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Monologo di un amore cieco

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Illustrazione di Agrin Amedì
Amami, ama mi, ma mi. Hai presente quando si rimane fermi su una parola e la ripetete ostinatamente al punto tale che diventa come una cantilena senza né capo, né coda?

Amami, ama mi, ma mi. Hai presente quando si rimane fermi su una parola e la ripetete ostinatamente al punto tale che diventa come una cantilena senza né capo, né coda? Provaci, se non l’hai mai fatto. A un tratto l’unica cosa che si sente è solo un suono senza più alcun senso. Amami con amore, more, amo, re.
Forse dovrei intercedere con qualcosa di più esplosivo e interessante, giusto per riprendere il centro della scena. Mi catapulto sul letto con una capriola, spalanco le braccia ed esclamo: ehi ciao, che ne è stato di te?».
Ma la testa gira troppo, la stanza gira e mi gira tutto anche dentro. Ti accontenteresti uguale se dico vogliamo parlare un po’? Non sono un granché incisiva vero? Aspetta che ci riprovo: amami con amore, o vuoi che ti racconti di me? Son parecchi mesi che non ci vediamo. Lo sai, guarda, guarda, sto provando a mettere in fila i pensieri. Come ci siamo arrivati qui? Qui buttati in un letto, le tue mani sul collo e la mia faccia schiacciata su un cuscino. Forse mi fa un po’ male. Il collo stretto sì, mi fa un po’ male, perché non respiro bene se mi premi la faccia giù. Ok ci sono, è andata così: terzo bar, ennesimo giro di giostra, una sfilza di bicchieri e io seduta ai banconi.

Salve signor Mastro Birraio, un bicchierino liscio della cosa più forte che c’è, oggi festeggio l’ennesima caduta di stile!
Sì certo, ora mi ricordo: si è affacciato lui, come si chiama? Ok non importa, poi un altro e un altro ancora che mi si è seduto accanto… tanto i volti che incroci si assomigliano sempre, perché da una certa ora in poi la notte ha questo fascino di renderci tutti uguali.
Salve, siamo noi, i padroni delle strade sgombre, i filosofi dell’esistenza, gli antieroi per vocazione inflitta. Ma poi eccoti arrivare con quel passo svogliato e le mani in tasca. Mi sei apparso come un angelo urbano, tornato da me per strapparmi alle chiacchiere dall’ennesimo spettro sbiascica parole. Che formidabile segno del destino, non credi? Ora la mia compagnia ha finalmente un nome, il tuo. Era così tanto tempo che neanche ci incrociavamo…
Un altro giro Mastro Birraio e giù, giù, giù per i bicchieri.
Che importa, tanto ora stiamo insieme? Che corsa sfrenata amore mio! Forse questo non l’ho detto… ma i sorrisi di sempre e gli sguardi di una volta, quelli c’erano. Tu mi hai preso con una mano stretta al fianco, le tue mani sono forti e wooou, mi hai portato via da quegli zombie nottaioli. Hai capito in che senso? I nottaioli: nottambuli, donnaioli! Bisogna stare attento sai, la notte ti rapisce, la notte ti trasforma e gli zombie esistono davvero. Credevo anche io fosse una diceria da mondo splatter-horror, ma la notte si insinua e ti porta via lo sguardo.
Andiamo avanti. Poi e poi un salto nell’aria, che dico, un salto nel vuoto e di corsa sulla tua macchina.
Dopodiché un grande buco. Sono caduta nel sonno, vero? Sì, ho riaperto gli occhi che ero qui, a destinazione motel-statale non so dove.
Prima di entrare nel letto ti ho parlato? No? Perché sono convinta di aver detto qualcosa tipo: “Amami con amore, se mi ami, con amore’’. O forse no? Forse l’ho immaginato? Forse ho immaginato anche te e forse sto immaginando anche adesso. Però sarebbe stato un finale romantico: amami con amoreeee e poi luci in dissolvenza su un volto che scompare, come nei vecchi film in bianco e nero.
Sto vaneggiando, lo so, quello che abbiamo è tutto qui credo: io, te e un letto troppo consumato. Si sentono le molle, sembra che entrino nella carne e che spingano sulle ossa. Vorrei guardarti, è una cosa che mi tranquillizzerebbe, ma qui sdraiata a pancia sotto a malapena vedo un muro e una porta. Di che colore è? Mi sto sforzando di dargliene uno, ma neanche la tinta sbiadita di queste pareti riesce a farla risaltare. Che luogo anonimo, vero? Tu non pensi che sia anonimo? Ha esattamente lo stesso aspetto di questi ultimi mesi andati perduti non so dove in una strana attesa. Tu come hai passato questo tempo senza di me? Io ti ho aspettato per un po’, sospesa in una bolla vuota, ma poi ho capito di non esserne capace, perché ci vuole stoffa per restare immobili, e allora son cominciate le ronde notturne, i bar da bancone, gli incontri velati; hai presente quelli che incroci in un colpo, ti trafugano dentro e poi si dissolvono come vapore? E poi boccate di fumo, calici ripetutamente alzati e inni da nottambuli, no anzi, che dico, da nottaioli. Ancora loro, siamo circondati. Chissà, forse avrei dovuto cominciare da lì, forse avrei dovuto chiederti: ehi ciao, sei diventato anche tu uno zombie metropolitano? Forse anche noi siamo stati colpiti. Forse anche noi siamo rimasti senza sguardo.
Non so, tutto a un tratto mi sento triste, tutto a un tratto vorrei essere abbracciata, ma questo è un twist e non un lento, giusto? Non si cambia, all’ultimo non si cambia. Non si cambia programma, non si cambia la posizione, non si cambiano le parole. La mia indecisione ti ha fatto sempre incazzare, lo so, ti dava il prurito alle mani: tempo sprecato, tempo sprecato, e imprecavi. Non lo faccio apposta, mi si incasina la testa, mi si incasina il cervello, non ti arrabbiare dai.
Forse ho freddo e vorrei coprirmi, ma anche questo non lo dirò. È possibile che anche queste lenzuola siano ruvide? Allora sai cosa farò? Mi allungherò così come sono con un braccio e mi ancorerò forte alla tua schiena, perché proprio ora non ce la faccio a cadere giù da questa filastrocca. Facciamo piuttosto un gioco, che si chiama proprio il gioco del ‘facciamo che’. Allora facciamo che stiamo ballando, facciamo che sia l’ultima serata e che questo sia lo sfondo di un film muto. Diciamo che è romantico e che qui in questa stanza ci siano fiori e piante ovunque. Immaginiamo di dondolare sopra l’acqua e di cullarci su e giù.
Abbandoniamo questa brandina e immergiamoci insieme sotto il mare. Se sprofondiamo, cadiamo dentro una laguna: è blu e si vede solo qualche riflesso bianco della luce. Qui non fa freddo, qui non si è soli, qui siamo avvolti.
Così mi immergo tra le molle rotte di questo vecchio materasso, e mano a mano che scendo la luce se ne va, e mano a mano che scendo anche l’eco scompare, e mano a mano che scendo cominciamo a ballare. Insieme.

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