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Il mese di Maggio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono nata nel mese di Maggio, il periodo dei primi cieli celesti, in cui le nuvole iniziano a svanire per lasciare spazio a un blu saturo di sole.

Sono nata nel mese di Maggio, il periodo dei primi cieli celesti, in cui le nuvole iniziano a svanire per lasciare spazio a un blu saturo di sole. La primavera inoltrata, la famosa mezza stagione. Mezzo caldo, mezzo freddo: un minuto ti godi il calore sulla pelle e quello dopo un’ondata di freddo ti avvolge. Sono nata nell’azzurro artificiale dell’acqua di una vasca da bagno. Mia madre una seguace delle scienze olistiche, mio padre un medico. L’unico compromesso per farmi venire al mondo è stato il parto in acqua. Premettendo che già da un’accoppiata del genere poteva uscire fuori solo un essere alquanto ambiguo, mia madre, volendo saperne di più sul mio futuro, decise di calcolare la mia carta astrale. Sole in Gemelli, Ascendente Pesci, Luna in Vergine, Venere in Leone. Tutti gli elementi in un solo corpo. I miei non sembravano preoccuparsene più di tanto quando andavamo al mio ristorante preferito e una volta a tavola, non sapendo cosa ordinare, non ordinavo nulla. Solamente quando tutti avevano finito di mangiare io decidevo, e nonostante tutto non ero mai felice della mia scelta.
Sono cresciuta così. Nessuno ha mai cercato di aiutarmi a definire i miei sentimenti o indicato la strada migliore da percorrere. Fra mia madre che per far passare una febbre mi faceva gli impacchi agli oli essenziali e mio padre che di nascosto mi faceva prendere pasticche di antibiotici, sono evoluta in un essere che dice sì quando vorrebbe dire di no e ride quando vorrebbe solamente piangere.
Non ho mai avuto una relazione, non ho un “tipo ideale”, ma idealmente sono in grado di creare storie tra me e sconosciuti interessanti incontrati per strada dal primo appuntamento alla morte. Mia madre direbbe: “Proprio da Gemelli ascendente Pesci”. Mio padre direbbe che ho la testa fra le nuvole. Io non ne ho idea, succede e basta. Non mi sono mai fatta troppe domande, ma ho sempre ricevuto tantissime risposte e informazioni contrastanti su moltissimi argomenti.
Sdraiata nel letto della cameretta che occupo dalla nascita, vago a occhi chiusi, immaginando grandi passi futuri e viaggi avventurosi.
«Toc toc»
«Chi è?»
«Sono io, tesoro! È quasi pronta la cena, vieni?»
«Non ho fame, mamma! Credo che proverò a dormire, ieri non ho chiuso occhio.»
«Amore, mi dispiace. Ti porto della melatonina? Aiuta a prendere sonno.»
«No no, grazie.»
«Valeriana?»
«No…»
«Melissa?»
«Mamma, non voglio prendere niente, lo sai! Smettila per favore.»
Mi dispiace, la faccio sempre rimanere male. Mi sento sempre così in colpa a dire no, a dover rifiutare un aiuto o un consiglio. Se vivessi da sola non mi sentirei in questo modo, nessuno dovrebbe pensare a me e io di conseguenza non dovrei pensare ai sentimenti di nessuno.
Arrivata a 25 anni sarebbe l’ora di varcare la porta di casa e guadagnare la mia indipendenza.
Ah, come sarei serena ad avere un posto tutto per me! Ma perché dev’essere così difficile prendere una decisione? Basterebbe una ricerca su internet, un paio di visite a delle case e poi il trasloco. Ma come si può pensare a un trasloco se non si sa neanche dove si vorrebbe vivere? Insomma, mi sembra un po’ sciocco andarmene di casa e pagare un affitto per vivere a qualche km da qui.
