Condividi su facebook
Condividi su twitter

Aquaman nel deserto

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Tutto è nato quando zio Faruk ha portato noi bambini a vedere il film con gli eroi americani. Usciti dalla sala, dopo due ore di film e pop-corn, mio cugino Salim gonfiandosi il petto aveva detto: «Io voglio essere Superman!». Suo fratello Rami voleva esser Hulk e insieme mi avevano guardato e mi avevano chiesto: «E tu?».

Tutto è nato quando zio Faruk ha portato noi bambini a vedere il film con gli eroi americani. Usciti dalla sala, dopo due ore di film e pop-corn, mio cugino Salim gonfiandosi il petto aveva detto: «Io voglio essere Superman!». Suo fratello Rami voleva esser Hulk e insieme mi avevano guardato e mi avevano chiesto: «E tu?». E io non avevo una risposta pronta. Perché io sono così, ci devo pensare alle cose. Voglio capirle, valutare i pro e i contro. Così ho deciso di ragionarci la sera stessa, prima di addormentarmi. In quello spazio della giornata tutto mio in cui sognavo viaggi, vivevo avventure e immaginavo di essere io stesso un eroe. Così, lì nel mio lettino, ancora eccitato per quel film incredibile, per i suoi colori, le esplosioni fragorose, i combattimenti infiniti, le tute sgargianti dei super eroi… Ecco, deve essere stato in quel momento che ho visualizzato il verde smeraldo, il tridente dorato e mi sono detto: «Io voglio essere Aquaman!».
Poi, prima di addormentarmi, ho fatto come mi diceva sempre la nonna Farida: «Scrivi un voto agli dei come facevano i nostri antenati. Chiamali a te. Chiedi loro ciò che desideri». E io, come un novello invocatore di antiche divinità, ho scritto una lettera ad Aquaman, come fosse uno dei nostri antichi dei.

Oh, re dei flutti che cavalchi gli squali, che nuoti con le balene e che sei così magnanimo, che parli perfino con quegli stupidi dei gamberetti, vieni da me qui a Mut. Fammi tuo discepolo, insegnami i segreti del mare e degli oceani profon…

