Condividi su facebook
Condividi su twitter

Impronte di fango

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Scommetto che la goccia ha il colore della luna. Molte notti resto ad ascoltare il suo cammino. Non posso dire di sentirmi del tutto sereno quando la sento salire, eppure ogni suo guizzo mi rincuora perché la sento ancora viva. È il silenzio che mi spaventa e mi rende immobile.

Scommetto che la goccia ha il colore della luna. Molte notti resto ad ascoltare il suo cammino. Non posso dire di sentirmi del tutto sereno quando la sento salire, eppure ogni suo guizzo mi rincuora perché la sento ancora viva. È il silenzio che mi spaventa e mi rende immobile. A volte non fa che pochi gradini, certe altre si spinge fino al corridoio del primo piano, proprio davanti alla nostra camera da letto. Per risalire il marmo bianco la goccia fa una fatica immensa. Si sente anche cadere ogni tanto, perché non riesce a rimanere ferma su quella superficie liscia e fredda e scivola giù, due o tre gradini più sotto, ploc, ploc, ploc. Più di una volta sono stato in procinto di alzarmi per fare qualcosa, ma non ne ho avuto il coraggio, non saprei come aiutarla. È una goccia d’acqua, come la prendi in mano una goccia?
La senti? Stasera ha tenuto un bel passo, forse ormai non è molto lontana dall’ultimo gradino. Deve aver trovato un sentiero più facile. Forse la terra che ho lasciato quando sono risalito con gli scarponi sporchi. Però è già passato qualche minuto dall’ultimo plic. Non si sente più. Ha ripreso a strisciare in silenzio.

Te la ricordi la scala in legno della nostra prima casa? Quella con il camino e gli armadi in noce. A te quella casa probabilmente non è mai piaciuta ma i nostri amici non facevano altro che dire quanto fosse bella. Era bella non per le cose che c’erano dentro, non era una questione di stile. Affondati in quei divani morbidi pieni di cuscini sporcavamo il tavolino di patatine e cerchi di vino, allungavamo un piede nudo per afferrare un’altra bottiglia e c’era sempre ritmo, il ritmo del fuoco che bruciava lento il grosso ceppo nel camino, il ritmo di una spazzola che accarezzava la voce morbida di Ella Fitzgerald. La tua poltrona blu non la toccava nessuno. Era il posto da cui guardavi, da cui ti accorgevi se mancavano le noccioline o se entrava troppa corrente dalla finestra. Non si scaldava mai. Giocavamo a carte, ai mimi, cantavamo. Ti ricordi Luca? Voleva sempre cantare Perdere l’amore. Non la finiva mai, arrivato a «Perdereee…» scoppiava a ridere. Scommettevamo sempre su quanto avrebbe tenuto l’acuto, e ridevamo fino alle lacrime.  Poi si tornava tutti a bere i fondi di bottiglia rimasti. Ma bastava un’occhiata di sfuggita, di quelle che solo tu riuscivi a incastrare tra un tintinnare di bicchieri e uno strascico di risata, per comunicarmi che la serata era finita. Mi lanciavi un incantesimo, facevi scivolare il blu della poltrona fin dentro i miei occhi. Sedato e ricomposto, mi staccavo in silenzio dalla comitiva per aiutarti a portare le stoviglie sporche in cucina. Tornavo in soggiorno strofinandomi le mani e guardandomi intorno a casaccio, cominciando a girovagare per la stanza con le braccia dietro la schiena, passando in rassegna i miei libri riposti sugli scaffali, come un ospite in casa mia. La magia sembrava strisciare anche in mezzo agli ospiti. Avevano fretta all’improvviso, sembravano presi dall’imbarazzo di aver scambiato per le ultime tre ore la nostra casa con quella di un’altra coppia, quella dove ci si diverte. E il freddo arrivava prima ancora che aprissimo la porta per i saluti. Ogni volta, quando chiudevo la porta dietro l’ultimo degli invitati, restavo a guardare per terra davanti all’uscio. Non udivo nulla. Sentivo freddo.

