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Storia di un naso

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dopo ben ventidue anni di onorato servizio, oggi è ufficialmente il giorno dell’addio. Ventidue anni di amorevoli respiri e raffreddori. Magari non sono stato il miglior naso del mondo, lo ammetto, però ho fatto quel che potevo.

Dopo ben ventidue anni di onorato servizio, oggi è ufficialmente il giorno dell’addio. Ventidue anni di amorevoli respiri e raffreddori. Magari non sono stato il miglior naso del mondo, lo ammetto, però ho fatto quel che potevo. La rinoplastica è fissata per le undici.
Bruno, il mio padrone, è eccitatissimo: ha passato gli ultimi giorni a fissare le proiezioni del nuovo naso. Più bello di me, non c’è dubbio, però mi sembra di essere stato dimenticato fin dal primo appuntamento con il dott. Cornuto (mi piace chiamarlo così).
Già dall’infanzia stonavo su questo viso: ero grosso, tozzo e con la gobba. In quarta elementare Francesca, la spocchiosa della classe, declinò un gentilissimo invito di Bruno prendendolo in giro davanti a tutti e facendo di me lo zimbello dello scherno. Quel giorno, per la prima volta, Bruno se la prese con me. A casa si chiuse in bagno e rimase chissà quanto tempo a fissarmi con un’espressione disturbata e schifata. Il silenzio fu una forma d’accusa parecchio pungente. Avrei voluto sparire. Mi sentivo proprio un problema, ma non potevo fare niente, non era colpa mia esser venuto fuori così; fosse stato per me sarei stato un bel naso piccolo dalla curva dolce e armoniosa.
Da quel momento Bruno si approcciò nei miei confronti con un odio silenzioso piuttosto inquietante: non mi diceva niente, ma lo vedevo ogni tanto fermarsi davanti allo specchio e fissarmi.

Il primo giorno delle medie, prima di uscire, disse che era arrivato il momento di conoscere ragazzi che non mi avrebbero preso in giro, ma fu un fiasco totale perché già il primo che conobbe si mise a fissarmi con uno sguardo quasi impaurito, che si miscelò a occhi sbalorditi e a volte divertiti. Fino al momento in cui Davide, quello che sembrava essere il fighetto, decise di deriderci di fronte a tutti.
Quando tornò a casa quel giorno, Bruno si mise davanti allo specchio come sempre, ma non rimase in silenzio. Cominciò a prendermi a parolacce e a insultarmi pesantemente mentre in lacrime mi guardava schifato. Voleva che sparissi, ma non capiva che lo volevamo in due. Cominciai a sentirmi in colpa. E ogni volta in cui accadeva mi intasavo pesantemente, così Bruno non faceva che odiarmi di più. Ai suoi occhi doveva essere un bel dispetto.

Al liceo cercò di accettarsi nonostante la mia presenza, si fece vari amici e cominciò a prendere confidenza anche con le prime ragazze, ma i continui rifiuti rendevano il nostro rapporto parecchio difficile. A tutti quei baci tentati io c’ero: ero il più vicino al viso di quelle ragazze e vedevo bene le loro espressioni infastidite.
Durante il terzo anno, esasperato dai continui rifiuti di ragazze che volevano soltanto essere sue amiche, si inventò una specie di appuntamento fisso: un paio di parolacce e insulti ogni volta in cui incontrava uno specchio.
Un giorno, davanti allo specchio, prima di andare a scuola, mi guardò affranto. «Vattene, per favore» mi disse. Si sentiva fuori luogo per colpa mia, e io lo capivo: sembravo una massa informe aggobbita e buttata sulla faccia di un adolescente. Passò il tempo in classe a grattarmi con tutta la forza che aveva. Fu parecchio fastidioso. 
Poi a casa prese una grattugia e si chiuse in bagno. Voleva cancellarmi. Si mise a grattare e grattare e grattare senza sosta mentre piangeva in preda al panico, lo faceva con una forza e con un’aggressività spaventosa. Roba da matti. Io ero lì, fermo, impotente, a soffrire in una maniera indescrivibile: sembrava di avere un fuoco ardente addosso mentre la pelle lentamente si staccava cadendo in pezzettini insanguinati. Continuò per una mezz’ora buona senza ottenere i risultati sperati: solo sangue ovunque e un po’ di pelle staccata. Io, purtroppo per entrambi, ero ancora lì, al centro del suo viso. Mi gonfiai, irritato com’ero, e le croste su di me riuscivano persino a peggiorare l’aspetto. E Bruno si ritrovò senza olfatto per un paio di settimane. 
Io, devo dire, il mio lavoro l’ho sempre fatto molto bene. Ho sempre permesso a Bruno di scoprire ogni odore, fino al più leggero e delicato. Per un po’ rimasi completamente chiuso a causa delle ferite e questo, in qualche modo, fu una svolta. Bruno capì quanto mi impegnassi. Sentivo spesso i suoi impulsi alla ricerca di qualche odore, seguiti da sospiri sconsolati di sconfitta. Nonostante tutto, qualcosa di me la apprezzava. E così capì che la cosa migliore era imparare a far finta che non esistessi approfittando dei miei servigi.
Al quarto anno, poi, incontrò la sua prima ragazza. Accompagnai Bruno in quell’avventura, gli sono sempre stato accanto (anzi, davanti). C’ero anche al loro primo bacio e a tutte le loro successive esperienze. Quando si lasciarono Bruno non ce l’aveva più con me, sembrava avermi accettato definitivamente. Non posso dire che mi volesse bene, quello no: semplicemente continuò la nostra tregua.

