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Pelle di fico

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Illustrazione di Agrin Amedì
In paese ero considerato un mostro, un’aberrazione. Gli occhi delle persone sono sempre stati molto loquaci. Mi nascondevo nell’ombra che i platani del giardino proiettavano dentro alla casa

In paese ero considerato un mostro, un’aberrazione. Gli occhi delle persone sono sempre stati molto loquaci. Mi nascondevo nell’ombra che i platani del giardino proiettavano dentro alla casa ma potevo vedere le mamme sbirciare da questa parte, avvicinando labbra pettegole a orecchie credulone. Da piccolo avrei voluto urlare di darmi un abbraccio, ma loro continuavano e sui miei occhi giungeva una marea di lacrime. Non credo abbiano mai smesso, ma con l’età la sofferenza è diventa rabbia e infine indifferenza.
Io esistevo. Ma ero quello di cui mio padre avrebbe dovuto vergognarsi. Il fatto che non fossi solo l’ombra di una diceria paesana ma una realtà in carne e ossa destava turbamento alle signore eleganti che passavano di pomeriggio accanto al cortile della scuola per andare a prendere del pane o un chilo di zucchero. Ai bambini raccomandavano di stare alla larga dalla scuola nelle ore pomeridiane, raccontando storie di paura.
Durante la settimana non mi era permesso uscire se non dopo che l’ultima campanella aveva soffiato via, insieme alle risate dei più piccoli, la felicità di tornare a casa.
Io a casa c’ero già e la scuola non l’avevo mai frequentata. «Tu non ci puoi andare» mi dicevano. Quale ironia, io che abitavo in una casupola nel cortile della scuola non avevo mai potuto varcare quella soglia che accoglieva tutti gli altri.
Veniva un’insegnante a trovarmi. Diceva fiduciosa che ero come un coccio da riempire. Credeva che riempiendomi di sole nozioni il vaso all’improvviso sarebbe fiorito. Ma i vasi hanno bisogno non solo della terra ma dell’acqua, delle vitamine, del sole per far sbocciare i fiori e poi frutti. Ero sicuro che insieme agli altri sarei diventato fiore, poi albero. Solo dentro quella casa umida e dolente sarei rimasto coccio.
C’erano giorni in cui ero intrattabile. Mio padre cercava di calmarmi, di mediare, ma io sceglievo un oggetto da sacrificare e lo facevo volare in aria emettendo dei suoni che spesso riuscivano a spaventare anche me. La mia voce intrappolata in una prigione senza chiavi. Il mio tempo, inesistente quanto infinito, calcificato nelle mie giunture fallate, nel mio corpo difettoso che aveva come lancette l’andirivieni dei miei coetani sulle vecchie scale di marmo. Osservavo i loro piedi mentre salivano lenti con il sonno della mattina, rapidi con la libertà dell’intervallo.
L’intervallo. Era la parte della giornata che amavo di più. Nelle partite di calcio a quel punto ci si alza per sgranchirsi le gambe, per andare al bagno. Questo ho sempre visto fare a mio padre. Per me invece era il momento di cominciare a sognare. Unico spettatore nella sala vuota di un cinema, avvinto da uno spettacolo nel quale non avevo nessuna parte.
Il mio corpo era una massa molle e informe che sfuggiva a ogni mio controllo. Più io mi concentravo nel fare una cosa e più la risposta era contraria al mio desiderio. Mi sentivo come quel vecchio fico bitorzoluto e malconcio laggiù, all’ingresso. Mio padre ne raccoglieva i frutti ancor prima che i bambini potessero coglierli o farne poltiglia sotto le loro scarpe inquiete. Ai piedi del fico, un cerchio di pietre e lì, in quello spazio magico, spuntava sempre una curiosa moltitudine di quadrifogli.

C’era in un tempo lontano un contadino che portava a pascolare il gregge. Un giorno il contadino non fece più ritorno, il cuore era venuto meno sotto al sole cocente. Quando il gregge tornò solitario, inconsolabile fu la moglie che pianse notte e giorno, finché non giunse un viandante che le fece dono di alcuni semi in cambio di una brocca d’acqua. L’indomani li seminò, e quando germogliarono vide che tra i trifogli spuntava un’erba anomala. Di lì a poco nacque il figlio, frutto dell’amore perduto. L’erba crebbe rigogliosa e le pecore poterono pascolare nei pressi. Ma, in breve, il sole cocente bruciò anche quel prato.
Fu allora che dalle crepe della terra arsa si fece largo prima un virgulto, poi un tronco grigio e tortuoso che presto, sotto quel sole cocente, produsse frutti succosi. E così parve più lieta la sua vita.
A mio padre piaceva raccontarmi questa storia, quando finalmente la notte ci dava un po’ di tregua.

