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Un pennarello quasi scarico

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Illustrazione di Agrin Amedì
Da quando è mancato mio padre, il Natale non è stato più lo stesso: specialmente per mia madre che ormai da dodici anni passa l'intera settimana finale dell'anno sul divano a casa di mia zia cercando di rendersi utile come può.

Da quando è mancato mio padre, il Natale non è stato più lo stesso: specialmente per mia madre che ormai da dodici anni passa l’intera settimana finale dell’anno sul divano a casa di mia zia cercando di rendersi utile come può. Io sono dodici anni che invece la passo a fare volontariato. Quello che dovrebbe essere uno dei periodi più felici dell’anno è per me in realtà uno dei più tristi, come per tantissime altre persone. Così anche quest’anno ho deciso di condividere un po’ della mia tristezza con chi vuole condividere la propria, e cercare di trarne qualcosa di positivo.
Uno strato sottile di nevischio mi ricopre la cuffia, la sciarpa ed entrambe le sopracciglia, per la strada non incontro anima viva, le luminarie sono più brillanti che mai e dietro le tende di tutte le finestre accese delle case vedo muoversi decine di ombre indaffarate.
Le prime persone che incontro sono tre uomini chiusi a cerchio che stanno scambiando qualche parola, gli ultimi della fila che arriva sin fuori dalla porta del rifugio. Due di loro mi salutano: erano qui anche ieri, alla Vigilia, e oggi hanno portato un amico, mi dicono. Sorrido e dico che li aspetterò dentro, poi entro superando tutte le altre persone in fila. Sono le 11:28 della mattina di Natale e mi viene da piangere.
Con il grembiule e la cuffietta in testa inizio a servire i primi piatti: zuppa di fagioli e salsiccia o cannelloni al ragù. Di secondo c’è l’arrosto con gli spinaci e un intero scaffale pieno di panettoni per dessert.
Con gli altri volontari ci scambiamo solo degli sguardi, abbiamo le parole e i sorrisi contati.
Arrivati al dolce, inizio a girare tra i tavoli: raggiungo i tre uomini che avevo incontrato all’ingresso e mi siedo con loro, mentre parliamo mangio un pezzo di panettone anche se non mi piacciono né i canditi né l’uvetta, loro mangiano tutto, anche due pezzi contemporaneamente sporcandosi di crema al mascarpone barba e baffi. Se non li guardassi negli occhi potrei quasi scambiarli per dei bambini.
Giovanni mi racconta che lui non viene qui tutti i giorni, ma questi sono i più difficili dell’anno: vive vicino alla stazione e la maggior parte delle volte se la cava con l’elemosina dei passanti, però non sempre una sola coperta è sufficiente a superare l’inverno. E non ha più una famiglia da cui andare, neanche un lontano cugino.
Umberto aveva una piccola azienda tessile prima che la crisi la facesse fallire e mandasse lui in bancarotta, poi arrivò il divorzio e il mantenimento dei due figli che ormai non gli parlano più. Avrebbe una famiglia da cui andare, da sua madre, ma non vuole.
Cristiano, il nuovo arrivato e il più giovane dei tre, era un soldato.
Tre dei miei sorrisi contati li spendo con loro. Sono ben spesi.
Passo a un altro tavolo: la signora Maria si ricorda di me dall’anno scorso e mi dice che ho sempre meno capelli. Lei invece ha sempre meno denti, eppure ha fatto il bis di tutti i piatti. Mi mostra le mani e il nuovo smalto per unghie che si è messa questa mattina, su una panchina del parco: glielo aveva regalato una ragazza fuori dal supermercato insieme a una cassa d’acqua e delle scatolette di tonno. Assomigliava molto a sua nipote, mi dice.
Antonietta, la più anziana e conosciuta di tutti, mi ringrazia per averla accompagnata a messa ieri pomeriggio. Mi offro di accompagnarla anche oggi, ma dice che si sente già troppo stanca e ubriaca per stare un’ora seduta diritta e in silenzio. In effetti, la bottiglia di fianco a lei è vuota già da un po’. Sorride. E anche il mio quarto sorriso è andato.
