Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Ti vedo dal petto in su. Sei davanti a me. In piedi. E mi guardi. Hai le palpebre tese – una vibra, a tratti. Provi a fermarla con le dita che sono rosse e screpolate. Indossi una maglietta stropicciata. Hai uno zaino in spalla. «Vuoi uscire?» ti chiedo. «Puoi uscire» mi rispondo.

Ti vedo dal petto in su. Sei davanti a me. In piedi. E mi guardi. Hai le palpebre tese – una vibra, a tratti. Provi a fermarla con le dita che sono rosse e screpolate. Indossi una maglietta stropicciata. Hai uno zaino in spalla.
«Vuoi uscire?» ti chiedo.
«Puoi uscire» mi rispondo.
Butti un occhio alla porta di casa.
«Lo sai che ho paura del buio».
Ti porti alla bocca l’ennesima bottiglia di birra.
«Allora ti conviene sbrigarti. Ti sono rimasti pochi minuti di luce.»
Fissi il pavimento.
«Non ce la faccio» mi dici. «Qui tutto trema.»
Come il vetro verde che tocca le tue labbra.
«Smettila di piagnucolare. Quello che sta per accadere a te, sta per accadere anche a tutti noi».
«Non siamo tutti uguali».
«Adesso sì. Soccombere qui dentro o trapassare correndo. A te la scelta.»
«Ma non c’è scelta.»
Butti fuori l’ultimo respiro.
«L’aria fuori è irrespirabile» mi dici. «Ha scolorito le persone.»
Ti cola un po’ di birra dalle labbra.
Ti asciughi col braccio.
«Anche tu lo sei.»
Mi fulmini con lo sguardo. Rimani in silenzio.
«Di cos’altro hai paura?» domando.
«Di nulla» rispondi.
«Sei sicuro? Guarda che ti conosco. Davvero non hai altre paure?»
«Sì, ma cosa c’entrano adesso?»
Ti vedo deglutire.
Scorgo le vene rosse che ti colorano gli occhi.
Alzi gli occhi al cielo.
«Quella di essere sepolto vivo. Contento?»
Inarchi il sopracciglio. Mi ha sempre fatto ridere il modo in cui lo fai.
«Stai calmo» ti rispondo. «Comunque, dato che soccomberemo qui, fammi un ultimo favore. Affacciati alla finestra, regalami uno sguardo nuovo.»
La finestra è alle tue spalle. Ci rifletti un attimo, ma decidi di accontentarmi. Barcolli verso la luce. La maniglia sembra cementata. Ci metti forza, i perni arretrano, il telaio scricchiola. Dopo mesi, si apre. Nelle tue narici entra un profumo diverso dal solito tabacco; è rincospermo. Abbraccia il muro attorno al giardino dove cresce la pianta con i fiori gialli e rossi. Ti ricordi quanto ti piacciono.
«Però puzzano» mi confessi.
«È vero» ti dico.
Ridiamo insieme. Finché non hai un sussulto. Stringi tra le mani il ferro della grata. Vedi la tua moto. È tanto che non monti in sella. Il pensiero ti fa male. Sbuffi nostalgia. Scorgi il cancello da cui cominciavi a tagliare il vento. Ti sporgi in avanti. Premi faccia e corpo sulla grata. Respiro la tua voglia di trapassarle.
«Tra cinque minuti il sole si spegnerà» incalzo, indicando in alto.
Le tue pupille seguono il mio dito. Guardi la lampadina gialla, tonda e gigante che brilla sul soffitto da ottanta giorni. Mi lanci un’occhiata. Forse ti ho convinto. Osservi la porta, ti mordi le labbra. Sospiri. Fai un passo. Stai per aprire. Senti dei rumori dalle scale. Qualcuno scende. Un brivido ti blocca di colpo. Non riesci più a controllare il tuo corpo. Il tuo viso si scioglie come cera sulla brace. Il cuore oltrepassa la carne a forza di pugni.
«Sto per morire» pensi. Hai gli occhi sgranati.
«Guarda me!» ti urlo.
«Siamo io e te. Nient’altro!» urlo di nuovo.
Ce la fai. Dai che ce la fai. Ecco, bravo, respira. Bravo così. Occhi negli occhi.
«Cosa mi stavi facendo fare?» mi chiedi.
Inizi a camminare avanti e indietro.
«È colpa di ciò che mi hai fatto vedere.»
Ti guardo perplesso.
«Hai fatto tutto da solo.»
Stai ribollendo.
«Taci!» urli.
«Guardati, sei un animale in gabbia.»
«Vorrei vedere te al mio posto.»
Punti il dito tra i miei occhi.
«Sei davanti a uno specchio.»
Allargo le braccia.
Tu alzi le penne.
«Vorrei frantumarlo in mille pezzi» mi dici ruggendo.
Non ho mai sentito uno struzzo ruggire.
«E allora fallo» ti dico.
«Non sfidarmi.»
Ti sei gonfiato come un palloncino.
«Perché, sennò che succede?»
Faccio la voce grossa. Ti arriva come un chiodo. Non la prendi bene. Espandi il petto. Apri le spalle. Inclini la testa e punti come un toro.
«Non costringermi a farlo» ti dico, ma tu non ascolti. Sei accecato.
Spengo la lampadina.
Resti in silenzio. Rotto dalle voci dei televisori. Annunciano la fine.
«Mancano quindici secondi» ti dico.
Accendi la luce.
«Cosa credevi di fare?»
Tu accendi e io spengo. Iniziamo questo gioco.
«Esci ora o non uscirai mai più.»
«Ho paura!» mi urli.
«Tutti ce l’hanno.»
«Non ce la faccio.»
«Allora morirai sepolto vivo.»
Vai in apnea. Aspetti silenzioso. Senti il tuo battito. Ti esplode nel petto. Le porte sbattono. Ti tocchi la gola. L’aria ti manca. Non senti più niente. Ormai sei solo. Le pareti crollano. Il palazzo collassa. Accendi la luce.
«Quanto manca?» mi chiedi con un filo di voce.
«Tre secondi» ti rispondo.
Scatti. Sei una furia. Non capisco più niente. Il sole si spegne. La porta sbatte.
Pronuncio lo zero. Trapassiamo correndo.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'