Esibizione

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Ormai l’aula era gremita di gente e tutti stavano per prendere posto: i partecipanti più illustri, nei loro abiti eleganti e ben stirati, si sedevano nelle prime file assegnategli, ognuno in corrispondenza del proprio nome e cognome che, senza alcun pregio artistico, erano stati banalmente stampati a caratteri cubitali su un foglio di carta bianco.

Ormai l’aula era gremita di gente e tutti stavano per prendere posto: i partecipanti più illustri, nei loro abiti eleganti e ben stirati, si sedevano nelle prime file assegnategli, ognuno in corrispondenza del proprio nome e cognome che, senza alcun pregio artistico, erano stati banalmente stampati a caratteri cubitali su un foglio di carta bianco.
Dal fondo dell’enorme sala, ancora qualche ritardatario faceva capolino con la propria cartella, si apprestava a raggiungere la sedia disponibile possibilmente più prossima alla porta d’uscita e, una volta comodo, tirava fuori una penna e un quaderno per gli appunti, di tanto in tanto controllava l’orologio e con repentini movimenti del capo si guardava intorno alla ricerca di un volto a lui noto con cui scambiare due chiacchiere nell’attesa che iniziasse la conferenza.
Viola, vestita anche lei in un impeccabile tailleur di chiffon, osservava l’intera scena da un angolo buio vicino alla cattedra sulla quale, di lì a breve, avrebbe dovuto salire per prendere la parola dinanzi a tutta quella folla impaziente. Ricercatori professionisti e personaggi pubblici, chi mossi da mero interesse lavorativo chi da ostentata curiosità, erano accorsi alla lezione che la giovane professoressa era stata chiamata a tenere dall’Istituto Nazionale di Oceanografia, a seguito del suo recente studio sulle deformazioni mareali dei corpi planetari.
Anche il suo nome, insieme a quello dei due mediatori, era stato riportato su un foglio sapientemente piegato in modo che fosse leggibile a tutti; le bottigliette dell’acqua erano state disposte in ordine accanto a ciascun microfono, lo schermo sul quale sarebbero stati proiettati i risultati della ricerca era acceso e collegato al PC.
Era tutto pronto, il tempo passava inesorabile e, sebbene continuasse a muovere nervosamente gli occhi da una parte e l’altra della stanza, Viola non riusciva a trovare nessuna via di fuga. E comunque oramai sarebbe stato troppo tardi.
Quella era la prima volta, dopo tanti anni, che si trovava a parlare davanti a un pubblico, che per giunta, a giudicare dai volti, sembrava persino molto più adulto di lei: un manipolo di scienziati attempati, gradassi uomini prestati alla politica, menti curiose, colleghi di vecchia data a cui avrebbe dovuto illustrare, spiegare, e con ogni probabilità, fornire risposte a domande insidiose.
La sua voce, che odiava particolarmente, sarebbe rimbombata in tutta la sala, ogni sua parola sarebbe stata ascoltata e pesata con attenzione. Nei giorni precedenti aveva ripetuto la lezione talmente tante volte a casa, davanti allo specchio, davanti ai quadri e ai cuscini; ultimamente la sua mente era stata sempre e solo focalizzata verso quello che riteneva “l’appuntamento della vita”. Un momento topico che avrebbe potuto finalmente glorificarla, grazie al suo magistrale lavoro, o al contrario rendere vani i sacrifici fatti negli ultimi otto mesi che aveva passato, a discapito di tutto, nelle fredde e solitarie stanze del laboratorio universitario.
Era dunque necessario mantenere la calma, la mente lucida e la massima concentrazione.
Il continuo brusio di sottofondo non l’aiutava di certo a distendersi, le strette di mano e gli scambi di goffe congratulazioni tra gli altezzosi soggetti che si aggiravano nei suoi pressi, senza tuttavia rivolgerle la parola, la facevano sentire ancora più sola e disperata.
L’aula era esageratamente illuminata da luci al neon disposte senza alcuna armonia e senso dell’estetica. A pensarci bene sembrava un’enorme sala operatoria, e quella cattedra non poteva che essere un lettino d’ospedale sul quale a breve l’avrebbero fatta a pezzi.
Avrebbe voluto ci fosse sua madre e magari anche suo padre. Loro sì che avrebbero compreso il suo stato d’animo e, senza dire nemmeno mezza parola, l’avrebbero sostenuta e rassicurata con una carezza o semplicemente con uno sguardo. La loro silenziosa compagnia sarebbe bastata a renderla serena.
