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La formichina

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Illustrazione di Agrin Amedì
Michele sta pensando che in questo momento gli piacerebbe moltissimo dare una schicchera alla formichina che sta sul suo davanzale. Una schicchera piccola. Giusto una spintarella verso il vuoto. Certo, se gli desse una schicchera un po' più forte le potrebbe spezzare una zampina.

Michele sta pensando che in questo momento gli piacerebbe moltissimo dare una schicchera alla formichina che sta sul suo davanzale. Una schicchera piccola. Giusto una spintarella verso il vuoto. Certo, se gli desse una schicchera un po’ più forte le potrebbe spezzare una zampina. Se fosse un po’ più cattivo, poco, non troppo, le potrebbe schiacciare anche le altre zampe così non potrebbe più muoversi e allora, lentamente, dopo qualche ora di agonia morirebbe. Una schicchera andrebbe benissimo, ma anche una lente d’ingrandimento. La potrebbe mettere sul davanzale, al sole. Gli piacerebbe mettere la formichina in un contenitore al sole. Un contenitore piccolo. Una ciotolina. E poi indirizzare i raggi solari verso la formichina attraverso la lente. Giusto cinque secondi. Forse sei. Sette al massimo. Potrebbe arrostire la formichina. Ma non troppo, diciamo bruciacchiarla. Sì, bruciacchiarla leggermente. Oppure potrebbe usare un martello. Di quelli leggeri, maneggevoli. La potrebbe seguire di nascosto mentre si intrufola dall’infisso della cucina, fradicio di pioggia, all’interno della casa. La potrebbe seguire con il martello sospeso sulla testa. Lo potrebbe fare a mezzogiorno, quando le ombre della casa sono dritte e si appiattiscono sotto ai piedi in modo tale che lei non percepisca la sua presenza. La potrebbe colpire con violenza mentre si arrampica sugli scaffali alla ricerca di qualche avanzo imputridito. La potrebbe colpire così forte che di lei non resterebbe nulla. Un colpo secco e deciso sul montante della dispensa dove la formichina cammina inconsapevole. La passata nel barattolo di vetro schizzerebbe su tutte le parti e il pomodoro macchierebbe le pareti incrostate. Pezzi di vetro ovunque, sul pavimento lurido e sporco. Ma della formichina non resterebbe nemmeno l’impressione. La formichina non esisterebbe più. Michele pensa che ne varrebbe la pena. Varrebbe la pena ritrovarsi nella sua cucina lurida e sporca, pur di annientare la formichina per sempre. Michele sta pensando. Sta pensando con il viso pesante poggiato sulla mano destra. Ha gli occhi chiusi e la testa gli ciondola lenta e svogliata, prima a destra e poi a sinistra, come se seguisse una musica nel cervello che si adagia lenta nei muscoli flaccidi del collo. Ha davanti i resti di una banana che ha massacrato con la forchetta, sterminandola nel piatto. È seduto su una sedia sbilenca e ha cominciato a grattarsi in modo ossessivo quella piccola crosticina sul braccio sinistro. È un gesto che ripete all’infinito, fino a farsela sanguinare. Michele. Michele. Parla, si chiama da solo, anche solo per ricordare il suono della sua voce. Michele, Michele, ripete stavolta la formichina. E lui apre lentamente gli occhi. Michele Michele, perché vuoi farmi del male? Chiede la formichina. Ha una voce esile, musicale. Lo sai che ci conosciamo noi due, Michele? Dice. Ci conosciamo da molto tempo, da quando sei nato, io sono sempre stata qui. Solo che tu non mi hai mai voluto conoscere, Michele. Ti ricordi? Perché non mi hai mai voluto conoscere? Ti avrei potuto aiutare. Forse, adesso, avremmo potuto essere amici. Forse. Michele ascolta. Michele guarda la formichina che se ne sta dritta davanti a lui sulle zampette inferiori mentre con quelle anteriori si liscia il muso. Smette di grattarsi la crosticina. Michele apre gli occhi. Michele capisce. Michele lo sa. Lo ha sempre saputo. La formichina è sempre stata lì. Arrampicata tra gli scaffali a mangiare gli avanzi della sua vita, nascosta tra le pieghe del divano mentre lui dormiva con il cuscino sugli occhi. Annidata tra i vestiti o solleticando la sua pelle nuda sotto la doccia. Sta pensando, Michele. Michele ha fatto finta di non vederla, anche quando la sentiva camminare di notte, attraversare le porte, pur di raggiungerlo sdraiato nel letto. L’ha percepita durante le passeggiate, le nuotate, le mangiate, le risate della sua vita. Un puntino nero, minuscolo. Nascosto negli angoli degli occhi, dove non la vede nessuno. L’ha sentita mentre si insinuava attraverso i vestiti, scivolando nei polsini delle camicie. Mi fai il solletico, diceva Michele. Ma poi se ne dimenticava e la formichina restava lì. Sotto la sua pelle. Tra i capelli. Michele pensa. E mentre pensa si rigira un coltello tra le mani. Fa scorrere le dita lungo la lama e si guarda intorno, con gli occhi cerchiati di nero. Ha alzato la testa. Cerca la formichina davanti a lui, ma non c’è più. Michele scosta la sedia che vacilla sotto al suo peso e si storce ancora un poco. Passa in rassegna tutti gli angoli della sua cucina, la cerca nelle fughe del pavimento ormai nere, la cerca lungo le crepe delle pareti, tra i piatti e le stoviglie ammucchiati. Poi, Michele la vede. La formichina. Michele ha abbassato lo sguardo. Percorre la linea delle sue gambe dal piede sino al ginocchio fino a risalire verso l’elastico delle mutande sbrindellate che premono sull’inguine. Se ne sta ferma, immobile, dentro la sua coscia nuda. La vede sotto la pelle, trasparente, che si muove piano piano. Michele ora sa cosa deve fare col coltello.

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