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Una ventiquattrore

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sistemò accuratamente la sua ventiquattrore nella cappelliera sopra il sedile; la dispose per verticale in modo che non occupasse troppo spazio e che fosse ben distante dagli altri bagagli.

Sistemò accuratamente la sua ventiquattrore nella cappelliera sopra il sedile; la dispose per verticale in modo che non occupasse troppo spazio e che fosse ben distante dagli altri bagagli. L’appoggiò su un lato, con l’apertura rivolta verso la parete. Era una bellissima borsa artigianale in pelle di vitello color cuoio, stile vintage, di forma rettangolare, le cuciture in tessuto trapuntato, i bottoni in ottone, leggermente scolorita sugli angoli; anche sul manico e sulla tracolla si notavano i segni inconfutabili del tempo. Gliel’aveva regalata sua moglie nel giorno del cinquantesimo compleanno; un giorno ormai lontano e offuscato nella memoria, di cui rimaneva solo quell’oggetto consumato dagli anni. 
Prima di sedersi, controllò che fosse ben chiusa e passò velocemente le dita sottili su ogni scomparto. Poi, inquieto, la riprese e l’aprì nuovamente per verificare che ogni cosa fosse al posto giusto: il computer portatile, il portadocumenti, l’agenda con la penna stilografica agganciata, il quotidiano con le ultime notizie di economia politica estera comprato qualche minuto prima all’edicola. C’era tutto. Quindi la richiuse, ripetendo il rituale daccapo.
Infine, portandosi le mani alle tasche della giacca e dei pantaloni, che insieme formavano un elegante abito sartoriale blu scuro, si accertò di avere con sé il restante necessario: il telefono cellulare con gli auricolari, un pacchetto di fazzoletti balsamici, il portafoglio.
Finalmente sprofondò nel sedile, sfinito. 
Chiuse gli occhi e per un attimo rimase immobile, pensieroso, accigliato; una ruga gli si marcò profonda sulla fronte esattamente sopra il naso, strinse le labbra in una smorfia di disappunto, chinò la testa e si lasciò calare nella larga poltrona, spostandosi con il ventre in avanti e allungando le gambe. 
Dopo qualche minuto, come risvegliato da un orrendo incubo, si destò di soprassalto. Si rimise composto, fece per schiarirsi la voce e cominciò a guardarsi intorno in modo convulso, girando il capo ora a destra ora a sinistra, quasi a volersi orientare e fissare i punti cardinali di quella momentanea dimensione spazio-temporale in cui si trovava. Teneva le mani saldamente ancorate alle estremità dei braccioli del sedile, a formare un perfetto angolo retto tra il gomito e la spalla. Il suo abito, impeccabile, sembrava fosse stato appena confezionato. La camicia allacciata fino al collo e la cravatta stretta al bavero, in contrasto con il completo, pareva non lo lasciassero respirare. Ogni tanto, senza che se ne rendesse conto, il suo piede sinistro cominciava ad agitarsi, sbattendo la punta contro il pavimento secondo un movimento frenetico che poi bruscamente si interrompeva.
Accanto a lui il posto era vuoto, ragion per cui – si disse – avrebbe potuto portarci la borsa. Ma decise di aspettare finché l’aereo fosse decollato. 
Intanto, dall’altra parte del corridoio, lungo la sua stessa fila, stavano per sedersi due bambini, un piccolo fanciullo e una ragazzina poco più grande, entrambi biondi e con gli occhi chiari, spensierati e ancora per nulla scalfiti dalla spietatezza della vita; dovevano essere fratelli perché poco più in là vi era una coppia di adulti che rivolgeva loro mille attenzioni: prima con un peluche, poi con un quaderno da colorare e infine con una merendina. Dopo aver allacciato loro le rispettive cinture, ripetendo invano le stesse raccomandazioni, disposero i vari bagagli, zaini e borsette; un po’ troppi per essere solo in quattro. Anzi, in tre se si consideravano i due piccoli mocciosi, osservò l’uomo. La giovane donna ogni tanto sbuffava in segno di stanchezza e di impazienza, commentava qualcosa a bassa voce senza che nessuno la capisse; il marito, dal canto suo, era vigoroso nei movimenti, staccava le valigie da terra con una tale energia per poi portarle sulla cappelliera senza colpo ferire. Di tanto in tanto, quando lo sforzo sembrava essere intollerabile, emetteva un gemito che poi veniva prontamente seguito da un gridolino di compiaciuto stupore.