Finalmente le luci furono abbassate, nell’aula scese un improvviso silenzio e uno dei due mediatori, con un breve ma pomposo discorso, introdusse alla platea il titolo dello studio portato avanti dalla giovane talentuosa professoressa: un’eccellente ricerca che di sicuro avrebbe dato un notevole impulso alla storia della scienza marina, segnando un traguardo significativo che proprio quella sera tutti i presenti avrebbero avuto l’onore di vedere con i propri occhi.
Ma Viola non sentiva di meritare tanto. Una premessa tanto solenne la lusingava e allo stesso tempo la terrorizzava. E se non di fosse dimostrata all’altezza dell’aspettativa dei presenti? E se avesse avuto dei vuoti di memoria? E se improvvisamente la voce le fosse sparita? Si disse che quello non era il momento più adatto per tutti quei “se”. Non poteva di certo permetterselo. Ma la sensazione di angoscia, l’ansia opprimente che sentiva crescere durante quell’interminabile lasso di tempo che la separava dall’inizio della presentazione, la fecero precipitare in uno stato di profondo disagio, tanta era la paura di non essere abbastanza, di deludere gli ascoltatori o ancora peggio, sé stessa. Il giudice più intransigente che avesse mai conosciuto.
Lanciò gli occhi prima verso la platea e poi di nuovo verso il pulpito. Inconsapevolmente cominciò a battere le dita sulle cosce con un movimento ritmico e frenetico. L’attesa era struggente. Avrebbe voluto che la presentazione di quel mediatore così sfrontato fosse durata più a lungo. O che, proprio in quell’istante, si fosse verificato un imprevisto, magari un corto circuito al sistema elettrico, ragion per cui l’intero evento avrebbe dovuto essere rimandato ad altra data. Aveva bisogno di più tempo. Sospirò. Ebbe un dubbio. Davvero pensava che a distanza di giorni, mesi o addirittura anni avrebbe saputo affrontare una tale situazione con maggiore calma e autocontrollo? Non seppe darsi una risposta. Ad ogni modo quel tempo non le venne concesso e con rassegnazione si dovette arrendere al suo destino.
«Buonasera a tutti». Le sue labbra incerte sfiorarono debolmente il microfono.
A un tratto, un fischio assordante le cominciò a perforare i timpani; le persone sedute davanti a lei, di cui fino a pochi minuti prima distingueva perfettamente i tratti somatici, si trasformarono in una massa informe che ondeggiava incalzante. Le si formò un groppo alla gola e le parole parvero non voler uscire dalla bocca, il cuore accelerò il suo battito, le mani divennero sudate, la vista si offuscò. No, non era un principio di arresto cardiaco. Assomigliava più a una crisi di panico, ma Viola era abbastanza certa che non si trattasse nemmeno di questo. In preda alla costernazione, prese il microfono con entrambe le mani, quasi aggrappandocisi, ma l’insistente tremolio delle dita glielo fece scivolare; allora lo risistemò sul supporto metallico, portandosi i palmi sui pantaloni in chiffon, sotto il piano della cattedra. Li strofinò nervosamente su e giù lungo le cosce nel tentativo di allentare lo stress. O di ripristinare la corretta circolazione del sangue. Doveva darsi una calmata.
Solo il contatto con quel tessuto così sottile e scivoloso, con sua stessa sorpresa, sembrò placarla. All’istante le riportò alla mente le fattezze di un abito che doveva aver indossato tanti anni prima. Ma quando? Si immobilizzò per andare a frugare nel cassetto della memoria. Fu così che il ricordo inconsapevolmente ancora vivido d’un tratto riemerse e inavvertitamente la travolse. Guardò in basso, verso di sé, si vide addosso il suo amato tutù bianco. Ebbe un moto di gioia. Un sorriso le illuminò il volto. Quanto tempo era passato? Chissà in quale scatolone di quale armadio era stato nascosto in tutti questi anni. Si accorse come il sentimento di affetto che l’aveva, anni or sono, legata a quel vestito non si era mai affievolito, nonostante la vita fosse tutto sommato andata avanti e avesse poi preso una direzione completamente diversa. Ricordò quando, indossandolo, si era sentita una specie di piccola principessa; ricordò quando, danzandoci, si era sentita avvolta e sostenuta dalla morbidezza delle eleganti pieghe di tulle. Fu in grado di avvertire sulla sua pelle di donna ormai adulta, ma sotto sotto ancora bambina, la fluidità di quei volteggi purtroppo lontani nel tempo, quando come una piccola farfalla assaporava la libertà e la spensieratezza della fanciullezza. Di colpo rivisse, nei minimi dettagli, quel giorno speciale. Sola davanti a così tante persone, a tanti volti che la guardavano contemporaneamente, mentre lei, dall’altra parte, non capiva o forse non le importava davvero chi guardare. In fondo, non