*

Venne un giorno di inizio settembre; l’aria era intrisa del profumo di libri e frutta matura. Ti vidi per la prima volta. Pallido ed etereo. Di un pallore che mai avevo visto se non sul volto della luna. Da allora le mie giornate presero ad avere un senso.
Tua madre, scudo dei tuoi movimenti, ti portava lo zaino. Attendeva paziente nel parcheggio finché il coagulo di genitori e figli non fosse defluito. Un rituale che si ripeteva così ogni giorno. Nei suoi occhi immaginavo quella luce piena di amore, coraggio e fragilità che vedevo in quelli di mio padre.
Tu non potevi partecipare alle battaglie nemmeno come scudiero, non potevi rincorrere le bambine fin sui gradini dell’uscita sul retro, non potevi dare calci a una palla. I tuoi compagni dapprima incuriositi dalla tua distanza, compresero presto che non eri uno dei loro. Tu eri lo spettatore. Uno spettatore come me. Nel mio cinema, finalmente, non ero più solo. Io il disordine e tu la compostezza.
Vennero anche gli intervalli e mentre gli altri si riversavano in cortile come una marea chiassosa, tu indugiavi sui gradini, il cuore incatenato e un adulto a farti da carceriere. Un’insegnante o una bidella in un asettico camice azzurro come i cacciatori di anomalie. Così rimanevi al riparto, sulle scale dell’ingresso, a sognare corse sul prato. Ed è stato così che mi hai visto la prima volta. Ero alla finestra della casa guardiana. Tu e io. Spettatori della gioia. Cambiò l’espressione imbronciata del tuo viso. Mi prese una grande agitazione, mi dimenai cercando di impartire ordini alla mia mano che invece scacciava il pulviscolo nell’aria. Ma ecco la tua, di mano, a sollevarsi in aria come una carezza. Avrei voluto mettere insieme dei suoni per parlarti, un giorno forse, oltre la mia finestra, giù dai tuoi gradini, nel territorio di mezzo al riparo dalle nostre personali battaglie. Da allora accolsi con maggiore gioia la mia insegnante e lasciavo che le sue cure da giardiniere mettessero terra buona dentro il mio vaso. Tu la mia vitamina.
Il tempo scivolò, tra un suono della campanella e l’altro, tra i nostri bizzarri incontri e l’attesa di te nei giorni che ti vedevano tornare più bianco ed emaciato di prima, brocca di cristallo con latte di fico.
A farmi compagnia i disegni che mi facevi scivolare sotto alla porta, complice la dolcezza del tuo scudiero.
Nulla possiamo contro la tirannia del tempo. Talvolta anche gli scudieri ritardano e anche i carcerieri vanno di fretta. Un giorno tua madre non fu puntuale e l’insegnante ti lasciò sulle scale raccomandandosi di non muoverti mentre la bidella cominciava le sue chiassose pulizie all’interno della scuola. Sedie trascinate, banchi pesanti, il fruscio dei sacchetti ricolmi nei cestini, il silenzio nei corridoi. E la palla abbandonata in giardino ad attendere la gioia di domani. Era quello il momento in cui uscivo in giardino, il bagno di sole della pianta sbilenca. Anche se non c’è domani per quelli come noi. Ce l’hanno insegnato in tanti.
Mi hai guardato e mi hai sorriso. Da sempre mio complice muto. Quanto ti erano stretti quei gradini, catene che ora potevi spezzare. Hai lasciato la cartella per terra. Ben sistemata, come era tua maniera fare. Cinque gradini, uno con cautela, gli altri con la foga della fuga verso l’oggetto del desiderio. Un calcio, un calcio soltanto.
Tu che correvi verso quella palla, i tuoi occhi finalmente felici, io che finalmente potevo toccarti, potevo parlarti, chiederti il tuo nome in quel mio alfabeto malconcio che speravo tu capissi. Ma io dimenticavo la mia prigione di parole, la tarantella incontrollabile del mio corpo. Tu dimenticavi la fragilità delle tue vene.
Fu un attimo di felicità intensa, un distillato di evasione verso l’eternità. Hai cominciato a correre per il cortile immaginando di dribblare i tuoi avversari, di fare goal alla loro porta, di essere acclamato dalla tifoseria. Ero io la folla festante, la ola e i canti di incitamento. Ero io il tuo tifoso più fedele. Ero io la tua squadra intera mentre lanciavi deciso in porta. Ma tu quel giardino non lo conoscevi affatto e fu l’emozione a centrare in pieno la tua porta.
Sono caduto che vuoi che sia, avrai pensato.
Sei caduto, anche io cado molte volte, non sarà nulla, ho pensato io.
Ti sei rialzato spazzando via la polvere e l’erba dai pantaloni, ti sei ricomposto mentre iniziava, inarrestabile, la rappresaglia del tuo corpo per la libertà rubata.
La tua pelle era pelle di fico. Pelle molle, una buccia flaccida e sottile. Hai alzato lo sguardo verso di me in un urlo muto di paura e colpa. Ed ecco che fichi maturi cominciarono a sbocciare sul tuo corpo di cielo.
Teso verso di te, mi sono ribaltato dalla sedia a rotelle, come un’ape stordita ed ebbra. La tua mano impossibile da raggiungere. Poi furono solo confusione e urla ciò che, ricordo, ti portò via da me.

Quando l’albero di fico si scorticò improvvisamente colpito da un fulmine, riapparve il viandante che, sedutosi sotto alle sue fronde, pianse tutte le sue lacrime fino ad addormentarsi. Nacque da quelle lacrime un morbido tappeto d’erba. La rugiada raccolta dai petali verdi fu balsamo per le ferite di corteccia. E il fico ritornò a fiorire.

Ti ho sognato stanotte.
Raccoglievo un quadrifoglio e lo mettevo nella tua tasca affinché nella prossima vita tu possa correre libero.
Raccoglievo un quadrifoglio e lo mettevo nella mia tasca affinché nella prossima vita il cielo mi conceda di essere morbido campo.
E allora saremo insieme attori di un meraviglioso film e sentiremo applausi e lacrime di gioia scaldare le nostre guance.

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