La tregua nei mie confronti è continuata fino a qualche mese fa, quando un amico dell’università, dopo che lui gli ha raccontato di quanto non mi sopportasse, gli ha proposto di rifarsi il naso visto che il padre è un chirurgo plastico. Non è stato carino sentirli parlare di me in un certo modo.
All’inizio Bruno l’ha presa a scherzare, non gli ha dato importanza. Poi un giorno allo specchio si è messo a guardarmi, come faceva ai vecchi tempi, ma con sorrisetto inquietante: in quel momento ha deciso di fare l’operazione. Non mi ha detto niente, non c’è stato un avviso o un dialogo. Evidentemente la mia opinione non era importante.
Ho dovuto sorbirmi tutti i colloqui col dottor Cornuto, tutte le proiezioni del nuovo naso e la soddisfazione di Bruno. Perciò ho cominciato ad arrabbiarmi con lui. Ho smesso di compatirlo per cominciare a odiarlo. 

E ora eccoci qua, davanti allo specchio prima di andare in clinica. Bruno mi sta fissando da qualche minuto. Ha un’espressione seria. Spero che riesca a sentire tutto il mio odio. Non può mettermi da parte dopo tutto il mio impegno, come se non fosse valso nulla. Tutte le volte in cui si sentiva una merda per colpa mia io c’ero e mi sentivo allo stesso identico modo. Non ho mai mollato.
All’improvviso sorride, e so che quel sorriso è per me. Mi coglie di sorpresa.
«Nonostante tutto, grazie amico mio» dice sottovoce.
In fondo posso anche capirti. Sì, ma mi stai pur sempre mettendo da parte. Non posso rendertela troppo facile: sono un osso duro io, ce ne vorrà per rompermi!
Ho resistito fino a questo momento, ci sono sempre stato, e mica ora prendi e mi cacci via così.
«Forse un po’ mi mancherai.» Ma no, sicuramente non ti mancherò visto tutto quello che hai detto al tuo amichetto. Mi dispiace, ma non puoi pensare di salvarti così, giusto con due parole al volo.
Nel tragitto in macchina comincio a chiudermi un po’. Ogni tanto tappo una narice, così, tanto per divertirmi. Lo sento faticare a respirare, e la cosa mi piace.
All’entrata della clinica c’è un piccolo prato con dei fiori che tutte le volte si ferma ad annusare. Vuoi approfittarti ancora di me? Persino adesso? Ma sai che ti dico, te lo faccio sentire per un secondo, così poi quando ti accorgerai della scarsezza di quello nuovo ti ricorderai di quanto sono stato bravo io e di cosa ti sei perso.
Lui odora per un secondo i fiori, e il brivido di piacere arriva perfino a me. Ma mi blocco subito. Non glielo lascio sentire che per un secondo soltanto. Devi capire quanto ti mancherò, caro Bruno.
Mentre aspettiamo che lo chiamino per entrare in sala operatoria mi diverto ancora come facevo in macchina, giusto quel tanto per farlo soffrire un po’. Almeno mi prendo una piccola rivincita per tutto quello che ho dovuto patire io.

Eccoci dentro alla sala con tre dottori armati di arnesi a dir poco inquietanti, fra i quali anche un martello.
Bruno, puoi ancora ripensarci.
«Tra poco perderai sensibilità al naso, poi conteremo fino a tre e romperemo l’osso.»
Bruno, tu non andrai da nessuna parte senza di me, l’hai visto già quando hai tentato di distruggermi.
Blocco una narice.
Dai. Ripensaci.
Non scherziamo qua, io me la sto vedendo parecchio brutta, quel martello è bello grosso.
«Perfetto, ci siamo.»
Bruno! Cazzo, andiamocene!
«Uno.»
Ti prego, ragiona, non puoi abbandonarmi così, io sono stato il tuo fedele compagno si sempre. cCome cazzo ti viene in mente di distruggermi così? È troppo crudele. Almeno pensiamoci insieme, parliamone.
«Due.»
Niente, non ce la fai proprio. Vaffanculo, ecco. Mi preparo. Tengo duro. Stringo tutto, chiudo le narici, dai vediamo, provate a rompermi. Ora lo vedete tutti quanto è difficile rompere un naso così grosso.
«Tre.»
Cazzo. Cazzo. Fanculo a tutti, guarda quanto è grosso sto martello, sembra infinito, questo mi fa a pezzi. Guarda come arriva. Ti prego Bruno, scappiamo via, non serve fare cose del genere. Ce la caveremo, ti prego, ferma quel martel…

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