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Fissare il sole

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Illustrazione di Agrin Amedì
In piena estate a Parigi, alle volte, puoi essere così fortunato da svegliarti e vedere il sole spuntare fuori dalle nuvole chiare. E quando si ha quella fortuna, la luce si riflette sui palazzi bianchi e fa luccicare le ringhiere di ferro battuto, come gioielli al collo delle signore dell’età del jazz.

In piena estate a Parigi, alle volte, puoi essere così fortunato da svegliarti e vedere il sole spuntare fuori dalle nuvole chiare. E quando si ha quella fortuna, la luce si riflette sui palazzi bianchi e fa luccicare le ringhiere di ferro battuto, come gioielli al collo delle signore dell’età del jazz. Ci si abitua facilmente all’oscurità, penso, e mi sento come un vampiro colto di sorpresa dall’arrivo dell’alba. Uscendo di casa, punto fisso gli occhi verso quel sole, una sfida che facevo sempre anche da bambina, senza reggere il confronto, bruciando la retina e continuando a vedere un pallino nero nel campo visivo per i minuti successivi. Sento caldo e mentre provo fastidio per questo, allo stesso tempo, sento attrazione verso quella luce rara, che si fa spazio tra le nuvole mentre scendo le scale e mi immergo di nuovo nella penombra.
La metro è piena, come sempre. Mi guardo intorno. Sono accaldati, sudati. Si sventolano con fogli di giornale, parlano al telefono; alcuni ragazzi, in lontananza, ridono forte. Altri vestiti da lavoro assumono pose professionali e rispondono alle email, la testa china illuminata dagli schermi. Camminando mi scontro contro una ragazza adolescente che sta andando a scuola. Masticando la gomma, mi sorride imbarazzata, mi chiede scusa guardando in basso. L’annuncio del prossimo treno è una frequenza bassa sovrastata dal brusio delle conversazioni. Mi siedo. Mancano ancora tre minuti, leggo sul monitor.
In quel momento di imbarazzante attesa, colmato dalla presenza dei cellulari e dei libri, alzo gli occhi. Davanti a me, nella banchina in direzione opposta alla mia, tra il vociare, il movimento delle braccia, le grandi cuffie sulle orecchie, i piedi che si muovono nervosamente con i tacchi, noto un ragazzo. Se ne sta in piedi, immobile, e in quel caos di movimenti appare come una nota stonata di una sinfonia. Quella nota che non puoi fare a meno di isolare, singola e disarmonica. Fissa un punto davanti a sé. Un punto nel buio. Io lo guardo ma lui non lo sa, penso. E questo mi fa sentire una ladra. Porta un vestito elegante. Tiene con delicatezza accanto a sé un bastone bianco per farsi strada tra i movimenti degli altri. Non riesco a non fissarlo e mentre penso che non è educato farlo, rifletto sull’ingiustizia di quel momento a due, vissuto soltanto da me. Sulla necessità di altre forme di interazione che richiedono vicinanza. Sull’uso della parola, unico mezzo per esistere anche io per lui. Il suo portamento è elegante come i suoi vestiti, eroico e fragile allo stesso tempo. È totalmente indifeso. E in quel minuto penso a ogni genere di cose orribili che potrebbero accadergli. A quanti potrebbero approfittare della sua debolezza così spiattellata davanti a tutti con dignità. Lo immagino scendere le scale e raggiungere la metro con movimenti lenti del bastone bianco, seguendo un percorso che qualcuno deve aver fatto con lui in passato. Lo immagino a casa, mentre fa colazione. Sono certa che anche lui avrà percepito il sole stamattina. Deve avere la mia età. Non so perché ma ho la certezza che sia sempre solo, come me. La sua solitudine però mi sembra ancora più profonda. Da quanto è che vivi immerso nel buio? Io lo guardo e lui non lo sa. Mi sento in imbarazzo a non avere le stesse armi. Un’arma come uno sguardo che avrebbe bloccato il mio. Forse non lo avrei fissato così a lungo in ogni caso, ma gli occhi si sarebbero incrociati e, con imbarazzo, sarebbero passati oltre. Lui non mi avrebbe permesso di andare così in là nell’immaginare la sua vita, le sue abitudini. Non avrei avuto il tempo di soffermarmi sui dettagli dei suoi vestiti, lo zaino logoro che contrasta con l’abito elegante. Mi avrebbe sicuramente risistemata nel mio angolo di visuale con un solo sguardo, delimitandomi nella mia solitudine.
Due minuti. Provo a chiudere gli occhi anche io. In mezzo a persone sconosciute, fuori da casa. Sprofondo in un buio innaturale per me. Sento mancare i miei punti di riferimento e ascolto con attenzione. Il cuore batte più forte, e ogni suono sembra più nitido. Provo a pensare a chi mi sta intorno e percepisco i loro contorni, la loro presenza, come quando sei di spalle e senti entrare qualcuno nella stanza.
E te che dall’altra parte non sai che ti sto imitando. Ti immagino, nella direzione opposta, così come ti ho lasciato poco fa, quando ero in vantaggio. Ti chiederei se c’è davvero tutto quel dolore, quella paura che immagino o, se poi, dopo un po’, ci si abitua, come a un vestito stretto o a delle scarpe che fanno male la prima volta che le calzi. Penso al sole e al gioco di resistenza nel fissarlo.
Manca un minuto e non so se qualcuno intorno mi abbia notata.
Sento il vento caldo spostato dal treno che sta arrivando e che ci separerà. E mentre il tuo treno passa, non aspetto il mio. Corro a occhi chiusi verso l’uscita, salgo le scale e torno a fissare il sole.

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