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Illustrazione di Agrin Amedì
«Molto bene, Anna» aveva sentenziato il primario. «Molto, molto bene. Con oggi possiamo salutarci e vederci tra un anno. Non è necessario continuare con le visite semestrali, possiamo dire che sei definitivamente guarita» aveva proseguito soddisfatto, togliendosi i guanti.

«Molto bene, Anna» aveva sentenziato il primario. «Molto, molto bene. Con oggi possiamo salutarci e vederci tra un anno. Non è necessario continuare con le visite semestrali, possiamo dire che sei definitivamente guarita» aveva proseguito soddisfatto, togliendosi i guanti.
«Grazie dottore, grazie di tutto» aveva detto lei.
«Di niente, cara. Ora goditi la vita, fai un figlio. Vedrai che tutta questa esperienza sarà solo un brutto ricordo che dimenticherai» l’aveva incoraggiata con il consueto entusiasmo. Si erano stretti la mano e si erano anche scambiati due baci di saluto, aveva pagato l’onorario e si era diretta all’uscita di Careggi. Sulla porta, Anna aveva guardato gli edifici dell’ospedale e si era sentita leggera. Davvero poteva iniziare a pensare a sé stessa in maniera diversa da come aveva fatto negli ultimi cinque anni. Se c’era una cosa che aveva capito in quegli anni di cure era che il suo era un posto silenzioso nel mondo, un passaggio in punta di piedi accanto a tutti. Se era riservata di natura da dopo la malattia era diventata defilata, quasi in ascolto.
Mi comprerò un mazzo di fiori, oggi di festeggia! – si disse mentre aspettava la tranvia.Pensò a quale fioraio avrebbe trovato lungo la strada di casa. Nella sua mente lo individuò e salì in vettura. Faceva caldo quel giorno e per strada non c’era quasi nessuno. Si sedette, e Firenze iniziò a scorrerle davanti agli occhi. Era bella la tranvia, seguiva la sua strada, diritta verso le fermate, gentile nell’attendere ai semafori, silenziosa in mezzo al caos del traffico di Viale Morgagni. Si guardò intorno e c’erano pochi passeggeri, ognuno immerso nei propri pensieri. Si sarebbe comprata delle gerbere color salmone, sì! E anche rosse. E due gialle! Che bel mazzo sarebbe venuto: era felice.
Iniziò a pensare alle parole di incoraggiamento del suo medico. Gli era grata di tutto, di averle dato la possibilità di avere una seconda opportunità. Aveva combattuto la sua personale battaglia. Aveva scoperto  che non erano da ritenere belle solo le vite degli altri piene di figli, amori, divorzi. Ci sono tanti tipi di vite e la sua era una vita dignitosa nella lotta. Aveva combattuto e ne era uscita con un profondo orgoglio per sé stessa.
Aveva guardato fuori dal finestrino e all’altezza della Stazione di Statuto si era sentita improvvisamente sola. E ora dove vado?, si era detta. Ora posso ricominciare, ribadì a sé stessa. Poi si guardò le mani. La colse un senso di oppressione e le tornò in mente l’odore del refettorio della scuola. Il sapore di minestra scadente che le davano le suore; ricordò il sentore delle foglie che in autunno marcivano nel piazzale: erano tra i primi ricordi che aveva della sua infanzia. Cercò di depistare il proprio pensiero perché sapeva bene dove l’avrebbero condotta quei ricordi e li ricacciò indietro proprio mentre varcava la soglia del fioraio di Santa Maria Novella.
Ne uscì soddisfatta del suo mazzo di gerbere. Passò davanti a una pasticceria e sentì l’odore consolante di vaniglia. La fece sorridere come ogni volta che lo sentiva perché le ricordava le bocche di lupo all’alkermes e panna che suo nonno le comprava da bambina proprio quando usciva da scuola e andava a prenderla al pullman giallo. Le piacevano le cose semplici. Entrò e comprò una bocca di lupo pensando di mangiarla a casa e si avviò sul binario del treno che l’avrebbe riportata in campagna. Si accorse di camminare leggera ma in cuor suo era inquieta. Chiamo Pietro, si disse d’istinto. Poi si ricordò, sorprendendo sé stessa, che lui era sparito mesi prima senza farsi più rivedere. Se l’era presa anche con sé stessa per quella sparizione. Lui era scomparso e lei era così stanca della vita o forse così profondamente gentile che gli aveva anche fatto il piacere di non cercarlo per avere almeno una spiegazione.
