Condividi su facebook
Condividi su twitter

Odore di albicocche

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Era piegata su sé stessa, le braccia tenevano strette le ginocchia al petto, la testa poggiata su di esse. Alzò il viso e una goccia di sangue cadde sul pavimento bianco; una goccia solida, di un rosso intenso.

Era piegata su sé stessa, le braccia tenevano strette le ginocchia al petto, la testa poggiata su di esse. Alzò il viso e una goccia di sangue cadde sul pavimento bianco; una goccia solida, di un rosso intenso. Si pulì il viso dalle lacrime con il dorso della mano poi provò ad alzarsi. Le facevano male le braccia lì dove erano arrivati i colpi, forse aveva delle costole incrinate. Si alzò a stento tenendosi al bordo del lavandino. Ci mise alcuni secondi prima di sollevare il viso per guardarsi allo specchio. Si aspettava un’immagine diversa, invece trovò la stessa di tante altre volte. Aveva un livido all’altezza dello zigomo destro, una ferita sul labbro inferiore, un rivolo di sangue usciva dal suo naso, lento come i suoi pensieri. Ebbe un giramento di testa e un senso di nausea la invase per alcuni istanti. Si appoggiò al muro, respirò profondamente. La finestra del bagno era aperta. Era una notte serena, un vento leggero muoveva le tende, la luce dei lampioni rischiarava la strada vuota; in lontananza i rumori della città che non dorme. Si lavò il viso e dopo averlo asciugato girò la chiave nella toppa e aprì la porta. Silenzio. Strisciò lungo il corridoio nonostante il dolore lancinante al fianco. Entrò in cucina e accese la luce sulla cappa dei fornelli, aprì il cassetto ed estrasse un coltello con una lama sufficientemente lunga. Tese l’orecchio in attesa di un suono, di un movimento, ma ancora silenzio. Per terra i cocci di un vaso rotto, sul muro una macchia rossa, lì dove il suo viso era stato schiacciato con forza. Trovò suo marito sdraiato sul divano pesantemente addormentato. Si avvicinò brandendo il coltello. Sarebbe stata veloce, la lama avrebbe inciso i primi strati di pelle, il corpo abbandonato al torpore dell’alcol avrebbe reagito con sorpresa, il sangue avrebbe atteso alcuni secondi prima di sgorgare. Inarrestabile. Appoggiò la punta dell’arma sul collo dell’uomo, all’altezza della carotide. Era pronta. E avvicinandosi al viso di suo marito un leggero profumo di albicocche le solleticò le narici: la sua vita esplose, scomponendosi in migliaia di dolorosi frammenti. Le rondini alte nel cielo di maggio, le campane della chiesa in lontananza. Le chiacchiere di sua sorella, le lacrime di sua madre, lo sguardo commosso di suo padre. Lo scatto d’ira quella prima sera in macchina, la violenza repressa. La gente lungo la navata centrale, il suono dell’organo, la giarrettiera che cade lungo la gamba per fermarsi sulla caviglia, l’imbarazzo del momento. Lo schiaffo che arriva dopo una discussione banale, le scuse ripetute più volte, la passione e il sesso dopo intenso, riparativo. Il velo sollevato, lo sguardo carico di promesse, la mano piccola e magra di suo marito, il profumo di albicocche del suo bagnoschiuma, i colpi sul viso, le parole crudeli che incidono l’anima, i silenzi che costruiscono muri; l’odore di incenso, i gesti compassati del sacerdote, la luce del sole e il riso lanciato all’uscita della chiesa. Le promesse infrante. I tradimenti. I pugni. I calci. Il perdono concesso per disperazione, la voglia di riprovarci. Le passeggiate sulla battigia sognando un figlio che non arrivava. Le bugie per nascondere l’abisso della propria vita a chi le vuole bene, agli infermieri del pronto soccorso. Il fondotinta usato per camuffare i lividi e poter uscire di casa. Il viso schiacciato per terra, la paura di non riuscire più a respirare. La paura di morire. Le passeggiate sulla battigia pensando a un figlio che non si vuole più. Il profumo di albicocche mescolato con quello dell’alcol e del fumo delle serate trascorse fuori casa. Il terrore di ogni rientro. La vita che perde il suo senso. La voglia di morire.