Sento freddo anche adesso. La goccia non si sente più. Temo che si sia fermata. Eppure pensavo che un po’ di gincana tra le macchie di fango potesse divertirla e incoraggiarla. Detesto quando striscia senza farsi sentire. È un silenzio sinistro quello della sua presenza impercettibile. Non so dov’è, non so neanche se è lì dietro la porta oppure se è ripiombata in fondo. Cerco invano di fermare ogni muscolo del mio corpo per cogliere anche il minimo segno della sua presenza. Ma niente, è immobile, chissà dove. Mi passo il lenzuolo morbido tra le labbra secche e fisso l’altissimo cipresso nero che ondeggia anche con il più timido vento e sembra rimbalzare da un lato all’altro della cornice della finestra. Mi giro e resto a guardarti mentre dormi con la bocca leggermente dischiusa. Mi vuoi parlare? Fuori sento il vento soffiare sempre più forte; ormai il cipresso starà ondeggiando vertiginosamente, forse tra un po’ la sua punta aguzza toccherà terra. Ha cominciato a piovere, anzi sta proprio diluviando. La luce dei lampi infilza con violenza sorda il manto nero della notte. Poi la sua furia esplode, si sfoga, fa tremare i vetri. La pioggia scroscia contro il vetro, come immense secchiate d’acqua.
La sento di nuovo.

A fine serata, prima di andare a letto, ogni cosa veniva rimessa al suo posto, le superfici venivano ripulite, i cuscini sprimacciati e il tavolino riallineato al divano. Ti aspettavo sul letto, un po’ intontito, col mento sulle ginocchia e gli occhi ridotti a una fessura. Non era l’alcol, spesso avrei voluto che lo fosse.
Saliva piano. Non avevo fin da subito la percezione netta del suo movimento. Il suo incedere era ogni tanto interrotto dal tuo spazzolino che ricadeva dentro il bicchiere o dal cigolio del portasciugamani. Dapprima l’avvertivo come un distante tumulto di tuoni, presente ma ancora troppo lontano per essere preso in considerazione. Poi si avvicinava con passo costante ed era allora che cominciavo a udire il suo vero suono: plic, plic, plic.

Batteva dentro di me, mi restituiva una sobrietà grigia che avrei volentieri barattato con il vomito nauseante di una sbronza. Erano quelle le notti in cui la goccia cominciava a farsi spazio tra di noi. Entravi in camera da letto già in camicia da notte. Osservavo il tuo sguardo passare liscio dal cellulare alla tv. Tenevo apposta un piede sul lenzuolo per cercare di farti girare, almeno per il fastidio, almeno perché ero un peso sul quel letto che ti scopriva la schiena. Era un grido invisibile, il mio. Sembravi perfettamente a tuo agio, appagata. Ti avevo davanti, immobile e silenziosa, con gli occhi aperti, il volto illuminato dal bagliore bluastro dello schermo acceso. Ti stropicciavi il naso come una bambina, ti distendevi un po’ scomposta con un braccio dietro la testa e in pochissimo tempo gli occhi ti si chiudevano. Restavo ore a guardarti, abbracciato alle mie ginocchia, nella stanza blu. Allora la goccia cominciava a parlarmi, a farmi sentire il suo suono, a tenermi compagnia. Non capivo le sue parole, ma il suo movimento mi dava conforto, mi faceva sentire vivo, dopo tutto.

Adesso è tornata. La sento che risale dal fondo delle scale. Era finita in fondo, il temporale deve averla svegliata. Sembra che da un momento all’altro la furia del vento possa staccare la nostra casa dalle fondamenta e farla volteggiare nel cielo nero. Sembra che anche i muri comincino a tremare.
Lei continua la risalita. Adesso è più veloce, sembra non sentire la fatica. È arrivata alle impronte di fango, se ne sta anche portando dietro qualche frammento. Si è sporcata, è marroncina, torbida, ma più grossa, più forte: ploc, ploc, ploc. Il cipresso là fuori ormai sembra essersi del tutto prostrato alla forza del vento che lo tiene piegato parallelamente al terreno, strappando via interi pezzi di chioma. Solleva le auto, rovescia i cassonetti, fa ruotare in cielo i pali dell’illuminazione come eliche impazzite.
Mi alzo in piedi, ti guardo mentre continui a dormire ferma e serena. Il pavimento comincia a vibrare, tutto comincia a muoversi verso di me. Mi ritrovo stretto tra il letto e il muro. Di colpo sento come uno sparo e la finestra si spalanca, facendo entrare una burrasca furiosa. Sento la goccia che bussa, oramai è qui, sento i suoi colpi insistenti, non la posso più fermare.
«Guardami!»
Non spaventarti. Sono io. Non tirarti le coperte addosso, no, non devi temere. Vedo i tuoi occhi pieni di paura, non voglio spaventarti. Hai sentito la mia voce? Quella è la mia voce. Avvicinati. Ecco, prendi la mia mano, vieni qui accanto a me, non avere paura. No, non accendere la luce. Ci basta la luce della luna per vederci questa notte. Vieni alla finestra e guarda. La luna sposta gli oceani, lo sai? Ma sposta anche le gocce. Ecco, tocca il mio viso. Guarda, la vedi? È di questo che ti voglio parlare.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'