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Racconto idroponico

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Illustrazione di Agrin Amedì
Tutto iniziò quando scoprii il termine idroponico, fu proprio così. Un giorno eri seduto al solito posto in cucina con quegli occhiali da due euro appoggiati sulla punta del naso, ti ricordi?

Tutto iniziò quando scoprii il termine idroponico, fu proprio così. Un giorno eri seduto al solito posto in cucina con quegli occhiali da due euro appoggiati sulla punta del naso, ti ricordi? Stavi facendo quello stramaledetto cruciverba e hai balbettato una cosa del tipo: «Etodo di tivazione, ternativa, omestica» che subito tradussi in “metodo di coltivazione alternativa domestica”. Mi informai. E da quel giorno iniziò tutto. Liberai l’armadio in camera mia, quello piccolo accanto al letto, e lo attrezzai; poi feci lo stesso con la vasca del mio bagno, quello in camera. Ce n’era dappertutto di roba. Tu non riuscivi a capire, non appieno almeno, anche perché presi l’abitudine di chiudere sempre la porta a chiave. Coltivavo una magnifica erba olandese tra le mura di casa e la vendevo al più grande spacciatore della città, Lucchetto. E tu mi guardavi sempre con quell’aria interrogativa da scemo: abbassavi gli occhi e fingevi di non capire. Non mi hai mai rimproverato apertamente, per nulla, mai un richiamo. Ciò che facevi però era peggio di qualsiasi rimprovero: ti chiudevi nel solito mutismo. Riaprivi bocca solo dopo qualche giorno per dire stronzate del tipo: «Se hai bisogno di aiuto – sempre con quel cruciverba tra le mani e gli occhiali sulla punta del naso – parla con me. Sì, hai ragione, sono vecchio. Ma parliamo. Ciò che stai facendo non è bello Ciano, non è giusto. Ti metterai nei guai». A quel punto ti toglievi gli occhiali dal naso e li appoggiavi sul cruciverba aperto, come per un rituale. «Ascoltami per favore.» Quindi ti mandavo a fanculo, prendevo lo zaino e andavo a casa di Lucchetto. Poi quella domenica mattina sei andato oltre ogni immaginazione quando mi hai chiesto di aiutarti a preparare il polpettone. «Come facevamo una volta – dicesti – quand’eri piccolo, ricordi? Oggi è domenica, dai…» Che razza di idea il polpettone. E pensare che avrei quasi ceduto, giuro, non fosse che poi hai iniziato a dire che non avrei dovuto frequentare Lucchetto, che non è una brava persona e stronzate del genere. E insistevi con quel polpettone che cercavi di impastare con quelle tue mani che continuavano a tremare; non ti accorgesti nemmeno dell’uovo caduto a terra perché quegli occhiali da due euro che avevi non erano adatti per i tuoi occhi, ti ricordi? E la tua bocca storta a causa dell’ictus da cui gocciolava saliva che continuavi a risucchiare dentro come i bambini quando imparano a bere dal bicchiere; e c’era anche qualche lacrima nei tuoi occhi che io vidi cadere giù nell’impasto quando ti mandai affanculo perché non ne potevo più e presi lo zaino e andai a casa di Lucchetto. Ricordi?
Quello che non sai è che ero già in cantina quando la polizia buttò giù la porta. Lucchetto era troppo ciccione per starmi dietro e per infilarsi nella finestra di ventilazione dove io invece riuscii a infilarmi sbucando nel giardino della villetta accanto. Lo attraversai di corsa mentre Lucchetto gridava aiuto con la testa schiacciata sull’erba e il corpo incastrato nella finestra e i poliziotti che lo tiravano giù per i piedi. Tu di sicuro stavi ancora impastando il polpettone e io correvo a perdifiato lungo viale Kennedy sotto un sole enorme e svicolai in una stradina secondaria con un poliziotto ciccione alle calcagna. Svoltato l’angolo mi accucciai dietro il bidone della spazzatura. Vidi il poliziotto fermarsi in mezzo alla stradina: il tonto guardava a destra e a sinistra, spaesato. Soltanto dopo capì che avrebbe dovuto cercare altrove e si abbassò a terra appoggiando metà faccia sull’asfalto per guardare sotto le macchine, e io allora ripresi a correre e lo seminai, anche se persi quel cazzo di telefonino che mi avevi regalato, sempre le stesse stronzate, così che potevo chiamarti se avevo bisogno. Non feci in tempo a riprenderlo ma riuscii a farcela anche quella volta, come sempre, solo che tu non hai mai avuto fiducia in me. E quando imboccai la strada di casa il mio unico desiderio era di fartela pagare perché sapevo che eri stato tu a chiamare la polizia, ne ero certo; ti avrei infilato quel testone del cazzo nel forno insieme al polpettone e a quel punto non saresti riuscito a risucchiare la tua bava da vecchio di merda, tutt’al più avresti cercato di liberarti il collo dallo sportello del forno con quelle tue mani tremolanti ma senza troppa forza per non farmi male, per non contrariarmi… e invece quando entrai in casa trovai l’impasto ancora sul tavolo tra i gusci di uova e il pan grattato, un pentolino con l’acqua e una teglia imburrata, e tu, tu che mi guardavi con quei tuoi occhi tristi e quel volto da vecchio del cazzo ancora striato di lacrime, sdraiato supino sul pavimento con quella camicia a quadroni piena di farina e uova, senza respiro, morto, morto in maniera definitiva e per sempre, in una pozza di piscio e merda che si intravedeva dal cavallo dei tuoi pantaloni di velluto, quei pantaloni che non ti toglievi mai e che avevi sempre, me lo ricordo, anche quand’ero piccolo e mi tenevi stretto in braccio a te, forte forte, dicendomi che mi amavi e che avrei potuto contare sempre su di te, papà, per qualsiasi cosa. Ma vaffanculo, davvero. Quando venne la polizia e perquisirono casa io ero in attesa davanti al tuo corpo senza vita, speravo che tutto finisse in fretta, ma stranamente non trovarono nulla, nemmeno un filo d’erba. In quel momento capì tutto papà, tutto quanto. E quando arrivò l’ambulanza per portarti via io quel cazzo di polpettone l’avevo già infornato, era quasi pronto, e avrei dato tutto me stesso per poterlo mangiare insieme a te.

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