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Illustrazione di Agrin Amedì
Bianca non è mai stata fortunata. Bella sì, con gli occhi grandi, il naso dritto e sottile e la bocca a cuore. Un’attrice del cinema. Ma sfortunata un bel po’. Intanto è figlia della donna che tutti chiamavano la matta, perché nessuno la nominava mai davvero e anche la famiglia si era dimenticata il nome.

Bianca non è mai stata fortunata. Bella sì, con gli occhi grandi, il naso dritto e sottile e la bocca a cuore. Un’attrice del cinema. Ma sfortunata un bel po’. Intanto è figlia della donna che tutti chiamavano la matta, perché nessuno la nominava mai davvero e anche la famiglia si era dimenticata il nome. Bianca è figlia della matta e di chissà. Perché la matta andava con gli uomini per soldi e vattelappesca chi sarà stato questo signor Chissà, forse un militare americano, o un geometra del catasto o forse un avvocato. La notte Bianca moriva di paura, che c’era solo una tenda a separarla da tutti quei rumori, dai sospiri e dagli ansimi e la matta le aveva dato un coltello da tenere sotto il cuscino e la bambina qualche notte sognava un uomo infilarsi nel suo letto e si svegliava sudata, col coltello in mano e pronta a bucargli il cuore.
La matta, che era matta per davvero, girava per il paese con tutte le pentole in un sacco, ben poca roba per la verità, ed è morta così, lungo la strada. Ecco, la strada. Sono passati gli anni, Bianca è sposata, ha messo su famiglia e, quanto è buffo, l’uomo si chiama Neri. Bianca e Neri, sembra quasi una coppia da teatro. Che bella coppia, di più, bella famiglia, son nati i figli, due meraviglie, alti belli, tutti la mamma. Poi la strada, di nuovo, anche loro come la nonna muoiono in strada, ma senza un sacco, senza una padella. In sella a una moto.
Neri smette di lavorare e inizia a bere, sempre più spesso, e se lei gli nasconde la bottiglia lui la picchia, così Bianca piange due volte, per il cuore spezzato e l’occhio nero.
Abitano nella vecchia casa di famiglia, una campidanese ormai mezza diroccata, con qualche muro di ladiri crollato e gatti colorati stesi al sole. Non hanno nomi da gatto, ma di persone.
La casa ai tempi che furono doveva essere stata bella, i fregi in gesso sopra le finestre e gli affreschi sui soffitti. A Bianca piace quello del salotto, col cielo azzurro un po’ scrostato, mazzi di fiori e cherubini con guance grassottelle e facce adulte. Uno dei cherubini ha pure i baffi e non di quelli sottili e delicati o la peluria dei ragazzini in crescita, proprio un baffo deciso, pieno e corto sovrasta il centro della bocca. Sembra Hitler e Neri dice che un giorno o l’altro prenderà la scala alta, quella per arrivare al tetto e riuscirà a cancellarli. Neri dice anche che dovrebbero andare via, perché quella casa lì porta sfortuna, ma Bianca pesta i piedi come una bambina, vuole quelle stanze, proprio quelle, piene di scatole che ingombrano il passaggio e gatti ovunque e giura che non se ne andrà mai, neanche morta.
Sembra una matta Bianca, e forse lo è davvero, ma solo un poco. Ha una disperazione pazza in tutto il corpo, la testa, il petto e la punta delle dita vanno per conto loro, camminano, come fossero gambe delle mani. Qualche volta le impazziscono anche gli occhi, si aprono spaventati, tondi tondi. Nelle scatole legate con lo spago ci sono tutte le cose dei ragazzi. Giochi, vestiti, quaderni della scuola, non ha buttato niente, come se conservare le cose le consenta di dimenticare che se ne sono andati via, per sempre. Con quelle scatole impilate, il tempo sembra essersi fermato a metà storia, metà del viaggio, metà trasloco in cui qualcuno si sia dimenticato di portare con sé un pezzo di vita. Le torri di cose inscatolate raggiungono il soffitto e qualcuna, addossata a una finestra, toglie la luce. Qualcuna perde l’equilibrio e cade, spesso per via di un gatto troppo grasso, che sbaglia il balzo e atterra malamente. Bianca passa il tempo a pulire, ma l’odore dei gatti mischiato a quello del pollo che gli cucina tutti i giorni rende l’aria pesante, un po’ schifosa.  Questo è un problema.
