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Almeno stasera


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Illustrazione di Agrin Amedì
Il catering ha portato una miriade di pietanze e io muoio di fame. «Lasciate pure tutto lì, sul tavolo di legno in cucina.» Quello dove io e i miei mangiavamo insieme tutte le sere, dove papà mi costringeva a mangiare il radicchio amaro e io volevo solo vomitare.

Il catering ha portato una miriade di pietanze e io muoio di fame.
«Lasciate pure tutto lì, sul tavolo di legno in cucina.» Quello dove io e i miei mangiavamo insieme tutte le sere, dove papà mi costringeva a mangiare il radicchio amaro e io volevo solo vomitare.
Quelli del catering mi dicono di scaldare i soufflé prima del ricevimento, di mettere i dolci in frigo, di lasciare il resto a temperatura ambiente e io okay, okay, okay. Non so resistere ai buffet. Da piccolo papà mi aveva trascinato in un prosciuttificio perché doveva scriverci un articolo, io mi ero allontanato dalla visita guidata ed ero sgattaiolato sotto il tavolo del buffet per mangiare di nascosto tutto il pane del rinfresco. Venni sgridato davanti a tutti.
Ma qui non c’è papà a sgridarmi, così mi ficco in bocca un carciofino romano sott’olio.
Buonissimo.
Se assaggio anche un involtino di riso e verza non se ne accorge nessuno, non si rovina la composizione, dai. Oddio, la composizione! La posizione razionale dei piatti nella lavastoviglie, le posate nel cesto ad hoc raggruppando tra loro forchette, coltelli e cucchiai, i piatti fondi più distanziati, i mestoli sul ripiano laterale; mio papà tutte le sere mi imponeva il corso di sistemazione delle cose sporche nella lavastoviglie, perché “bisogna cercare la geometria, la simmetria, il flusso dell’acqua”. Sì, però voglio andare a giocare col game boy, non me ne frega niente della lavastoviglie, lasciami stare, lasciami stare almeno stasera.
E poi i pomodorini, il pinzimonio, i grissini aromatizzati al formaggio, quante cose buone, ne mangio un po’, non si nota, non si nota dai.
Non si nota dai, basta strappare la pagina dal diario, mangiare il foglio e nessuno se ne accorgerà; ho fatto arrabbiare la maestra d’inglese ma domani si è già dimenticata secondo me. E se non fosse stato per la telefonata a casa, sarebbe andata così. Guarda caso lei e il papà sono amici da una vita, lui riattacca e io muoio di paura perché mi sgrida sempre: sono le nove di sera e lui dice che dopo il radicchio amaro devo scrivere cento volte cento verbi in inglese su cento fogli. E io, lasciami stare, lasciami stare almeno stasera, ti prego.
Non riesco a trattenermi, cento rondelle di sedano su cento tartine con cento foglie di salvia fritta. Oh no, ho svuotato un po’ troppi piattini, ma non si nota dai, non si nota, mi basta mangiare anche quelli, quello arancione sembra un affettato di zucca! E anche tutti quei bicchierini di vetro da finger food che ho lasciato mezzi vuoti, via, ingoiamoli tutti e annaffiamoli con del buon vino, dai. Chissà cosa direbbe mio papà… se mi vedesse, direbbe: “Che strano che adesso ti mangi tutto senza fare storie”.
Le posatine. Che belle le posatine di plastica, e che bel suono che fanno sotto i denti, crock crock, tutte colorate, sembra di mangiare dei Mikado un po’ più spessi; gnam che buona, oggi non mi trattengo, chissà quante calorie avrà la plastica?
“Pensaci!”, direbbe mio papà, come diceva tutte volte che gli chiedevo qualcosa. Ma uffa, se te lo chiedo è perché non lo so. “Ragiona a voce alta!” Ma non sapevo cosa dire. Niente, vuoto totale, volevo solo la mia risposta, anzi volevo essere lasciato in pace. “Vieni con me che devo scattare qualche foto per l’articolo sulle auto d’epoca, così intanto ci pensi!”. No, voglio solo andare fuori a giocare a pallone con i miei amici, lasciami stare, lasciami stare almeno oggi, lasciami andare a giocare. “Non ci sei ancora arrivato? Non hai neanche un’idea? Oggi stai con me finché non ti viene in mente qualcosa.” 