Non ricordo cos’altro volessi scrivere perché mi sono addormentato e la saliva la mattina dopo aveva cancellato metà delle parole sul quadernino. Però so che nonna Farida aveva ragione. Quella mattina, infatti, sarebbe stata la mattina più felice della mia intera vita di otto anni: lui, Aquaman in persona, era accanto a me con gli occhi sgranati. Tossendo come il signore che vende il tabacco nel chioschetto vicino allo studio del dottor Salem ad Al Farafra. Aquaman era lì, vivo e vegeto e imprecava con mille parolacce americane che non ho mai sentito. Diceva che non riusciva a respirare, che aveva bisogno di acqua e io ridendo eccitato gli dicevo: «Ma come acqua, amico mio? Siamo a Mut, siamo nel cuore del deserto del Sahara, nel glorioso Egitto dei faraoni. Di sicuro qui non ci sei mai stato. Dai, usciamo! Adesso ti presento ai miei amici». Lui con quello che ormai sembrava un rantolo d’asma aveva continuato a imprecare, ma io non mi formalizzavo. Eravamo una squadra ora e tra l’altro era tempo che io, uomo di otto anni, imparassi certe parole come i veri uomini. Anzi, ero fiero che a insegnarmi le parolacce fosse Aquaman lo yankee. Vorrei dirvi che tutto fu come un film e che io me ne andavo salvando la città dai pericoli che la assediavano, ma quella storia dell’asma di Aquaman finì col portarci via molto più tempo del previsto. Io, poi, che ero un bambino sanissimo come una gazzella dal dottore non ero mai stato, così mi sono ingegnato alla buona e ho portato Aquaman nello studio del dottor Salem, il veterinario. Che poi aveva senso, visto che Aquaman è mezzo uomo e mezzo pesce. Il dottor Salem era un veterinario tutto d’un pezzo che non si era scomposto neanche quando aveva dovuto sfilare il soldatino entrato per errore nel di dietro del cane di nonna. Nel vedermi arrivare aveva detto serio indicando Aquaman dalla porta dello studio: «Spero di non dover estrarre un soldatino anche da quello». La diagnosi fu breve ma chiara: «Rayan, il tuo amico ha le branchie. Qui a Mut gli do altre sei ore di vita, poi lo dovrai buttare come il girino che tenevi nella scatola delle scarpe. Poi, per favore, di’ a tua nonna che la gatta deve essere sverminata e che mi chiamasse per il solito appuntamento».
Io ringraziavo il dottor Salem, mentre Aquaman era svenuto. Non so se per le parole di scarso ottimismo del veterinario o per il caldo e l’asfissia, visto che aveva continuato a boccheggiare. Comunque ero deciso. Non avrei perso anche lui come avevo perso il criceto e il camaleonte. A quel punto era diventata una questione di principio con il veterinario che più volte era stato il triste Anubi dei miei animali domestici. Usciti dalla visita volevo raggiungere i miei amici e mostrare il mio nuovo eroe personale. Aquaman, che ormai si trascinava, sembrava dicesse qualcosa tipo: «Ragazzino, ma non hai un cuore?». Ma io ero preso da tutta quella incontenibile eccitazione e lì per lì non ho dato troppo peso alle sue parole. Ho cominciato a capire che qualcosa non andava quando voltandomi ho visto Aquaman bere da una pozzanghera o cercare di nuotarci, non ne sono sicuro. Non sono sicuro neanche che fosse acqua visto che non pioveva da settimane. Più probabilmente era piscio di bestia, ma sembrava così importante per lui che non mi sono sentito di dirgli nulla. Gli ho sorriso e mi sono limitato a dire: «Sono felice che tu ti stia ambientando, vedrai che Mut ti piacerà!».
Lui aveva gli occhi molto rossi, ma la sabbia fa così a tutti i forestieri e così non gli ho dato peso. Del resto erano quasi le undici e dovevo correre se volevo raggiungere gli altri al campetto. Per strada capitava questa cosa strana che i gatti ci seguissero. Forse annusavano la metà pesce del mio eroe o forse lo avevano riconosciuto, non so. Fatto sta che mi dovetti armare di bastone per staccarne un paio dai polpacci di Aquaman che non combatteva. Pensavo fosse strano che non si difendesse, ma poi ho realizzato che non lo faceva perché era un vero eroe lui e non se la sarebbe mai presa con dei gatti indifesi. Il sangue dei graffi sulle sue gambe brillava come una medaglia. Quando arrivai al campetto non potevo credere ai miei occhi: i genitori di Nadir gli avevano comprato il pallone da calcio di cuoio come quello delle partite della televisione! Avevamo sperato per anni di avere un pallone vero, non un barattolo, non una matassa di stoffa, ma un pallone vero che rimbalzasse. Ed era lì, davanti ai miei occhi. Ora colpito da Nadir ora da Rashad. Poi un passaggio a Omar. Insomma, giocammo per ore. Era davvero la giornata più bella della mia vita di otto anni. Tornando a casa, era quasi sera, non vedevo l’ora di dire alla mia mamma tutto quello che mi era successo in quel giorno fantastico con quel pallone di cuoio teso e gonfio che quando lo colpivo col dorso del piede mi faceva male – come ero sicuro facesse male ai nostri calciatori preferiti. Volevo raccontare alla mamma di quel goal segnato da lontano che Omar non era riuscito a parare, di come Nadir e Rashad mi avevano tirato su e portato in trionfo come il calciatore che segna il goal nella finale della coppa del mondo. Che giornata incredibile! Forse un giorno sarei stato un grande calciatore io stesso e sarei tornato a Mut per salutare i miei amici e raccontare le mie avventure.
Solo arrivato alla porta di casa ho realizzato che avevo scordato Aquaman da qualche parte. Aquaman era alto un metro e novanta e sarà pesato 90 kg, quindi ho stimato che, con la fame che avevano da quelle parti, sarebbero bastati all’incirca 5 gatti per finire l’eroe in poco più di un’ora. È stato lì, dopo quei rapidi calcoli, che mi sono detto: «Rayan, vedrai che con un cane andrà meglio».
Perché io sono così, sono uno che non perde mai l’ottimismo e il dottor Salem questo lo sa perché di animali ne ha messi tanti a dormire prima di Aquaman.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'