Beata gioventù, pensò l’uomo con noncuranza. Pensò anche di averla scampata bella questa volta: per fortuna c’era ancora un corridoio a dividerlo da quella famiglia un po’ grossolana e la sua borsa era alloggiata su un’altra cappelliera. 
Stizzito, l’uomo girò seccamente il capo, indossò le cuffie del cellulare e, fissando il poggiatesta del sedile di fronte al suo, sul quale era affisso il display spento, tornò a concentrarsi sul motivo di quel viaggio, sull’incontro con gli eminenti esponenti di partito che l’attendeva nelle aule del dipartimento economico designato. Rifece a mente lo schema degli argomenti da affrontare e i tratti salienti della proposta di legge da presentare. Con la classica dose di autostima che sempre lo distingueva, si ripeté che la mozione era stata curata nei minimi dettagli, pertanto avrebbe di sicuro e come suo solito ottenuto i risultati prefissati. Solo nei momenti in cui sembrava lasciarsi andare ai pensieri più remoti della sua testa questa convinzione lo abbandonava e le sopracciglia curate inconsciamente si inarcavano in un’espressione di preoccupazione mista a disagio.
Il velivolo decollò. Un Boeing 737 di linea di ultimissima generazione, dotato dei migliori comfort di bordo, di ampi sedili in ecopelle con caldi plaid in dotazione e si librò leggero nell’aria, staccandosi dalla pista a una velocità assurdamente elevata, lasciando dietro di sé – come ogni volta – un paesaggio che diveniva man mano sempre più piccolo e insignificante.
Nell’arco di pochi minuti l’aereo virò leggermente a destra, superò gli strati dell’atmosfera, passò attraverso i densi banchi di nuvole candide e infine raggiunse la quota di crociera stabilizzandosi all’altezza desiderata.
L’uomo si rilassò, posizionò il bocchettone dell’aria condizionata verso di sé e cominciò a leggere il quotidiano che aveva poc’anzi estratto dalla 24 ore, finalmente divenuta sua vicina di posto. Inutile dire che la presenza della borsa, nel sedile accanto, lo confortava. Era la migliore compagnia che potesse desiderare: utile e silenziosa. Tuttavia, ogni tanto, con la coda dell’occhio inevitabilmente volgeva l’attenzione alla famiglia seduta qualche metro più in là: i due bambini avevano già tolto le cinture, il più piccolo si arrampicava sullo schienale del sedile tra i continui richiami della giovane madre che lo prendeva per la maglietta e lo rimetteva inutilmente al suo posto. La sorellina osservava divertita la scena e, di tanto in tanto, soffocava una risatina isterica. Il ruolo del marito sembrava del tutto superfluo dal momento che, a intervalli di tempo regolari e senza mai alzare gli occhi dalla guida turistica che era intento a studiare, rivolgeva indistintamente un rimprovero verso l’uno o l’altro figlio.
Quella commedia venne di colpo interrotta dall’arrivo di una graziosa hostess dalla lunga coda di cavallo e dai seni stretti nella camicia verde bottiglia che, rivolgendosi a lui con un sorprendente e rassicurante sorriso, gli chiese se gradisse una bevanda o uno spuntino. L’uomo rispose con un secco no e tornò con lo sguardo sulla sua lettura. 
