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Il mio mondo è qui

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Illustrazione di Agrin Amedì
Piove. Una rottura, dico davvero. Non posso andare al mare. Ora, se ve lo chiedete, no, non è estate. È dicembre, ma a me non importa. Io solitamente vado al mare anche quando nevica. E allora perché non vado al mare se piove e basta? Lea Torrisi riscrive con determinazione la storia di Colapesce.

Questo racconto è stato scritto nell’ambito di un laboratorio di scrittura creativa tenuto presso la scuola media Sinopoli-Ferrini di Roma
dalla Scuola Omero nell’anno scolastico 2019/2020

Piove. Una rottura, dico davvero. Non posso andare al mare. Ora, se ve lo chiedete, no, non è estate. È dicembre, ma a me non importa. Io solitamente vado al mare anche quando nevica. E allora perché non vado al mare se piove e basta? Ah, non lo so. Sapete, potete chiederlo a mio padre che mi ha chiuso dentro il bagno e probabilmente ha buttato pure via la chiave. Decido di urlare il suo nome. So che non cambierà nulla. Lo faccio così, per protesta. Si sentono dei passi. «Non esci Nicola. Il mare è mosso. Troppo mosso.» Vorrei dire che non mi importa. Che se fosse per me io ci andrei tutti i giorni dell’anno al mare. Ma non lo dico. Lo faccio così, per protesta. «Se ci vai che… che tu possa respirare sott’acqua così poi non torni. Anzi, davvero, se ci vai non tornare» continua mio padre. È serio. È arrabbiato. Anche io sono arrabbiato. Mi tiene in gabbia. Non c’è molta differenza tra lui e la prigione. «Nicola, io devo uscire per lavoro. Resta a casa. Non dovrebbe suonare nessuno, ma se suonano non aprire. E, Nicola, se casomai tu dovessi proprio uscire, non andare al mare.» Io non rispondo. Sto in ascolto. Mio padre sta fermo per un minuto. Fa un verso. Va da qualche parte nella casa. Si siede sul divano. Si rialza. Va da qualche altra parte nella casa. Non si sente nulla per circa un minuto. Torna vicino al bagno. Prende le chiavi. Si allontana. Poi dopo un po’ ritorna. Di sicuro ha dimenticato il portafogli. No. «Ciao Nicola.» E poi esce. Aspetto esattamente 9 minuti. Poi apro la finestra ed esco. Faccio un salto di circa un metro e sono in giardino. Piove senza sosta. Non si vede nulla. Non mi importa. Io voglio andare al mare. È più forte di me. Io e il mare siamo migliori amici. Quando ero piccolo ci parlavo. Sarebbe disonesto non dire che a volte lo faccio ancora. Mi ha regalato momenti di felicità che nessun essere umano poteva darmi. La luce che c’è al mare, quella, non la vedi negli occhi di nessuno. La calma. Quella pace. Maledizione, quel conforto non te lo da nessuno. Il mare mi capisce. Non dice nulla ma io lo so che mi capisce. Finalmente lo vedo. Non ho portato il costume. Ma che importa, mi butterò nudo. Il mare non ti fissa se sei nudo. Per lui non è strano. Inizio a correre per il viale di cemento fino ad arrivare all’ultima traversa. È la meno curata. Anche sotto la pioggia si vede che l’erba ha invaso il sentiero di terra che ora è fango. Mi levo le scarpe. So che se non me le levo non riuscirò mai a proseguire. Iniziano gli scogli. Salto da un masso nero all’atro. Poi mi arrampico per superare uno scoglio un po’ più grande. E poi eccola lì, la piccola baia della stella. Mi levo i vestiti velocemente. E mi butto. Le onde sono alte. Ma non mi importa. Sono tornato dal mare. Finalmente, sono tornato dal mare. L’acqua è fredda. Un bel freddo, però. Istintivamente chiudo la bocca. Chiudo gli occhi. Provo a riaprirli. Vedo. E vedo bene. Il mio istinto dice: Nicola, ma che cavolo, torna su. Ma io l’ho capito. L’ho capito che non ne ho bisogno. Vado più in profondità. Non sento dolore alle orecchie. Provo a inspirare. Lo faccio e sento arrivare l’aria nella pancia. Io