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Piume

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Illustrazione di Agrin Amedì
Lo vide arrivare, fiero e ondeggiante, fra le mani del nonno. Era sicuro e solenne quanto quelle mani grandi e rugose. Sapeva bene che cosa doveva fare, glielo avevano spiegato passo passo tante volte

Lo vide arrivare, fiero e ondeggiante, fra le mani del nonno. Era sicuro e solenne quanto quelle mani grandi e rugose. Sapeva bene che cosa doveva fare, glielo avevano spiegato passo passo tante volte, quindi raccolse tutta la dignità che il suo giovane cuore poteva contenere e aprì i palmi per ricevere l’enorme copricapo piumato.
Il nonno pronunciò le parole sacre e lasciò la presa, intinse le dita nel pigmento vermiglio che gli porgeva il guerriero al suo fianco e tracciò due “V” scarlatte sulle guance del nipote. Terminò il rituale, sfiorandogli appena gli occhi e la fronte, e si voltò pre uscire dal tepee. Il guerriero lo seguì, ma non prima di aver acceso un piccolo fuoco al centro esatto del perimetro, lasciando legna sufficiente per una notte.
Una notte di riflessione, la notte più importante, la notte del passaggio. Il piccolo Ahote adesso era solo con sé stesso, il volto appena rischiarato dalla soffusa luce arancione. Fissava con un rispetto sbigottito il prezioso copricapo che fra le sue mani bambine sembrava enorme. Non sapeva se posarlo a terra oppure no. Temeva di profanarlo, di offenderne la sacralità in entrambi i casi.
Fu allora che quella corona di piume d’aquila decise di tranquillizzarlo con un tono sereno e profondo: «Piccolo Ahote, deponimi a terra e parliamo con calma. Conosco il tuo cuore gentile e so che la fiducia di tuo nonno è ben riposta».
Quando Ahote lo ebbe posato, il copricapo parve brillare, ogni piuma si rischiarò davanti alle fiamme e Ahote lo omaggiò accennando un piccolo inchino con la testa, prima di sedersi davanti a lui a gambe incrociate. Soltanto il fuoco li separava.
«Guardami Ahote – continuò con voce più grave il feticcio piumato – guarda le mie penne e immagina che ognuna di loro ha visto tante battaglie e attraversato mille praterie. Ognuna racchiude l’animo di un eroe della nostra tribù che si è abbeverato alle nostre sacre fonti e che ha mutato in sangue ogni goccia di quelle acque nell’eterno ciclo della vita. Appena mi hai sfiorato ho avvertito le tue paure, i tuoi grandi dubbi, ma anche le virtù che hanno fatto di te un piccolo uomo valoroso. Non temere di non essere degno di me. Sono gli stessi timori che aveva tuo nonno; una notte di tante e tante lune fa io scavai nel suo spirito, proprio come oggi scavo nel tuo, e proprio come fu allora con lui ora avverto che sopra il tuo capo sarò saldo e rispettato quanto e più di prima.»
«Ma mio padre…»
«No, Ahote. Rifletti. Non c’è colpa in te. Tuo padre è morto in battaglia, una generazione è saltata, ma il tuo nodo varrà per due: un doppio nodo nella corda, un doppio anello nella corteccia. Chi ha saputo affrontare il dolore con tanto coraggio da bambino sarà uomo degno di guidare un popolo nel vento, e non soltanto una famiglia. Prega con me ora, aspettiamo l’alba, e il resto verrà da sé.»

Ahote comprese. Attese, ringraziando il silenzio e una per una le nobili piume, finché le fiamme smisero di crepitare. In quel silenzio venne l’alba. Ahote si alzò, estrasse dal suo borsello di cuoio una piuma lunga, la baciò e la depose fra le altre, legandola saldamente con un filo di stoffa.
Questo è il tuo posto, papà. E ora so qual è il mio.
Indossò il copricapo e aprì piano il tepee, lasciando filtrare la luce del nuovo giorno.

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