La concentrazione non durò a lungo: il fruscio delle bustine di plastica che venivano aperte e poi accartocciate in un crescendo di decibel, lo schioccare soddisfatto delle labbra, la rumorosa masticazione, gli scambi di battute e gli sguaiati sorrisi di quei vicini di viaggio poco gradevoli continuavano a distrarlo. 
Mentre l’uomo manteneva attonito lo sguardo fisso su di loro, sovrappensiero, l’aereo ebbe un sussulto. Come se qualcuno o qualcosa li avesse improvvisamente urtati su un fianco. Ma ciò non poteva essere possibile, visto che erano in aria, sperduti in qualche lembo di cielo, a qualche centinaio di migliaia di chilometri sopra qualche continente. In realtà non aveva la benché minima idea di dove fossero. Sentiva solo il velivolo sbandare inesorabilmente mentre dava delle enormi scosse prima da una parte e poi dall’altra. Il corpo dell’uomo, come fosse una massa priva di muscoli e ossa, veniva a sua volta trascinato con violenza nel repentino movimento del mezzo. Le mani incollate al sedile, le gambe rigide, la testa in subbuglio, un sibilo assordante nei timpani. Sentì, come da lontano, la voce del comandante blaterare qualcosa dagli altoparlanti, seguito dalle strilla incontrollate degli altri passeggeri e vide il segnale acceso sopra la sua postazione che indicava il divieto assoluto di alzarsi. Ma non sarebbe riuscito ad andare da nessuna parte. Era immobilizzato, terrorizzato. Gli arti inferiori paralizzati.
Non troppo lontano da lui, c’era la bella hostess con la coda di cavallo, ferma sul suo sedile in testa all’aereo con le cinture strette: aveva gli occhi serrati e una lacrima le rigava le guance perfettamente truccate.
Improvvisamente, colto da una maledetta disperazione, dal desiderio irrefrenabile di condividere quel tragico momento con qualcuno e accaparrarsi un seppur vano sollievo, si girò verso la famiglia vicina. I quattro erano stretti gli uni agli altri, i bambini disperati si stringevano tra le braccia dei genitori che a loro volta si tenevano stretti per la mano. L’uomo era totalmente invisibile ai loro occhi. 
Egli invece li osservava imperterrito, non distolse mai lo sguardo da loro, reprimendo un sentimento di stizza. Ebbe un moto di compassione, ma questa volta verso sé stesso. Era lì solo, con la sua borsa griffata e i suoi costosissimi gadget all’ultima moda. Sua moglie doveva essere da qualche parte nella sua città di origine, probabilmente con il suo nuovo compagno o addirittura in vacanza con le amiche su un’isola tropicale molto lontana. Beata lei. Non avevano avuto figli. Avevano deciso insieme di non averne, credendo stupidamente di potersi bastare l’uno all’altra per sempre. Fermamente convinti che il loro lavoro e la loro carriera li avrebbero resi invincibili, ma soprattutto felici. E avevano lasciato trascorrere un’intera esistenza forti di questa convinzione, fieri e determinati, senza temere mai alcun rimpianto. Si erano fatti beffa del tempo che, malgrado tutto, sarebbe passato e della vecchiaia che presto sarebbe sopraggiunta nelle loro vite. Giovani e belli, si erano sentiti forti della loro salda unione che niente e nessuno avrebbe osato distruggere – a parte la noia e poi la routine, che al contrario non avevano dato loro scampo tramutando l’idillio in un triste inferno dal quale l’unica soluzione fu quella di scappare. Ognuno per la sua strada. 