Alla stazione c’era un forte odore di griglia come in tutte le grandi stazioni. Se era mescolato a quello dei crauti, sapevi di essere a Berlino. Se lo sentivi abbinato alla cipolla, eri a Parigi. Se conviveva con quello di fritto sapevi che la Grecia ti stava chiamando a sé. Sorrise, ma non le bastò ricordare quei viaggi fatti negli ultimi anni. Salì sul treno in preda a un senso di vuoto.
Guardando le colline e la campagna che scorrevano all’altezza di Compiobbi volle aprire il finestrino perché il caldo era davvero soffocante. Il vuoto che sentiva nel cuore non si riempiva con la visione della campagna. Il profumo dei tigli le ricordò che giugno stava finendo e che era il mese della maturità. Anche quello era un ricordo, benché più recente: aveva imparato che i tigli fioriti corredavano la fine di un anno di lavoro faticoso, segnando un nuovo inizio. Ma sentì la vertigine dei posti vuoti accanto al suo e avrebbe voluto avere dei volti con cui parlare, scambiare due parole, confrontarsi anche solo sulle possibili mete delle vacanze ormai prossime. Insomma, le sarebbero bastate anche solo due chiacchiere da pendolari. Poi si accorse che stava piangendo e che nessuno se ne stava accorgendo. Allora Anna fece quello che i mesi di terapia le avevano insegnato: si era messa ferma e aveva guardato in faccia il suo vuoto. In quei momenti nessuna presenza riusciva a consolarla. Lo guardò fissa, e aspettò che passasse.
E ora? A chi appartiene chi supera una malattia e si riscopre a camminare lungo un sentiero solitario?
Per la prima volta Anna pensò alla parola ‘appartenenza’.
C’era un punto nella campagna intorno ai binari sui quali correva il treno che lei amava particolarmente, era proprio dopo la stazione di Pontassieve. La vecchia linea passava attraverso vigne e campi di grano. I filari erano lussureggianti e il grano maturo. In lontananza sapeva che erano cresciute le piante di girasoli e che di lì a pochi giorni sarebbero fiorite. Ricordò un viaggio fatto anni prima mentre andava a lavoro. Aveva avuto un breve e ambitissimo incarico per il Ministero e si recava in città orgogliosa del suo impegno. Quella mattina Pietro viaggiava con lei perché doveva rientrare in caserma. Sulle ginocchia teneva il suo cappello da alpino, canticchiando Oh Dio del cielo, se fossi una rondinella… Si era ricordata di essersi sentita felice quella mattina. Sapeva di essere contenta di sé in quel periodo e quel ricordo la consolò. Forse non era stato tutto buio come le aveva fatto credere la malattia.
Il controllore le chiese il biglietto da vidimare. Aveva fatto una bella battuta sui fiori e lei si era illuminata. Armeggiando in borsa per trovare il biglietto aveva avuto il tempo di avvertire che il controllore portava un profumo di salvia e di timo. Sì, la campagna sarebbe stata il suo nuovo inizio. Vorrei volare in braccio alla mia bella… Ricordò, e si sentì libera. Era libera di scrivere quelle parole a Pietro dopo tanto tempo e sapeva che per lei aveva valore solo il suo gesto: cogliere quel senso di bello che aveva coltivato in sé senza neanche che le desse un riscontro. Gli scrisse quelle poche parole e fuori vide scorrere i crinali delle colline che portavano al Castello di Sammezzano. Era felice finalmente, sapeva di non aspettare una risposta. Era leggera e sapeva che non sarebbe stato per sempre. Sapeva che se lo sarebbe dovuto ripete ancora tante volte nei mille frammenti in cui aveva imparato a dividere la propria vita, per accettarla pienamente.

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