La casa sta al centro di un piccolo paese e la gente protesta, col naso in aria fa smorfie con la faccia, la puzza arriva, invade, entra dalle finestre e poi ristagna, ma lei non vuole cambiare niente e guai a chiunque provi a suggerire di eliminare anche solo una scatoletta, un cappellino, una scarpa vecchia o un gatto. Non ti fa neanche avvicinare, fosse il sindaco o l’assistente sociale, che le cose dei ragazzi guai a toccarle e i gatti pure. I vicini di casa di Bianca brontolano a voce alta che la dovrebbero rinchiudere, un manicomio sarebbe l’ideale se ancora ce ne fosse uno, perché con tutta la burrumballa che ci ha in testa quella donna, la puzza non passerà, resterà, pesante come una coperta. E poi la gente del paese lo sa che la madre di Bianca pazza lo era davvero e quindi, due più due: «È facile – dicono – pazza la madre e pazza la figlia».
Da un po’ di tempo Bianca e l’assistente sociale, sono diventate quasi amiche e quando la donna va a trovarla, lei esclama: «Che gioia rivederti bellixedda!». Poi senza fermarsi inizia a raccontare, di sé, dei gatti, del marito, che da quando sono morti i ragazzi beve sempre, sempre ubriaco ed è per quello che non può salire sulla scala a cancellare i baffi al cherubino, lui dice dice, ma non lo farà mai, perché inizia già dalla mattina e quando lei lo sgrida sono botte. Vino e regali. A Neri gli è venuta questa fissa, beve e regala tutto ciò che capita, anche il fermacravatte d’oro, che quello era un regalo dei ragazzi e i regali delle persone morte non si danno agli estranei, grida Bianca, specie se sono figli.
L’assistente sociale la ascolta senza dire niente e pensa che Bianca deve avere, nascoste in quelle spalle fragili e appuntite, delle bombole di ossigeno e  speranza, perché riesce a parlare senza interruzione per ore, sempre sorridente, sia che racconti dei gatti che dei figli morti o dei calci che prende dal marito. A volte si ripete e ripete e ripete, sempre le stesse cose, e chissà se la sua testa si accorge o gira a vuoto.
Un giorno quando già erano diventate quasi amiche, l’assistente sociale le ha detto che forse ha ragione Neri e quella è una casa sfortunata, perché tutto sembra un po’ troppo, e ha iniziato a fare l’elenco: la mamma matta e puttana, il padre signor Chissà e l’incidente che ti muoiono due figli e il marito sempre ubriaco che ti picchia.
Dice che è proprio il caso di cambiare, forse le piacerebbe una bella casa di riposo vicino alla spiaggia, a sentire tutti i giorni il profumo del mare, ma Bianca risponde no, no, no, no e poi no, che lei non cambia proprio niente e che se Neri insiste può andarci lui, ma se la quasi amica vuole sapere come la pensa lei, la casa non c’entra niente, il problema è Dio che si è annoiato. Dopo averla creata così bella, con gli occhi grandi e con la bocca a cuore, l’ha messa da una parte e si è distratto a fare mosche, zanzare e scarafaggi e altri esseri brutti e fastidiosi. Poi si è stancato e ha detto: «E mo che faccio? Mi sa che quasi quasi mi metto a tirar pietre». Perché Dio quando si annoia tira pietre e Bianca l’ha colpita tante volte.
Lo dice facendosi il segno della croce con il rosario stretto in una mano e l’altra ad aggiustarsi la lunga treccia grigia sulla nuca, per scusarsi di quella accusa fatta a un Dio che non vorrebbe vederla spettinata.
Neri e la quasi amica inventano una scusa, dei lavori a casa, urgenti, bisogna spostarsi, ma sarà per poco, tre settimane al massimo, una stanza alla casa di riposo, le scatole no, non possono portarle, lo spazio è poco e neanche i gatti, ma ci penseranno i vicini.
Bianca ha capito. «Sono pazza, non scema» dice ai gatti e corre a prendere la scala, quella alta, per cancellare i baffi al cherubino. Ha in mano un pennarello rosso e sul visetto paffuto compare una ferita, un grosso buco, adesso sembra che il cherubino urli, ma almeno i baffi non ci sono più.
Poi dall’ultimo gradino spicca il volo.
Tanto lo sa, che Dio non sbaglia mira.

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