Volevo ucciderlo, volevo che se andasse, volevo non vederlo mai più.
Anche la tovaglia non è male. È facile soffocarsi, ma basta morderla bene ogni tanto per spezzettarla, altrimenti ti strozzi. E che buono il tavolo di legno massello, era da tanto che non lo vedevo; non l’avevo mai assaggiato. Ne aveva sorrette di cose, quel tavolo di quella cucina, come quando mi ero messo a saltarci sopra cercando di rompere tutte le diapositive minuziosamente disposte lì da mio papà. Avrebbe dovuto farle sviluppare per il suo articolo sulle pale eoliche, ma io le volevo distruggere, spaccarle in mille pezzi perché lo odiavo e odiavo stare con lui; non mi lasciava mai stare, non mi lasciava mai giocare e mi sgridava sempre, così io saltavo sul tavolo schiacciando tutte le diapositive, ma lui era impassibile come un menhir, con lo sguardo che mi uccideva col pensiero.
Le stoviglie, le stoviglie me le mangio tutte. I coltelli vanno giù proprio bene. I cucchiai di legno sono saporiti. I cucchiaini da caffè, che consistenza! Uh, e c’è anche il grande mestolo da brodo, me lo ingoio intero quello, “il mestolo di acciaio inox inossidabile” – come amava ripetere mio padre a mo’ di cantilena. Forse gli piaceva ripeterlo così spesso perché voleva sentirsi come il mestolo che dopo vent’anni era ancora identico. Non un alone, non un graffio, non una deformazione. Voleva essere inossidabile anche lui. A me sembrava proprio così, e mi faceva paura, ma nell’ultimo periodo in cui c’era ancora la mamma, una notte mi nascosi dietro la porta mentre lavava i piatti nel lavandino e lo vidi piangere nascosto dall’acqua che scorreva.
Il lavandino del bagno con le piastrelle viola è buono, sa di hummus di ceci e di alghe marinate, le mattonelle viola di chips di rapa rossa; i rubinetti li ingoio interi perché tanto sono lisci. E che fame, oddio, che fame! Trovo buono anche il sapone, l’armadietto dei profumi e il rasoio arrugginito di mio padre con cui si radeva tutte le mattine – e tutte le mattine mentre si radeva dovevo stare lì vicino a lui e declinare i verbi al congiuntivo imperfetto che mi chiedeva, e me ne chiedeva tanti perché era lento a radersi e se sbagliavo mi faceva ricominciare da capo, tutte le mattine. Tutte le mattine mi interrogava sui verbi, dalle elementari alle medie, e io li odiavo, li odiavo i verbi e odiavo la mattina e tutto il tempo in quel bagno. Vabbè, mi mangio pure lui, tutto quanto, me lo divoro perché ho fame, troppa fame. Guardo un attimo chi sono e poi mangio lo specchio, anche lo specchio, e la doccia e i termoarredi e i cassetti di legno e la stampa della primavera di Botticelli che mi piaceva tanto solo perché c’erano le donne erano nude.
Poi, dai, già che sono qui faccio un salto in camera mia, ci sono i miei vecchi quaderni e i miei vecchi giochi, il piccolo chimico e il casco della bici, gnam gnam mi mangio tutto. Quando stavo col papà c’era l’ora di bicicletta, trenta giri intorno alla casa per imparare ad andare bene in bici, tutti i giorni, col sole e con la nebbia, anche col freddo e la neve, trenta giri intorno anche se avevo sonno o ero stanco, trenta giri e se cadevo mi dovevo rialzare subito e farne altri trenta senza fermarmi, senza lamentarmi mai perché “lamentarsi è da insicuri” e senza bere perché “bere è una scusa per fermarsi” e io no, non avevo bisogno di fermarmi, no, io ero meglio di quelli che si fermano, quindi trenta giri e poi altri trenta. Gli altri giocavano al pallone al campetto dell’oratorio, ma io no, dovevo fare i miei giri intorno alla casa, alla casa in cui non entravo da vent’anni.