Ho fame e sono le due di notte. Vado in cucina, la voce di mio padre che ripete quanto sia sbagliato mangiare dopo mezzanotte risuona all’apertura del frigo mentre le boccette di oli essenziali e calmanti mi ricordano che avrei dovuto ascoltare i suggerimenti di mia madre.
Certo, vedi, se vivessi da sola deciderei quando svegliarmi, quando mangiare e cosa mangiare. Avrei i miei orari, troverei il mio equilibrio, non sarebbe male.
Mentre cerco di capire cosa prendere dal frigo, dall’orecchio destro mamma mi consiglia di stare attenta agli alimenti confezionati e papà, dal sinistro, mi avverte di fare attenzione alle marmellate bio comprate dai contadini perché “non puoi mai sapere se hanno sigillato bene il tappo, potrebbe essersi formato il botulino!” Opto per uno spuntino leggero: una banana e uno yogurt, tanto per evitare qualsiasi paranoia notturna. Seduta a tavola cerco di capire cosa fare. Potrei leggere, mancano solo 15 pagine alla fine del libro, ma non ho voglia di portarlo a termine così, subito. Ok che ho iniziato a leggerlo da un paio di mesi, ma mi dispiace finirlo e poi andare avanti con un altro libro come se nulla fosse. Potrei guardare un po’ di tv, magari. Mi sdraio sul divano, accendo lo schermo e giro vari canali; al ritmo dello zapping sento mamma dall’orecchio destro e papà dall’orecchio sinistro: “Fa male sdraiarsi subito dopo mangiato” “Non puoi perdere tempo così, il tempo è oro!”. Mi alzo di scatto, e per un momento vedo tutto nero. Mentre strizzo le palpebre tra le dita mia madre e mio padre sussurrano coralmente: “Hai le mani sporche, non toccarti gli occhi! Metti un collirio che fa passare l’infiammazione”. Decido di tornare in camera da letto. Il gatto, nel corridoio, mi guarda con uno sguardo giudicante. Frastornata, osservo l’ambiente attorno a me, vado in confusione e perdo coscienza. Le voci provenienti dalle due orecchie si intrecciano. Guardo fuori dalla finestra. È Maggio, il mese in cui solitamente si presentano i primi cieli celesti. Ma le nuvole hanno offuscato tutto. Il sole è coperto da uno strato denso grigiastro. Sta andando tutto al contrario e per la prima volta mi chiedo: “Sono autentica o solamente una copia di chi mi ha cresciuta?”. Qualcosa risale dentro di me, ribolle. Tanta è la confusione che apro la porta di casa e inizio a correre. I piedi battono a terra sempre più veloci in maniera sconnessa, il corpo è in conflitto in ogni sua parte. I piedi camminano all’indietro e di lato. I palmi delle mani girati all’infuori. Sul viso prima un sorriso, poi lacrime fredde e dure. Spasmi del corpo. Testa in sù. Testa bassa. Schiena ritta. Spalle curve. Il pensiero corre più veloce del corpo. Penso sì, penso no, penso forse. Inciampo e rotolo per metri. Atterro con la schiena su di un campo, stesa a faccia in sù. Il corpo riprende la sua forma, il pensiero diventa più chiaro; non ci sono più le voci fuori campo a dirmi quello che devo fare o ciò che è giusto o sbagliato. Ci sono io. Con gli occhi chiusi. Percepisco la luce dei raggi del sole sulla pelle, l’azzurro riflesso nei miei occhi. Ogni elemento ritrova armonia, ogni emozione ritrova il suo spazio. Sotto le mani l’erba si trasforma in cotone al profumo di lavanda. 
Apro lentamente gli occhi, mi guardo attorno. Disorientata, vedo sopra di me il soffitto. Giro la testa verso la luce e mi rendo conto di aver lasciato l’abat-jour accesa e di aver preso sonno subito dopo aver parlato con la mamma. La sveglia segna le 3 di notte. Mi alzo, vado in cucina e preparo un cocktail di melatonina, valeriana e melissa. E, inevitabilmente, torno a letto.

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