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Golfo Sereno

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Illustrazione di Agrin Amedì
Golfo Sereno, la scritta sul cartello del residence è sbiadita, appena decifrabile nel sole del primo pomeriggio. Al calar della luce il neon si accenderà, rendendola più chiara.

Golfo Sereno, la scritta sul cartello del residence è sbiadita, appena decifrabile nel sole del primo pomeriggio. Al calar della luce il neon si accenderà, rendendola più chiara. Apro lo sportello posteriore dell’auto, mi metto lo zaino in spalla e delicatamente estraggo l’urna funeraria. È un ovale di metallo, con una piccola base, un coperchio appuntito e strani ghirigori incisi sopra. Dentro c’è tutto quello che resta di mia madre. Entro dal passaggio pedonale e mi inoltro nel labirinto di stradine ricurve, muri bianchi, cancelli in ferro battuto arabeggianti. È marzo e in quella che sin dall’infanzia chiamo ‘la casba’ non c’è nessuno. Cammino su aghi di pino, sulle piccole crepe nell’asfalto sollevato da tenaci radici. I rampicanti non hanno ancora fiori, ma riesco lo stesso a immaginare il profumo di lillà e gelsomini. L’aria salmastra mi penetra le narici e mi guida alla rotonda che segna l’inizio della spiaggia. Mi tolgo le scarpe da ginnastica e i calzini. Li appallottolo e ce li infilo dentro. Respiro l’azzurro del cielo, le sporadiche scie di nuvole bianche come zucchero a velo, le isole che si intravedono all’orizzonte, come paesaggi incantati di un tempo che non tornerà più. Quando ero bambino era un gioco che facevo con mia madre, se tutto era limpido e le isole si vedevano, mi sarebbe stata concessa una fetta in più di pane e nutella, di ritorno dalla spiaggia. I piedi bianchi affondano nella sabbia, un passo dopo l’altro, sollevando granelli dorati che si infilano nel risvolto dei jeans. Mi fermo a pochi metri dal bagnasciuga, sistemo l’urna nella sabbia, scavando leggermente per formare una culla che la accolga. Dietro l’urna stendo un telo blu con strisce verde smeraldo, il preferito di mia madre, quello su cui le piaceva sdraiarsi a prendere il sole. Mi ci siedo sopra. Estraggo una bottiglia di whisky dallo zaino e un sacchetto di pistacchi. A mia madre piacevano i pistacchi, e ancora di più le piaceva regalarmeli. Riempio due bicchierini, quelli che tirava sempre fuori dall’antica credenza quando c’era qualcosa da festeggiare. Ne sistemo uno accanto all’urna, l’altro me lo porto alle labbra. Ha un aroma pungente, leggermente affumicato. Lo scolo tutto d’un fiato. Mi rimproverava sempre di essere troppo avido, di whisky, di tutto. Avido, inquieto e sempre insoddisfatto. Goditi la vita, mi diceva, rilassati, assapora ogni momento come se fosse l’ultimo. E poi è arrivato per lei l’ultimo momento, il suo cuore si è fermato di colpo, nel sonno. Chissà cosa stava sognando in quegli ultimi istanti. Almeno non ha sofferto, mi hanno detto tutti, non trovi che il suo volto sia l’effige della serenità? Io ho provato a guardarlo, ma non riuscivo a metterlo a fuoco. Dalle rughe, dalle macchioline scure dell’età riemergevano tratti lontani non ancora segnati dal tempo, il viso liscio della giovinezza, i capelli dorati e gli occhi color cenere, la piega indispettita delle sue labbra rosa quando mi riconcorreva per le strade di Golfo Sereno con un piatto in una mano e la forchetta.