respiro! Respiro in acqua. Posso rimanere giù quanto voglio! Mi faccio un giro. Vedo l’inizio dello scoglio. Vedo di tutto: pesci, crostacei, molluschi, alghe. Vedo le rocce. Vedo le rocce vulcaniche. Vedo l’acqua. Io sento l’acqua. Sento i pesci. Sento tutti i pesci. Li sento e li capisco. Come se ci fosse un mondo quaggiù. Un mondo più tranquillo, più silenzioso, più gentile, più sorridente. Poi sento urlare da su. La pioggia batte forte, ma chi da urla lassù si dà un bel da fare. Salgo, più rapidamente di quanto possa immaginare. Esco dall’acqua. L’aria è fredda. Di un freddo ungente. Mi fa male. Mi graffia. Un ragazzino mi guarda. Evidentemente non ero solo. Io lo guardo: ha la mia età. Sorride. Un sorriso dolce. La paura che avevo visto nel suo sguardo scompare quasi del tutto. «Ehm. Tutto ok? Io ti ho visto entrare e… hai freddo?» Mi guarda. Io sto tremando. In realtà lui vede solo la mia testa tremare. Ma in effetti è solo quella che trema. Il mio corpo sta al caldo. In acqua. «No, tutto a posto. Grazie.» Lui sorride. Poi si siede. E ride fra sé e sé. «Sei rimasto giù per 5 minuti. Sai, pensavo che era meglio se non avessi fatto niente. Che codardo, no? Per me eri di sicuro morto. E io non ti volevo aiutare. Che schifo, no? Ma perché non sei morto?» Poteva dire “è un miracolo che tu sia vivo. Come?”. No, lui, duro, con questa frase mi dà come uno schiaffo. «Perché non sei morto?» Rimango senza parole. Lo guardo esterrefatto. Lui dovrebbe esserlo, ma sono io quello senza fiato. Poi dico: «Posso respirare sott’acqua». Lui fa un sorrisetto. «Ho visto. Sei stato giù per più di cinque minuti. Quanto ci puoi stare?» «Quanto voglio.» Lui stringe gli occhi. «Allora prendi un pesce. Stai giù fin quando non prendi un pesce.» Alzo le sopracciglia. «Mi sottovaluti.» Mi sottovaluta. È passato un minuto da quando me l’ha chiesto e sono già su con un pesce in mano. Lui stringe anche la bocca. Poi dopo un po’ dice: «D’accordo». Prende un sasso. «Da quello che ho capito lì sotto ci vedi bene.» Lancia il sasso, poi sorride. «Prendi questo. Stai giù fin quando non prendi questo.» «Mi sottovaluti.» Mi sottovaluta. Sono di fronte a lui, sorridente. Sono passati 15 minuti. Lui è a bocca aperta. «Ok. L’altro giorno sono andato in barca. Mi è caduta una scatola piena di sabbia. Non fare domande. Trovamela.» Provo a rifiutare, ma alla fine non dico nulla. Lo faccio così, per protesta. Mi immergo. E nuoto. Nuoto per un tempo infinito. Poi la vedo. È sotto uno scoglio. Una scatola trasparente di vetro piena di sabbia. Faccio per prenderla quando qualcosa mi si avvolge alla gamba. Mi giro. C’è un polpo. Un grande polpo. Circa quanto mezzo me. Si allontana. Lo seguo. Con me porto la scatola del ragazzo. Nuotiamo per un po’ finché l’acqua non diventa come opaca, piena di bollicine. Io vedo un macchinario in lontananza. L’ho già visto. È una specie di grande macchina che filtra l’acqua. La purifica. Non fa entrare nel mare tutto lo schifo delle fogne e altro. È rotto. Il polpo non sa come aggiustarlo. Io sì, me l’ha insegnato mio zio. Però per questo ci vorrà un’eternità per ripararlo rispetto a un modellino. Ma io lo voglio riparare e lo riparerò: sta distruggendo lentamente il mio migliore amico. Lo sta uccidendo. Non penso più al ragazzo. Non penso più a mio padre, penserà che è colpa sua. Perché non penso a loro? Non lo so. Probabilmente quello non è mai stato il mio mondo. È il loro mondo. Il mio è qui. So che rimanere qui solo è la giusta via per aiutare il mio mondo, probabilmente costringendo due persone a sensi di colpa a vita. È egoista, lo so. Se fossi umano non lo farei. Spiegherei tutto a tutti. Ma io non sono umano. Io sono metà Nicola e metà pesce. Io sono Colapesce.

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