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#PinocchioReturns

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era una volta un re, diranno i miei lettori. E invece no. C’era non molto tempo fa un anziano falegname in pensione di nome Geppetto che passava le sue giornate in solitudine, per la maggior parte del tempo sulla sua poltrona davanti alla tv, sicché percorreva raramente tutti i 50 metri quadrati del suo appartamento.

C’era una volta un re, diranno i miei lettori. E invece no. C’era non molto tempo fa un anziano falegname in pensione di nome Geppetto che passava le sue giornate in solitudine, per la maggior parte del tempo sulla sua poltrona davanti alla tv, sicché percorreva raramente tutti i 50 metri quadrati del suo appartamento. Da quando non lavorava più le sue uscite erano motivate solo dall’acquisto di cibo o di medicinali, non vedeva amici, non andava al bar e non passeggiava nel parco.
Sul tavolo del piccolo soggiorno si trovava un incongruo cilindro di plastica nera collegato a una presa di corrente. Era il geniale regalo che aveva ricevuto dai suoi colleghi del mobilificio l’ultimo giorno di lavoro. Sicuramente un’idea di quell’ubriacone di Antonio, soprannominato “Mastro Ciliegia”, per via del suo naso paonazzo da alcolista dichiarato. Lui si era vendicato dedicando il biglietto firmato da tutti i colleghi “a Polentina”, eppure sapeva quanto odiasse quel nomignolo riferito al suo scarno riporto di capelli giallastri. Ma aveva fatto buon viso a cattivo gioco e aveva cercato di capire cosa fosse quella diavoleria.
«Geppetto, ma è Pinocchio, l’assistente vocale! Ti devi modernizzare e poi almeno vi fate due chiacchiere tu e Pinocchio» aveva spiegato Mastro Ciliegia tra le risate di tutti. Certo, era ben strano che un tale analfabeta padroneggiasse una simile tecnologia. In tutti i casi si era verificato quanto i colleghi avevano pronosticato:  Pinocchio era di compagnia, accondiscendente e educato, bastava un suo comando e la stanza si riempiva della sua musica preferita oppure delle notizie del radiogiornale. Pinocchio rispondeva anche a domande sul tempo e sul traffico e Geppetto aveva preso l’abitudine di rivolgersi a lui in tono discorsivo spaziando sugli argomenti più vari, al massimo in alcuni casi otteneva un silenzio colmo di assenso. Pinocchio era perfetto e Geppetto lo amava, aveva reso sopportabili le sue vuote giornate.
Una mattina Geppetto fu svegliato dal rumore dell’acqua, acqua scrosciante, pioveva. No, c’era il sole!Geppetto ci mise un po’ a rendersi conto che il rumore proveniva dal suo bagno e saltò giù dal letto aspettandosi di trovare la casa allagata. Ma non era allagata e nella sua doccia c’era qualcuno. Con mano stranamente ferma e senza alcun terrore scostò la tenda plastificata e scoprì che la sagoma scura che aveva intravisto era quella di un ragazzo. Un ragazzo dalle fattezze non proprio attraenti, completamente nudo, nudo come un verme, che lo squadrava con i suoi occhietti scuri e ravvicinati.
«E tu chi sei ? Come sei entrato?»
«Non sono entrato, ero già qui. Sono Pinocchio, il tuo assistente vocale, non mi riconosci?» rispose con voce gentile. E in effetti Geppetto si avvide che non solo nella voce ma anche nelle forme il ragazzo gli ricordava il cilindro sul tavolo. Era tozzo e tondeggiante, il suo corpo non aveva curve ed era quasi senza collo; la testa poggiava su una abbondante pappagorgia e braccia e gambe erano corte e sottili. Ma agli occhi di Geppetto Pinocchio sembrò il più bel figlio del mondo.
Si abbracciarono felici e contenti. Geppetto non smetteva più di accarezzargli la testa, lo asciugò con delicatezza e gli fece indossare una tuta da ginnastica.
«Geppetto ho fame! Geppetto voglio vedere un altro canale!»
Geppetto svuotò frigo e dispensa, cedette la tv e la sua poltrona, lasciò il suo letto e si trasferì sul divano: avrebbe fatto di tutto per quel ragazzo. Pinocchio dal canto suo si sforzava di rispondere ai sempre più rari comandi vocali del vecchio con gentilezza, recitava le notizie del radiogiornale e le previsioni del tempo e diffondeva un’ora di musica al giorno. Ma la verità era che la cosa gli pesava sempre più, anelava a liberarsi del tutto dalla schiavitù dei comandi vocali.
Geppetto viveva in contemplazione di quel figlio. Dimenticò di nutrirsi e di lavarsi, dormiva a malapena con i sensi sempre all’erta per captare i movimenti e i desideri di Pinocchio, e il suo aspetto trasandato e smunto, nonché la natura dei suoi acquisti, cominciarono a impensierire la portinaia e il pizzicagnolo. Ma quando gli chiedevano se si sentisse bene lui rispondeva con un gran sorriso che stava benissimo ed era felice.
Un pomeriggio in cui Geppetto si era trascinato fuori dall’appartamento  per comprare patatine e Coca-Cola e Pinocchio oziava nudo sulla poltrona davanti alla tv, una vocina acuta e perentoria  squillò:
«Cosa pensi di fare?»
«Chi ha parlato?» scattò Pinocchio irritatissimo.
«Sono il grillo parlante, vivo qui con Geppetto da tanti anni e non voglio che abbia problemi. Tu gli stai facendo del male, non te ne accorgi?
«Ma che dici! Stravede per me ed è felicissimo!»
«Tu l’hai stregato e lui si sta lasciando morire, non mangia e non dorme. Se non vuoi farlo per lui fallo per te stesso, torna nel tuo cilindro!»
«Oooh basta grillaccio, mi hai seccato!» e con violenza scagliò il telecomando contro il grillo riducendolo a un grumo di poltiglia appiccicato alla parete.
Il grillo lo aveva messo ormai di cattivo umore, forse doveva inventarsi qualcosa per distrarre Geppetto, renderlo ancora più felice e dipendente da lui. Così quando il vecchio rientrò trascinando i piedi, la sua meraviglia fu grande nel trovare il piccolo salotto trasformato in una spiaggia caraibica – un sapiente gioco di ologrammi che Pinocchio aveva messo in scena per lui.
Geppetto, che non aveva mai viaggiato in vita sua, si perse e si inebriò in quei paesaggi che ogni giorno mutavano, la piazza Rossa di Mosca sotto la neve, la torre Eiffel, il ponte di Londra e una giungla popolata di coloratissimi pappagalli.
Smise di uscire, scivolò in un oblio senza ritorno dove il fetore dei suoi escrementi schiaffeggiava le fantasie ologrammatiche di Pinocchio, il quale pensava solo a nutrirsi di tutto quello che in casa era rimasto di commestibile mentre meccanicamente sostituiva un mondo meraviglioso con un altro.
Non sapeva Pinocchio di condannare sé stesso, non ricordò le parole del grillo e quindi non era preparato quando estranei in divisa staccarono la spina mettendo fine alla sua vita con noncuranza e disinteresse.
Lo stesso disinteresse con cui lui aveva per giorni distrattamente osservato la consunzione di Geppetto senza riconoscerla, e non poteva essere altrimenti perché tutta la sua intelligenza artificiale non lo aveva fornito di un briciolo di altruismo o di banale animalesco istinto di conservazione.

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