Se solo ci fosse ancora quella bici me la mangerei, le gomme, le camere d’aria, il freno, il manubrio, le marce, per fortuna ho trovato i guantini, sanno ancora di sudore e odio, ah che buoni, e gli occhialini da sole, ah che croccanti. Ma sì, mangio anche le favole e le fiabe, tanto non sono mai riuscito a fantasticarci sopra, e mangio i libri delle elementari, i libri di “Imparando il corpo umano” e le mensole laccate lucide sopra al comodino spigoloso e già che ci sono un po’ di parquet di legno verniciato ad acqua. Scardino un’asse e la spingo in fondo allo stomaco, poi un’altra e un’altra ancora, mamma mia, ho fame di tutto.
Le tegole del tetto sanno di affumicato, sanno di libertà, sanno di cielo e di beata solitudine, quella notte avevo preso il cuscino e le lenzuola ed ero scappato sul tetto perché lo odiavo e volevo farglielo capire che lo odiavo e non volevo stare con lui neanche nella stessa casa. Era notte, era inverno, il tetto era ghiacciato, io ero uscito dalla finestra dell’ultimo piano, mi ero piazzato sul punto più alto dopo averlo scalato un po’ e mi ero messo a guardare il cielo di notte e tutte le stelle che c’erano. Finalmente ero in pace e potevo stare da solo, nessuno mi sgridava, nessuno mi umiliava, chissenefrega se volo giù, tanto non volo giù, sto troppo bene qui senza di te.
Mio padre mi chiamava e non mi trovava e io godevo perché iniziava ad avere paura. Ma lui, l’inossidabile, aveva sempre più paura, era spaventato e quando mi ha trovato piangeva, piangeva fortissimo e voleva che scendessi, ma io «no non scendo ti odio» e lui piangeva sempre più forte e mi diceva «ti voglio bene, perdonami, ti voglio bene, non son bravo, da solo senza la mamma non sono bravo e adesso scendi, ti prego, ti voglio bene». E io scesi e piansi e lo abbracciai forte, e sì, sembrava inossidabile, perché anche se tutto il resto faceva schifo e la vita era stata una merda, lui c’era lo stesso e viveva per me.
Ecco, le ho trovate, nel suo vecchio ufficio ecco le lettere che scriveva alla mamma, sanno di inchiostro, che saporino, sembra salsa di soia, che carta ruvida, mi mangio cassetto dopo cassetto tutto quello che ha scritto, magari riesco ad assorbire un po’ di vero amore. Tutti i bigliettini, i foglietti, le lettere, gli articoli, anche quello in cui difendeva le energie rinnovabili e il dovere di mettere più pannelli solari, di usare più l’energia del vento e della geotermica, quando tutti gli altri gli dicevano che era un sogno per folli poeti, ma lui lo scriveva lo stesso perché voleva un futuro più bello per me. Me li mangio perché sono cose importanti da avere dentro di sé. E mi mangio anche il suo vecchio computer, con lo schermo a tubo catodico e tutti i fili, le Scart, le USB, le ciabatte, la tastiera meccanica su cui giocavamo ai primi videogiochi insieme, sulle sue ginocchia, e il tappeto su cui tamburellava col tallone quando mi faceva ascoltare la sua musica preferita. Pink Floyd, Weather Report, Miles Davis e Bach, mi diceva «Ascolta, ascolta che bello!», non mi lasciava stare proprio nessuna sera, però un po’ mi piaceva la sua musica e anche se non capivo, adesso so che quella era la musica più bella del mondo.
E poi la soffitta, in soffitta c’erano cose sepolte lasciate a stagionare come gli sci, gli sci di fondo, gli zaini della Ferrino e le ciaspole, gli sci tutto sommato sono buoni, sembrano tagliatelle affilate e vanno giù bene in gola. Che bella la montagna, quando mi portava nel mare bianco giocavamo a palle di neve e mangiavamo la neve fresca, ero felice, adesso lo ricordo! E quando andammo insieme sul Bob ma lui era pesante e si ruppero i freni di plastica, volammo via nell’aria come fossimo alianti e ridemmo, ridemmo tantissimo, da farci esplodere i polmoni, finalmente lo ricordo!

Il catering non c’è più, pazienza. Il suo ufficio non c’è più, pazienza. La soffitta non c’è più, pazienza. La camera da letto, il bagno, la cucina non ci sono più e sono arrivati tutti gli invitati vestiti di nero.
Io sono pieno di ricordi e mio papà non c’è più.

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