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Dannata Camel Blue

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ora basta. Gliela avevo giurata. Era giunto il momento di riprendermi tutto. Quella rapina legalizzata era durata fin troppo. Un meccanismo subdolo, studiato nei minimi dettagli.

Ora basta. Gliela avevo giurata. Era giunto il momento di riprendermi tutto. Quella rapina legalizzata era durata fin troppo. Un meccanismo subdolo, studiato nei minimi dettagli. I primi tempi non gli dai peso, pensi di averne il controllo, ma poco per volta si insinuano dentro di te come serpi velenose. Quando finalmente realizzi di esserne schiavo è troppo tardi, quelle bastarde si sono prese metà della tua vita. E io c’ero cascato come un fesso. Sigarette di merda. Ma la colpa non fu mia, e nemmeno di quelle seducenti bionde intrise di petrolio, ma delle stramaledette multinazionali del tabacco con la loro ingegnosa trappola accalappia fumatori. La cosa assurda è che ho sganciato fior di quattrini pur di insozzarmi di catrame. E ora, dopo esser faticosamente riuscito a liberarmene, le idee, come le macchie gialle sui denti, avevano cominciato a schiarirsi. Se non potevo recuperare il tempo speso a desiderare di accendere una sigaretta dopo l’altra, il denaro quello sì che potevo riprenderlo. Contai lo sperpero avvenuto in vent’anni di onorata carriera da fumatore. Non solo il prezzo delle cicche, ma tutto lo scialacquo accessorio del consumatore abituale.
«Mi da tre pacchetti di Camel Blue, le Vigorsol, le Halls Mentoliptus, due Milionario e una stecca di cioccolato fondente che la vita è amara?»
Mi ci sarei comprato un bilocale fronte mare con tutti i soldi spesi Per questo avevo deciso di vendicarmi partendo dalle basi del sistema, il fulcro dello spaccio, l’antro infernale della dipendenza: il tabacchino. Ne avrei rapinato a decine. Pensai anche a un marchio, un segno riconoscibile, la mia personalissima Z di Zorro. Mi procurai una bomboletta spray e uno stencil da street art con il logo No Smoking. Volevo lanciare un messaggio. Non un semplice atto criminale, ma una forma integrata di lotta al sistema. La voce sarebbe corsa fra sovversivi, anarchici, piccoli criminali. Avrei reclutato una banda. Dopo la casa di carta, la casa delle cartine. Anche i media si sarebbero incuriositi. “Ancora una misteriosa rapina marchiata NO SMOKING. Ma chi sono questi novelli Robin Hood della nicotina?”
“Siamo tutti ex fumatori pentiti. Rapinati per anni dalle industrie di tabacco vogliamo riprenderci ciò che ci spetta.”
Poi un giorno Vespa avrebbe tirato su un plastico con le nostre gesta e saremmo diventati un fenomeno di costume. La gente ci avrebbe visti come eroi. Avremmo creato una rete.
Chi ne entra a far parte deve attenersi a norme precise.
Prima regola dei NO SMOKING sarebbe stata: No smoking! Se vieni beccato con la cicca in mano sei fuori. Se l’alito o i vestiti ti puzzano di fumo, sei fuori.
In pochi anni avremmo raccolto denaro sufficiente per distruggere le piantagioni di tabacco dell’intero pianeta. Il settore sarebbe andato in crisi e avremmo vinto la nostra battaglia.
Elaborai un piano.
Punto uno: individuare l’obbiettivo. Scelsi un tabacchino di periferia, di quelli frequentati da automobilisti di passaggio. Qualcuno che entra al volo per delle MS senza filtro o un gratta e vinci.
Punto due: Sopralluogo tattico. Un pomeriggio afoso, parrucca e baffi finti, feci il mio ingresso nella tana del lupo. Il proprietario era un tizio canuto sui settanta dal respiro affannoso. Feci finta di compilare una schedina e esaminai il locale. Posto piccolo, un unico ingresso, nessuna finestra. Passati venti minuti ero ancora l’unico avventore. Perfetto. L’uomo pareva mite e inoffensivo. E se avesse avuto un arma? Se fosse uno di quegli arzilli vecchietti alla Clint Estwood con la doppietta sotto il banco? Improbabile, ma era meglio premunirsi.
Punto Tre. Procurarsi una pistola. Comprai una semi automatica al mercato nero. Una Beretta 92 come quella di John Mc Clane in Die Hard Trappola di Cristallo.
«Ehi Philiph Morris dico a te, Yippee Ki Yay pezzo di merda.»