Accarezzo l’urna col polpastrello, e le chiedo cosa ne pensa, ma la sua voce fantasma si perde nel brusio incessante delle onde. Spargi le mie ceneri nel mare, ha lasciato scritto in una lettera nel cassetto del comodino. Non c’era bisogno che mi dicesse in quale mare. Bevo un altro bicchiere mentre una barca azzurra con reti da pesca mi passa davanti. I pescatori mi fanno un cenno di saluto a cui rispondo appena. Finisco i pistacchi, prendo la bottiglia e mi avvicino a una strana protuberanza nella sabbia. È una medusa arenata sul bagnasciuga. E allora, all’improvviso, ho di nuovo sei anni. È una di quelle giornate di cattivo tempo quando il cielo è nuvolo e tira un vento gelido, e anche se non si può fare il bagno, si va in spiaggia lo stesso, e si corre scalpicciando sulla sabbia umida, saltando tra le teste di medusa arenate sul bagnasciuga. Se per caso ci si ferma e con la punta di un bastoncino se ne tocca una, dalla mano, lungo il braccio, ci risale una sensazione viscida e pungente, e subito lanciamo via il bastoncino e ricominciamo a correre. E poi qualcuno grida che è ora di pranzo e due braccia esili e forti ci agguantano, due mani ci stringono e ci strofinano perché senza accorgercene abbiamo preso freddo, e abbiamo le dita gelide, le labbra cianotiche, il corpo intorpidito, ci sembra che presto moriremo assiderati senza il calore di quelle mani. Le sue mani. Torno barcollando a sedermi e bevo un sorso dopo l’altro, aspettando il tramonto. Mia madre diceva sempre che in questo posto, al Circeo, c’era una luce speciale al tramonto, una delle più belle del mondo, e mi chiedeva sempre di fare foto a quell’ora. Io ero sempre riluttante e scocciato. Adesso vorrei averne fatte di più. Mia madre non ha voluto un funerale in chiesa, ma una celebrazione nella sua casa, in cui ognuno si sarebbe dovuto prendere un oggetto in suo ricordo, e così è stato. Ma per quello che devo fare tra poco ha voluto che fossi solo. Il sole sta calando, le onde sono dello stesso colore delle violette che tengo ancora nello zaino. Le violette che teneva sempre in balcone, anno dopo anno, all’arrivo di ogni primavera, e di cui ho colto un mazzolino prima di partire. Mi rialzo, traballando, su gambe intorpidite. Raccolgo una piccola conchiglia, semplice e perfetta, e me la infilo in tasca. Le piaceva tanto raccogliere conchiglie quando calava la sera e veniva la bassa marea. Comincio a correre sul bagnasciuga, giocando come un tempo a evitare l’onda, avvicinandomi e ritraendomi, avvicinandomi e ritraendomi, in una danza che di solito finisce pari e che all’epoca la faceva tanto ridere. Quando non ho più fiato, mi rotolo sulla sabbia e piango e guardo le nubi che viaggiano nel cielo che si fa sempre più scuro. Mi rialzo. Devo farlo adesso, prima che la luce si spenga del tutto, perché non voglio che se ne vada nella notte, ma nel crepuscolo. Sollevo l’urna con dita tremanti, prendo le violette, il suo bicchierino ed entro nell’acqua fino al polpaccio. Vorrei dire qualcosa, ma cosa? Addio, mamma, ti voglio bene, mamma, riposa in pace, mamma, arrivederci, mamma… Non dico niente. Spargo le ceneri in silenzio, spargo le violette in silenzio, verso il suo whisky in silenzio, lascio che le lacrime mi scorrano sulle guance in silenzio. Torno all’asciugamano e lo raccolgo. Me lo porto al viso e lo odoro, sa di lavanda e anti tarme, come tutto quello che c’era nel suo armadio. Lo ripiego lentamente e lo rinfilo nello zaino. Ci infilo dentro anche la bottiglia di whisky vuota. L’urna la lascerò qui sulla spiaggia. Lascerò che se la porti via la risacca. Mi incammino sulla sabbia gelida. Arrivato alla rotonda mi spazzolo i piedi, mi rinfilo i calzini, mi allaccio le scarpe da ginnastica. Quando torno alla macchina, l’occhio mi cade sulla scritta ora illuminata al neon, blu su bianco abbacinante, Golfo Sereno.

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