L’uomo fu improvvisamente rapito da questo flusso inarrestabile di pensieri; la sua vita ora appesa a un filo, gli stava ingiustamente mostrando il conto. Cosa aveva fatto negli ultimi anni? Collezionato un successo dopo l’altro che non aveva potuto condividere se non con persone costruite in un mondo fatto di sciocche illusioni? Ammucchiato tanti di quei soldi da non sapere più come spenderli se non per offrire cene o regali a beceri individui che desideravano la sua compagnia solo per sporco interesse? Era diventato un essere cinico, offuscato dall’avidità, stordito dalla brama di potere. Un essere senza sentimenti, a tratti malvagio, circondato da altri esseri spregevoli. Era diventato tutto ciò che, quando aveva conosciuto sua moglie, si era promesso di non diventare mai. Per amor suo e del loro matrimonio. 
Com’era potuto succedere? Non seppe darsi una spiegazione. Non lo ricordava più. Si sentì come se qualcun altro, con prepotenza, si fosse insediato nella cabina di comando della sua esistenza e l’avesse guidato, contro la sua volontà, verso una direzione ignota.
Chiuse nuovamente gli occhi e pregò. Pregò che l’areo smettesse di ballare, che la perturbazione passasse lasciandolo incolume, che la vita gli desse una seconda opportunità, il modo e il tempo di recuperare tutto ciò che aveva disgraziatamente perduto o lasciato andare. 
Passarono alcuni minuti interminabili durante i quali il velivolo ebbe ancora diversi sobbalzi e perdite di controllo, in cui i pensieri sempre più nevrotici si accavallarono nella mente dell’uomo quasi soffocandolo, finché – quando sembrava che il destino fosse ormai segnato – tornò la calma. Il regime turbolento era cessato: l’aereo vi era passato attraverso così come l’uomo aveva rivissuto il suo passato. Reduci da una tale tormenta, sconvolti e confusi, erano incredibilmente sopravvissuti. Erano di nuovo stabili. L’uomo si guardò sgomento prima le gambe, poi le mani. Tremava ancora tutto ma era vivo. Neanche una piega sull’abito. Né un capello fuori posto. 
Il clima a bordo si distese, timidi sorrisi di consolazione tornarono sui volti dei quattro vicini e su quello della giovane hostess. Le lacrime vennero asciugate. Pian piano tutti si rimisero in sesto, comodamente seduti nelle proprie sedie, guardandosi intorno con stupore.
Dopo qualche istante la hostess si alzò, si sistemò la gonna e riprese ad andare su e giù con il suo servizio portatile di ristoro; avvicinandosi con disinvoltura ai passeggeri, gentilmente offriva loro dell’acqua.
I due bambini scesero dai sedili e iniziarono a scorrazzare lungo il corridoio, rincorsi dalla giovane madre che stremata tentava di farli tornare al proprio posto mentre il marito, imperturbabile, continuava a cercare chissà cosa sulla sua banale guida turistica. 
Infastidito da tutto quel trambusto, l’uomo si voltò verso la sua amata borsa, fedele compagna di viaggio e di vita. Rasserenato dalla visione di quest’ultima, tornò alla lettura del quotidiano. Rinvigorito, ogni tanto si interrompeva per sollevare gli occhi verso un punto non ben identificato davanti a lui e ricordare a mente il discorso che di lì a qualche ora avrebbe dovuto tenere al cospetto di una platea ammaliata composta da altrettanti uomini di affari e cinici rappresentanti politici accorsi per ascoltare ogni sua parola e pendere dalle sue labbra. 
Col pensiero cominciò a pregustarsi il gran finale, gli applausi e le strette di mano di coloro che, con frasi allettanti e atteggiamenti suadenti, gli sarebbero accorsi intorno per congratularsi e brindare al suo potere e al suo successo. Tutte quelle fantasie gli fecero inconsapevolmente apparire un ghigno sul lato sinistro della bocca. Niente lo rendeva più felice e pieno di sé. 
Guardò fuori dal finestrino con piglio deciso e impenetrabile, strinse gli occhi verso l’orizzonte, serrò i denti e decise che, appena avesse fatto ritorno a casa, avrebbe organizzato una serata di gala per festeggiare con colleghi e conoscenti la buona riuscita di quell’appuntamento di lavoro.

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