Era ora di passare all’azione. Decido per un lunedì alla chiusura. Alle 19.41 sono davanti alla porta a vetri del tabacchi. Nessuno dentro, come speravo. Il vecchietto mi da le spalle. Sistema una stecca nei raccoglitori. Devo puntare tutto sull’effetto sorpresa. Zaino in spalla, cappellino militare e occhiali alla Maverick, e spalanco la porta a vetri spianando l’arma. Decido di buttarla sul classico: «Questa è una rapina» sbraito.
L’anziano si volta rilassato, pensa sicuro a uno scherzo. Poi mi vede, i pacchetti gli cadono di mano.
Gli lancio lo zaino.
«Riempilo con la cassa, sbrigati!»
Il vecchio è pietrificato e suda copiosamente.
«Non farci del male, ti prego.»
Non farci del male? Ma di che sta parlando?
Allungo un occhio oltre il bancone. Un bambino grasso e pacioso si sta gustando un chupa chups.
«Ma è vera?» mi chiede con aria strafottente.
Come osa dubitare? Non gli faccio abbastanza paura? Tiro deciso il carrello.
«Ti prego, ha solo sette anni!»
Sette? Avrei detto dieci o undici. Te li porti male, bimbetto.
Sventolo la pistola da destra a sinistra.
«Non voglio farvi del male, vecchio. Ho detto metti i soldi dentro lo za…» E mentre lo dico parte un colpo. Porco cazzo. Ero sicuro di aver messo la sicura. Il proiettile scheggia il legno del bancone, rimbalza su una scaffalatura e si schianta all’indietro contro la vetrata dell’ingesso mandandola in frantumi. Schegge ovunque, ma fortunatamente siamo tutti senza un graffio.
Il bambino urla: «Che figo! Lo puoi rifare?».
Il vecchio emette degli afflati indistinguibili, si porta una mano al petto e si accascia.
«Oh no cazzo! Questa non ci voleva. Non morire!»
«Nonno! Nonno!», il bimbo irrompe in un pianto acuto e fastidioso.
«Zitto bambino, non piangere.»
Qualcuno avrà sentito lo sparo?, mi domando. Il primo istinto è quello di fuggire, ma che ne sarebbe di NO SMOKING? Chi crederebbe in un movimento che professa di voler salvare la vita alla gente ma ne provoca la morte? Scavalco il banco e mi chino sull’uomo. Sento dell’aria che zampilla. Ma allora il vecchio è vivo.
«Lascia stare mio nonno!» Il bimbetto, in preda a un attacco isterico, mi viene addosso sbattedo i pugni.
«Smettila bambino, tuo nonno sta bene.»
Sibilo di sirene in avvicinamento. Arraffo tutto il possibile; l’intenzione è di smammare in men che non si dica, per il logo NO SMOKING non c’è tempo.
«Ma come ti sei ridotto?»
Una voce roca, familiare. Non può essere il vecchio, e nemmeno il bambino.
Mi volto verso lo scaffale. Un pacchetto di Camel Blue mi osserva sprezzante.
«Il solito perdente…»
Guardo il pacchetto con tutto il rancore possibile. «Non è possibile, ancora! Che cosa vuoi da me?»
Stridio di gomme. Mi giro verso l’ingresso. Fuori è un via vai di lampeggianti.
«Ma guardati, tremi come una foglia.»
Distinguo ancora una volta la bocca dell’odioso cammello che rumina.
«Zitto! Devi stare zitto!»
Il nonno si è ripreso e stringe a sé il nipote. Mi guardano ammutoliti, come se fossi matto.
«Non è per questo che hai iniziato a fumare? Pensavi che bastasse tenerne una tra le labbra per sembrare un vero duro, eh? E allora perché non esci fuori come Butch Cassidy e ti becchi una pallottola? Ma prima vieni qui, aprimi, prendine una e fatti un ultima sana boccata. Dai.»
Sento gli occhi rigarsi di sangue dalla rabbia. Spalle all’ingresso, punto la Beretta dritta al cuore del pacchetto. E finalmente mi sento Bruce Willis, pronto a far fuoco: «Yippee Ki Yay pez!».
Sento una botta alle spalle. Sono a terra. La guancia schiacciata sul pavimento mentre qualcosa mi blocca la schiena. Un mano mi strappa via la Beretta mentre avverto il metallo delle manette che mi arrotonda i polsi. L’ultima cosa che ricordo prima che mi caricassero sulla volante è quel poliziotto che interrogava alcuni pacchetti di Marlboro rosse. «Sì sì lo conosciamo… – dicevano – È un poco di buono, un ex fumatore. Le Camel hanno fatto in modo di trattenerlo prima che arrivaste. Ce la siamo vista proprio brutta.»
«Visto che succede a smettere di fumare?» commenta laconico un Toscanello.
Lo sbirro annuisce, serra il taccuino e si accende una sigaretta.

Glielo avevo detto alle Camel di non stuzzicarmi, glielo avevo detto. Lo so che avrei sbroccato alla fine, che altro potevo fare? Luca Dettori mette in scena una storia esilarante.

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