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Cheesecake

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cosa aspetti a entrare? Sei lì fuori già da un po’ a osservarmi. Forse sei pentito, forse stai cercando di trovare il coraggio per…

Cosa aspetti a entrare? Sei lì fuori già da un po’ a osservarmi. Forse sei pentito, forse stai cercando di trovare il coraggio per…
Io seguito a far finta di dormire, qui, sul divano, ma non so per quanto tempo riuscirò a reggere questa posizione, mi fa male il collo e le gambe iniziano a intorpidirsi. Riesco però a scorgere sullo specchio sopra la credenza il riflesso sbiadito di te che te ne stai ritto dietro la vetrata. Chissà se riesci a sentire i battiti del mio cuore. Fai qualcosa, alla svelta: o entri o te ne vai al diavolo.
Forse speravi di trovarmi sveglia ad aspettarti mentre guidavi per venire qui; devi avermi immaginato correrti incontro con la gratitudine stampata in faccia. Questa mia sciocca gratitudine deve averti fatto sentire un po’ meno ladro ogni volta che entravi in casa passando dal giardino, al riparo da occhi indiscreti. Questa volta pero’ non faccio un solo passo, ti lascio l’arbitrio e l’onere di svegliarmi. Probabilmente mi dirai anche stavolta che ti dispiace, che a me ci tieni e che sistemerai tutto al più presto.
Ti osservo camminare. Sei nervoso, lo sento. Una scintilla improvvisa illumina il tuo volto e i tuoi lineamenti diventano per qualche secondo incandescenti: l’ennesima sigaretta. Tante volte ci siamo ripromessi di smettere di fumare. Per qualche breve periodo ci siamo anche riusciti, per poi ricascarci. In fondo noi due non siamo tipi che possono resistere a lungo alle tentazioni, anche se queste ci logorano.
Oggi ti ho aspettato più di altre volte, forse perché più di altre volte sei stato convincente. «Questa sera mi libero presto e sarò tutto per voi.» Così dopo aver aiutato Martina con i compiti – a proposito, devo ancora sistemarle lo zainetto. Ti ha aspettato tanto anche lei, sai? – ho preparato la cheesecake, la nostra preferita, e mi sono messa a guardare la tv. È ancora accesa, forse riesci a sentire il chiacchiericcio di un talk show di quarta serata. Poi ho davvero cercato il sonno, per sottrarre un po’ della mia vita alla tua attesa, e forse per un pochino l’ho pure trovato.
Ti sei appena seduto sulla panchetta vicino al ciliegio, dove certe sere stiamo in silenzio a guardare le stelle. E a me sembra sempre che una lacrima stia lì lì per accendersi sui tuoi occhi. Una sera con poche stelle mi avevi spiegato che esistono le istruzioni precise per piangere dignitosamente, e insistevi che tutti dovrebbero seguirle alla lettera. Il tuo disappunto nel vedermi divertita mi aveva fatto innamorare una volta di più. Non sai cosa darei per sapere cosa stai pensando in questo momento. Perché stai ancora lì fuori?
Forse quella stronza di tua moglie deve averti detto mentre ti preparava i petti di pollo che ieri ci siamo incontrate in macelleria. Avresti dovuto vedere con che aria allusiva diceva a Lorenzo che no, non era giornata per la carne di scrofa, del resto suo marito inizia a mal digerirla. Si, ha usato proprio la parola scrofa, e scandendo bene le sillabe: «Scro-fa». Anche io alla fine ho preso petti di pollo, io che il pollo lo detesto.
Non avrei mai pensato di finire in una situazione del genere, non credevo che il ruolo di eterna seconda mi si addicesse proprio. Con te ho scoperto invece che l’amore non può essere allineato in un asse temporale dove primo, secondo, terzo, penultimo, ultimo posto hanno ancora un senso. L’amore, anche quando è centellinato, vive in una dimensione dove non esiste umana misura.
Ricordo bene il giorno che ci siamo incontrati per la prima volta. Entrasti di corsa in libreria a chiedere informazioni su come raggiungere una certa via, eri nuovo in città. Un lampo di improvvisa gioia e attrazione si accese dentro di me. Chiacchierammo a lungo, e tra una sigaretta e l’altra riuscisti a farmi ridere di gusto. Non fui in grado di darti indicazioni sulla via che cercavi, ma in compenso tu te ne andasti con due libri nuovi e io rientrai a casa piena di entusiasmo e con un nuovo numero di telefono in rubrica. A lungo avevi taciuto sulla tua situazione familiare, e io facevo finta di non notare le chiamate a cui non rispondevi, le tue spiegazioni vaghe, il tuo essere elusivo. Finivo sempre per credere alle scuse più assurde: tuo padre che stava male, il tuo lavoro arretrato, i tuoi mal di testa. Fino a quando un giorno al tuo telefono ripose lei.
Eccoti di nuovo in piedi a camminare, una rinnovata lucina incandescente si libra nell’aria in un moto caotico. Forse aspetti che io mi svegli, o forse stai meditando di andare via. Forse ti ho fatto penare abbastanza e dovrei ora far finta di svegliarmi e toglierti dall’impaccio.
Tante volte ho cercato di mettere fine a questa nostra condizione di amanti sospesi. Ogni volta tu mi prendevi le mani con vigore e urlavi quanto grande fosse il tuo amore per me. Ero io quella che non capiva. Una volta di quelle avevi lasciato la presa di scatto e io mi ero ritrovata con una violetta fra le mani.
Il televisore è entrato in standby, probabilmente ora ti riesce difficile vedermi, immersa nel buio quasi più totale. Riesco a sentire il rumore sommesso del vento che smuove le fronde del ciliegio, forse anche i tuoi capelli.
Era una giornata molto ventosa anche quella in cui ti vidi per strada con tua moglie. Avevo chiuso presto la libreria e mi ero precipitata di corsa in macchina a fare la spesa nel supermercato sotto il tuo ufficio, con la speranza che ci si potesse vedere alla luce del sole, fingendo per una volta normalità. Voi eravate lì al semaforo, aspettavate il prossimo verde per poter attraversare, e nel frattempo le cingevi la vita, e ridevate, e ridevate ancora. Come mi eri sembrato diverso… un altro uomo, perfino più basso.
Ma ora nello specchio riconosco bene la tua sagoma: è più nitida, più distinta. Sei proprio attaccato alla vetrata e con una mano afferri la maniglia. Finalmente ti sei deciso. Il mio cuore sembra voler scappare dalla cassa toracica, non posso credere che almeno ora tu non senta i suoi battiti.
Ecco, sento un primo click, poi subito dopo il secondo, un terzo, forse al quarto hai ormai capito che la vetrata è chiusa a chiave.
Ancora qualche interminabile secondo e ti allontani. Mi rendo conto solo ora di essere sfinita e affamata. Ma, prima di andare a letto, proverò a recuperare la cheesecake dalla pattumiera.

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