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Cappuccino freddo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Spingo con il palmo della mano la porta unta del mio bar abituale. Non l’ho mai visto e non ho idea di come sia dentro, ma le briciole di croissant, i residui di vernice sulla porta a vetri, il pavimento appiccicoso e le schegge di legno dai tavoli mi suggeriscono che non sia un posto molto curato.

Spingo con il palmo della mano la porta unta del mio bar abituale. Non l’ho mai visto e non ho idea di come sia dentro, ma le briciole di croissant, i residui di vernice sulla porta a vetri, il pavimento appiccicoso e le schegge di legno dai tavoli mi suggeriscono che non sia un posto molto curato. Con passo deciso, aiutato dal conoscere a memoria quel luogo, mi dirigo verso le casse e ordino il solito cappuccino freddo con muffin: non ho mai sentito la mia voce, ma ha un dolce odore di menta, un gusto aspro e ruvidamente spigolosa al tatto. Non ho mai sentito altre voci oltre quella della mia testa, nonostante questo riconosco la dolcezza e la morbidezza di alcune chiacchiere e la sfumatura timida di alcuni sussurri. Li riconosco dalla vibrazione delle labbra. Stringo il mio cappuccino con ghiaccio, la differenza di temperatura tra la bevanda e l’aria è quasi impercettibile. Al contrario il disaccordo dell’amarezza del caffè e dell’eccessiva dolcezza del muffin un meraviglioso scontro, una gradevolissima lotta. Uscendo dallo sciatto locale metto fra le labbra una sigaretta, il profumo di tabacco finisce di svegliarmi. La prima sigaretta della giornata è sempre un momento speciale. L’odore pungente di combustione sale, si impregna nelle mani, sui vestiti e sui capelli. Il fumo invade i polmoni, mi danneggia danneggiando al tempo stesso l’abisso fra me e le persone normali. Esce bruciando le narici e con una contrazione di disgusto apro gli occhi. Non appena dissolta la coltre di fumo, sentendo l’aria nuovamente pura, meccanicamente chiudo gli occhi. Quel momento di normalità è giunto al termine. Con violenza rabbiosa getto il mozzicone di sigaretta alla cieca. È comico detto da me. Impugnando nuovamente il bastone, con la solita incertezza del brancolare nel buio, riprendo a camminare. La strada è sconnessa e scoscesa; avviandomi verso la discesa aumenta l’attenzione e si aguzzano i pochi sensi che mi rimangono. Fatico. L’aria è dolce, accogliente, quasi calda. Ormai la pelle la accarezza solamente, pelle solcata da calde gocce di sudore che, partendo dalla nuca, si insinuano nella camicia di lino che sgualcita e dura, rigida e dalle fibre pungenti, mi cinge sulla vita e all’ingresso nel pantalone mi irrita la pelle. Le gambe sono sudate, strusciano fra loro e creano attrito sul tessuto; le scarpe morbide, probabilmente l’unica cosa comoda di questo vestiario. Alla fine della discesa inciampo. Cado. I forti moti d’aria che scompigliano i miei capelli e colpiscono con violenza il mio corpo mi suggeriscono che mi trovo nel mezzo di una strada, una di quelle grandi sulle quali le macchine non accennano mai a rallentare. Disorientato perdo la cognizione della realtà, della posizione e perdo il senso primo della sopravvivenza. Rimango immobile. Un angelo mi afferra sottobraccio. Le vibrazioni della sua voce sono dolci, rassicuranti, quasi materne. Non capisco cosa dica. I capelli morbidi solleticano il mio collo e il loro profumo copre il fetore della sigaretta fumata. La pelle è liscia, setosa, probabilmente luminosa come la luna. Sento il lungo vestito svolazzare contro le mie caviglie. Falcate larghe, decise, mi guidano. Io le seguo e, come se il suo profumo e il contatto con la sua pelle mi permettesse di vedere, le imito. Non mi importa dove andremo. Mi lascio trasportare inebriato dalla morbidezza di quella pelle. In una dimensione leggera tutte le mie paure svaniscono. Accanto agli amabili gesti di questa donna la mia diffidenza svanisce, si dissolve. Mi dà un colpetto sulla coscia destra, gentile, quasi una carezza, e mi fa capire che devo alzare la gamba. Siamo arrivati sul marciapiede. Seminato il pericolo, sento la sua pelle staccarsi, la fusione dei nostri corpi finisce, la mia sicurezza svanisce con lei. Con il suo odore si allontana la mia normalità. La fermo. Puntando il bastone cerco, con la voce più morbida che riesco a tirar fuori, di chiamarla. Lei si gira, sento i suoi passi tornare indietro. Un sorriso spunta sul mio volto e con gran fatica le dico grazie. Lei muove le labbra, non capisco. Anzi, non sento. Scuoto la testa e mi indico le orecchie; lei afferrando la mia mano segna delle lettere in maiuscolo su di essa: prego. La sento sorridere, non la sento con le orecchie, non lo avverto con il tatto né lo vedo con gli occhi: lo sento dentro me. E anche io sorrido.

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