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La scalata

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dio quanto pesa. Eppure lo so che l’ascensore è rotto. Esco per andare al supermercato, dico sempre che devo prendere solo due sciocchezze

Dio quanto pesa. Eppure lo so che l’ascensore è rotto. Esco per andare al supermercato, dico sempre che devo prendere solo due sciocchezze ma poi non mi trattengo e mi ritrovo con una busta piena di cose che comincio a maledire già dopo i primi passi. I miei soliti dolori alle gambe non mi danno tregua e l’ascensore è rotto. Stimolare i muscoli fa bene, dice il mio reumatologo, con una voce così suadente che ogni volta gli prometto che farò davvero le lezioni di ginnastica posturale tutte le mattine, dieci minuti di stretching ogni sera e la doccia bollente prima di andare a dormire, come mi prescrive ormai da un paio di anni a questa parte. Ma la verità è che non riesco e che i dolori non mi permettono neanche di tentare a farmeli passare.

PIANO PRIMO

Ma perché non mi impegno a seguire le direttive del dottore? Forse un latente masochismo? Ah no, aspetta, una cosa, tra quelle che ti ha ordinato, la stai facendo. Stai andando dalla psicologa un’ora alla settimana. Eh già, perché lui, il dottor Caruso, è convinto che questi dolori siano in gran parte nella mia testa. E poi, con quella voce suadente, mi dice che no, lo sa che i dolori esistono, ma che la mia testa li amplifica.

PIANO SECONDO

Non è la mia testa ad amplificarli, viscido suadente dottore. Sono loro che si amplificano da soli. Deve esserci un nervo che dice a un altro nervo che l’altro nervo si è infiammato e allora loro pure, per non essere da meno, si vogliono infiammare e quindi scintille, fuoco, bruciore in ogni dove.

PIANO TERZO
Vado ancora abbastanza spedita. Il problema è solo la plastica della busta che ho tra le mani, che comincia a tagliarmi le falangi. Cambia mano. Hai dita forti, da pianista, ce la farai. Da pianista… una volta, forse. Ora anche solo sgranchirmi le dita palpeggiando l’aria mi fa venire il crampo tra terzo e quarto dito. Poi mia nipote si impressiona perché non riesco più a muovere le dita e piange, corre e va dal papà e il papà che mi dice: “Dai però, lo sai che si impressiona”.

PIANO QUARTO
Solo nella mia testa, eh. E allora voglio una spiegazione clinica, scientificamente testata, come le creme della pubblicità, di questo rumore sordo che mi fa la rotula mentre obbligo la pianta del piede a sollevarsi di 20 centimetri per poi riaffondare, sfinita come dopo una maratona, sul gradino sovrastante. Un rumore sinistro, penetrante, che diventa dopo poco costante.
Mi fermo un attimo. Devo riprendere il fiato, liberare le mani dalla stretta della plastica e il ginocchio dall’ingrato compito di farsi carico dei 55 kg più facilmente stancabili sulla faccia della terra. Mi siedo sul marmo smussato del pianerottolo e mi appoggio. Ma più che poggiarmi mi appendo, come una Madonna ai piedi della croce, alla balaustra di ferro e legno delle scale. Mancano ancora quattro piani. Ma sento le forze venirmi decisamente meno. Una vertigine improvvisa, maledettamente scombussolante, come quando si sta a lungo seduti e poi ci si alza di colpo. Ecco, a me, per farmi venire quella vertigine basta solamente abbassare lo sguardo e poi rialzarlo velocemente. E ogni volta, ogni volta, è vertigine, confusione, smarrimento. Forse intende questo il dottor Caruso quando dice che è tutto nella mia testa?
Mi devo fare coraggio. Tra otto minuti comincia la mia trasmissione preferita. E se ho dovuto rinunciare già al viaggio in crociera con le amiche, alle lezioni di tango per single del giovedì sera e alle ripetizioni di solfeggio ai nipoti, non permetterò a questi “dolori immaginari” di farmi portare via anche il quiz delle 20.30. Mi piace così tanto far finta di essere su quello sgabello rosso davanti al conduttore con il rischio di vincere centinaia di migliaia di euro. E mi sale quell’eccitazione, quell’adrenalina, che non sento mai nella vita vera. Perché è il dolore a essere l’unica sostanza prodotta e avvertita dal mio corpo. Ma quando sono lì, sulla mia poltrona di finta pelle con davanti l’illusionistica possibilità di vincere, ecco, penso davvero che un’altra vita sia possibile. E se lo è per quell’occhialuto scappato di casa che sta ritto su quello sgabello, perché non può esserlo per me?
Forse perché sono passati 15 minuti e sono ancora seduta con il culo gelato sul pianerottolo del quarto piano? Allora cito la buonanima di mia nonna, urlo un ‘oplà’ di circostanza e mi alzo. Vertigini, disorientamento, poi l’assestamento. Si riparte.