Camilla, la responsabile di una casa-famiglia, mi chiama con un cenno della mano: mi ritrovo seduto su una sedia rossa alta all’incirca 40 cm circondato da sette bambini, non più grandi dei dieci anni. La più piccola, Isabella, mi salta subito in braccio e mi toglie la cuffietta blu, inizia a giocarci, nasconderci la faccia, metterla in testa. Io le faccio il solletico. Ha i capelli ricci come mia sorella da piccola. A turno mi dicono i regali che hanno ricevuto questa mattina: un trenino, un mappamondo, una bambola, un puzzle, un unicorno, dei pennarelli, un flauto.
Kapil è indiano, mi racconta che ha otto anni ed è in Italia da tre. Non sa chi siano i suoi genitori, non sa cosa sia il Natale, o per lo meno cosa significhi, ma finchè riceve un regalo e può mangiare dolci, a lui va bene così. Penso che anche io non so più cosa significhi il Natale. E’ lui che ha ricevuto i pennarelli, ma non era riuscito a finire il disegno che aveva iniziato: un albero, pieno di palline colorate e una grande stella sulla punta. Me lo fa vedere, e l’albero è colorato a metà: il verde era quasi scarico. Si vedono le macchie iniziali della punta colorata che va scemando fino ad esaurirsi in un verde opaco e rigato di bianco. Sono le 13:47 del giorno di Natale e mi viene da piangere.
Giochiamo tutti insieme a tombola, a coppie. Io e Kapil non vinciamo per un numero, mentre la signora Maria e Giordano, il suo compagno di panchina, si godono la loro fortunata vittoria con cantucci e vin santo. Poi offrono a tutti.
Come ultima cosa, distribuiamo coperte, sacchi a pelo, cibo e vivande. Alcuni si abbracciano come se si conoscessero da anni, e invece sono solo poche ore, altri parlano fitto, si baciano e si scambiano gli oggetti appena ricevuti. Io abbraccio tutti e spendo un sorriso compassionevole con gli altri volontari. Ci ringraziamo a vicenda.
Camilla richiama i bambini, in fila indiana si tengono per mano, si sono già scordati della giornata appena passata e pensano solo a giocare con la neve per strada.
«Lasciamelo, ti prego. Te lo riporto questa sera» dico a Camilla prendendo per mano Kapil. Lei mi guarda negli occhi e annuisce soltanto.
Lo prendo in braccio e lui mi chiede dove andiamo. Non rispondo, respiro forte nell’aria innevata e lui si diverte a fingere di fumare. Lo guardo e stringo ancora più forte il mio regalo di Natale.
Varco la soglia di casa di mia zia appena prima che tutti si alzino per andare via. Il primo a venirmi in contro è mio zio, che da dodici anni mi reputa quasi un figlio, ancor più di prima. Poi mia zia, dà quattro baci a me e quattro a Kapil, che sorride e si fa strapazzare come un pupazzo. Mio cugino Andrea, mia cugina Stefania, mia sorella Claudia e infine mia madre. Non la vedevo sorridere così dall’ultima volta che abbiamo passato Natale insieme dodici anni fa. Sono le 16:18 del giorno di Natale e sto piangendo abbracciato a mia madre. Kapil si è messo a suo agio sul divano a coccolare la gatta che in tutto quel trambusto non si è mossa di un millimetro.
Apro tutti gli armadi e tutti i cassetti, tiro fuori tutte le cose che abbiamo lasciato qui io e i miei cugini quando eravamo bambini: fogli, colla, pastelli, pennarelli, adesivi. Non è molto, ma è abbastanza. Prendo dalla mia tasca il disegno piegato di Kapil e insieme ci sediamo al tavolo della cucina: prende in una mano uno spesso pennarello verde e un pezzo di pandoro affogato nello zucchero a velo nell’altra. Tutto fiero finisce il suo disegno e mi dice ‘grazie’, mentre io ormai ho perso il conto dei miei sorrisi.

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