’ho seguito per ritrovarmi dove avevo scelto di non stare. La mezzanotte era passata già da un po’. Quando entrai a casa di Franco trovai gli amici che ballavano. Nella stanza con le luci che avevo piazzato io c’era quell’odore penetrante dei gruppi di persone che dà sempre alla testa. Vidi Claudia ed ero contento e nervoso allo stesso tempo. Lei era felice quella notte, stava bene. La vedevo a suo agio. Aveva una gonna nera, di quelle che andavano allora, a fine anni ’80. Le guardavo le gambe. Sì, gliele guardavo quando non parlavamo, ma poi il suo sguardo mi sfuggiva per andare a posarsi su quello di Primo. Eh sì! Il guaio credo di averlo fatto io, proprio io, raccontando a Claudia dell’amicizia con Primo come di qualcosa che mi faceva bene, che non mi lasciava mai da solo.
Quella notte, tra l’intermittenza delle luci a ritmo di musica pensai che, certo, gli avevo parlato così bene del mio amico che se n’era innamorata, mentre vedevo i loro sguardi imbarazzati incrociarsi davanti a me. Lo sapevo e per questo non ci dovevo stare lì, proprio quella notte. No, non ci dovevo stare. Ma per che cazzo mai mi ci ero fatto trascinare proprio da lui? La cosa andò avanti per tutto il tempo quando finalmente qualcuno balzò dal miscuglio di suoni, odori, luci, parole e risate, cose da mangiare e bere, e disse: «Andiamo a vedere sorgere il sole allo Zodiaco di Roma a Monte Mario». Quello bastò a convincere tutti. Un po’ assonnati uscimmo diretti verso le macchine per andare ad accogliere l’anno nuovo. Qualcuno era già dentro la macchina, qualcun altro si apprestava a entrare, molti erano ancora lì tra il portone e il piazzale a investigare se andare a vedere l’alba a Pescara o a Roma. Colsi la palla al balzo e urlai: «Ma andate affanculo tutt’insieme anche al tramonto», sbattendo la portiera dell’auto in cui stavo salendo. Mi avviai a passo sostenuto verso la Tiburtina in direzione del paese per tornarmene a casa quando mi accorsi che la 127 rossa di Primo era dietro di me; allora iniziai a correre e mi infilai in una viuzza che portava al castello. Il tempo di riprendere fiato, realizzando che stavo di fronte alla porta di una vecchia casa in cui avevo abitato anni prima, spuntò Primo davanti a me: «Ma che cazzo fai?». Forse biascicai parole incomprensibili. Allora, per farmi capire meglio, afferrai una sedia di legno con la seduta in paglia che stava lì e la fracassai contro il muro di vecchia pietra che andava a formare la parte più bassa della cinta muraria del castello medievale. Primo lasciò evaporare quel vulcano che dentro di me aveva cominciato a fermentare dalla sera prima. Poi, dopo avermi ammansito, mi fece salire sulla sua automobile. Pattugliammo la Turanense su e giù, senza parlare, con in sottofondo A momentary lapse of reason, l’ultimo album dei Pink Floyd, forse il meno psichedelico, di sicuro il più brutto che avessero inciso fino ad allora. Da quella notte non ho più rivisto Claudia. Con Primo siamo rimasti amici ma non siamo mai più andati insieme allo Zodiaco di Roma a Monte Mario.

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