PIANO QUINTO
Penso a come sarebbe stata la mia vita se i dolori e il pensiero dei dolori mi avessero lasciato tregua almeno per un po’ negli ultimi sei anni. Impossibile anche solo vagliare delle ipotesi. Quando ormai pensavo di aver sofferto di qualsiasi fastidio possibile, ecco che mi sveglio una mattina con un dolore diverso, snervante, soprattutto perché proveniente da una parte del mio corpo che mai avrei pensato potesse avere nervi, connessioni e anima. Il cuoio capelluto. Sì, da quattro giorni a questa parte mi fa male anche il cuoio capelluto. Ma com’è possibile? Ma che dolore è? Esiste poi un medico per questo male? “Scusi, dovrei vedere il dottor Spernanzoni, non è lui l’eminente capellologo?”
Sorrido mentre sbuffo e sbuffo mentre sorrido. Era bello quando riuscivo a sorridere dei miei mali.
 
PIANO SESTO
Era divertente quando durante una festa o una cena tutti si radunavano vicino a me per sentire le mie storie. Come quella volta che per un crampo improvviso alle dita dei piedi mi dovetti togliere una scarpa nel bel mezzo dell’interrogazione sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi. O di quella volta che mi venne una fitta così lancinante al lobo dell’orecchio destro che, per arrivare più in fretta in ospedale, obbligai un tassista sconvolto dalle mie urla a fare un’inversione a U sulla superstrada. O di quell’altra volta che a cena da Carlo… no. Quella della cena da Carlo non mi aveva mai fatto ridere in effetti. Anzi, fu proprio da allora che smisi di parlare dei miei mali, perché d’improvviso mi apparvero tutti così che smisi di riderci. E smisero di ridere anche gli altri.

PIANO SETTIMO
Manca solo un ultimo piano. Trenta gradini mi separano dall’uscio di casa. Rallenterei, se questo non volesse dire fermarmi del tutto. I polpacci adesso pulsano, gridano, tirano e si accavallano. La milza si accoltella, si restringe e si appallottola. Il fiato si fa sempre più corto, le braccia tremano, le cosce si irrigidiscono, la schiena formicola. Ho le mani sudate e sento che la balaustra mi scivola tra le mani. E allora perdo l’equilibrio e il piede sembra sprofondare in un vuoto endemico. La mano non c’è, il gradino non c’è. E non c’è niente sotto il piede. E cado. E sbatto la colonna con una potenza tale che il dolore mi trafigge. E poi continuo a cadere, e poi rotolo, e poi sbatto la mano, e poi la spalla, e poi la nuca, e poi di nuovo la mano e poi di nuovo… PIANO SESTO, QUINTO; QUARTO; TERZO; SECONDO. PIANO PRIMO.
Di nuovo qui. Il dolore che prima mi sembrava assordante, ora sento che sta quasi svanendo. Ma vuoi vedere che il Dottor Caruso aveva ragione? Forse era vero. Era tutto solo nella mia testa.

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