erano questi i problemi di una bambina. L’eterna purezza di quel momento le si palesò in maniera evidente e colpì tutti i suoi sensi. Chiuse leggermente le palpebre, ripassò con rapidità lo schema dell’esibizione, fece un profondo respiro e buttò fuori l’aria con un soffio leggero. Appena ebbe sentito l’applauso di benvenuto scemare e la musica partire, capì che era il suo turno. Contò sottovoce fino a tre. Con grande abilità, iniziò a fluttuare nell’aria come una libellula, con la punta dei piedi danzava con naturalezza, con le braccia eseguiva movimenti semplici e perfetti. Finalmente ricordò quella sensazione. Senza alcun tentennamento, malgrado ciò che aveva pensato fino a qualche attimo prima, le parole le cominciarono ad uscire come un fiume dalla bocca, la sua dialettica si dimostrò ineccepibile, il portamento composto, lo sguardo impavido. Come tanti anni prima, di tanto in tanto si ricordò di lanciare fugaci e amichevoli occhiate verso il pubblico in sala e sorridergli con garbo. Questi, silenzioso, contraccambiava osservandola con totale dedizione. La platea era come ipnotizzata. Misteriosamente affascinato da quella figura all’apparenza così gracile eppure così sicura di sé. Ricordò anche lo spazio che l’aveva circondata: il pavimento in parquet, le tende di stoffa pesante, il fascio di luce dei faretti blu che mai l’aveva persa di vista e che anzi l’aveva illuminata nel buio di quel teatro. Focalizzando l’attenzione di tutti i presenti su di lei.
D’improvviso si accorse di non avere più paura. In fondo, quale differenza vi era con quella sala così grande e all’apparenza fredda in cui si trovava a parlare adesso? Pensò che nessun luogo può davvero intimorirti quando riesci a trovare la forza dentro di te.
Tanto era il trasporto, tanta la passione, che nemmeno si rese conto della velocità con cui erano trascorsi quei minuti: il tempo a sua disposizione era già finito. D’un tratto avvertì il sottofondo musicale farsi man mano più fioco, fino a che si fu del tutto esaurito. Il sipario dall’intenso color rosso scuro si chiuse per poi riaprirsi qualche attimo dopo. Sotto il palco, sul quale si era appena esibita per il saggio di danza annuale, con indosso il suo inseparabile tutù, vi era l’orchestra che applaudiva e, poco dietro, le mamme e i papà fieri con le loro macchine fotografiche dai flash accecanti.
Avvicinandosi al microfono che le copriva mezzo volto, Viola pronunciò il suo nome presentandosi al pubblico; la sua fievole voce di bambina riecheggiò per tutto il teatro e il cuore le si riempì di gioia quando sentì partire lo scrosciante applauso di coloro che avevano assistito all’esibizione. Tutti i presenti, giornalisti, politici, ricercatori, si alzarono in piedi per omaggiare l’ottima riuscita della sua conferenza. Le sorridevano, mostrando stima e approvazione. Aveva eseguito davvero un ottimo lavoro. E con risultati sorprendenti.
Si sentì una stella dello spettacolo. Il microfono, che ora sorreggeva saldamente nelle mani, le dava un senso di potere. La faceva sentire importante. In quel breve ma intenso momento di gloria, ripensò all’impegno dedicato, alle energie spese, agli interi pomeriggi trascorsi a provare assiduamente i passi, i movimenti, le piroette e gli inchini. A ripetere, giorno dopo giorno, la lezione a menadito. A trascorrere intere giornate, persino le più assolate, in laboratorio; a spendere notti in bianco sui libri. E sulle preoccupazioni che non l’avevano più lasciata dormire.
Sul suo viso emozionato apparve un’espressione di incontenibile felicità. Finalmente si distese, tirò un sospiro di sollievo e si godette quel meritato successo.
Man mano che gli scatti fotografici cessavano e gli applausi si indebolivano, Viola cominciò a riconoscere i volti delle persone presenti tra il pubblico: la madre, che aveva preso posto in un angolo della seconda fila, la fissava con un’espressione di affetto misto a venerazione, mentre il papà al suo fianco le sorrideva incoraggiandola con la sua inconfondibile mimica del corpo. Viola li guardava a sua volta con fierezza; gli occhi delicatamente segnati da un velo di trucco brillavano nella luce calda e soffusa che avvolgeva la sala. Con sua grande soddisfazione, vide l’atmosfera attorno a sé farsi sempre più intima e familiare, tanto che su quell’eterno palcoscenico di vita, riuscì ancora una volta a sentirsi completamente a suo agio.
«Grazie a tutti» disse con una punta d’orgoglio, schiarendosi la voce e accennando un sorriso. «Sono davvero onorata che la presentazione dello studio sulle deformazioni delle maree sia stata di vostro gradimento.»

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