C’era stato un momento preciso in cui la sua esistenza avrebbe potuto essere diversa. Ma dove era stato l’errore? Pensò. Osservò le sue mani tremanti, le nocche bianche serrate sull’impugnatura del coltello. Una lacrima cadde pesante facendo un fragore assordante nella sua testa, come un tappo che esplode da una bottiglia di ottimo vino, facendo fuoriuscire il contenuto così preziosamente celato al suo interno. Macchiando tutto in modo irreparabile.  
Erano i primi giorni di un’estate che si prevedeva molto calda, lei aveva quindici anni. Come di consueto, alla fine della scuola si trasferiva per una settimana insieme alla sua famiglia nella casa di campagna di sua zia, sorella del padre.  Era il periodo della raccolta della frutta; gli alberi sfilavano allineati nei campi che si estendevano a vista d’occhio sulle colline morbide del piccolo paesino situato nell’entroterra Laziale. Alcuni abitanti del villaggio li raggiungevano per aiutarli con il raccolto. Un vociare allegro dava inizio alle giornate che scorrevano fra chiacchiere e risate fino a quando il sole non saliva alto in cielo, allora le voci scemavano e si sentivano solo le cicale frinire. Sua zia organizzava il pranzo sotto al porticato del casale, dove viveva con il marito e due bambini piccoli, di tre e cinque anni, che scorrazzavano scalzi dietro alle galline e alle oche che razzolavano indisturbate non troppo distanti dai tavoli. Ricordava ancora il momento in cui si era allontanata dal gruppo, attirata dal miagolio ininterrotto di un gatto che proveniva da qualche parte nel frutteto. Il sudore le scendeva lungo la schiena, si era slacciata i primi bottoni della camicetta, le gambe, lasciate scoperte dalla gonna corta e leggera, erano graffiate dall’erba secca che si piegava al suo passaggio. Il miagolio si faceva ad ogni passo più vicino, sembrava il pianto di un bambino. L’odore di albicocche era dolce, ne colse una e la strofinò con il palmo della mano per pulirla, l’addentò e il succo fuoriuscì colandole sulla mano e ai lati della bocca. All’improvviso una spinta le fece perdere l’equilibrio, un uomo alle sue palle le fu addosso. Non ebbe il tempo di reagire, rimase impietrita; con una mano le strinse la vita e con l’altra le tappò la bocca. Il volto le venne schiacciato contro il terreno duro, mentre l’uomo, sopra di lei, le strappava gli slip, iniziando a frugare fra le sue gambe impazientemente. C’era odore di sudore e di albicocche mature. Lei per tutto il tempo osservò la sua mano grattare la terra; nel palmo c’era ancora il frutto ora schiacciato, la polpa impastata con il terreno, umida e vischiosa. Fu tutto veloce così com’era iniziato. Quando il suo assalitore se ne andò senza proferire alcuna parola, lei rimase lì, immobile, sdraiata, a osservare le sue unghie ferite, sporche. Dopo un tempo infinito si alzò e si trascinò a casa dove si lavò il sangue e lo sperma che le scivolava giù lungo le gambe. Inventò una scusa per le sue escoriazioni, non parlò mai con nessuno della violenza subita. Il silenzio coprì il dolore e la vergogna sotto una coltre ispessita dal tempo, fino al punto in cui si convinse che tutto ciò non fosse neanche accaduto. Ma poi quell’odore dolce tornò a chiederle il conto del suo silenzio e allora: dov’era l’errore? Pensò ancora, affondando la lama nella pelle morbida del collo di suo marito.
Nel perdono, concluse.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'