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E forse rido troppo

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Illustrazione di Agrin Amedì
La sciarpa grigia, quella con i fiori rosa, che le abbiamo regalato per il suo compleanno. E poi la borsa viola, di pelle. Cappotto no, non ce l’aveva, fa troppo caldo. O forse sì? Papà non se lo ricorda. Torno a casa e controllo dentro l’armadio?

La sciarpa grigia, quella con i fiori rosa, che le abbiamo regalato per il suo compleanno. E poi la borsa viola, di pelle. Cappotto no, non ce l’aveva, fa troppo caldo. O forse sì? Papà non se lo ricorda. Torno a casa e controllo dentro l’armadio? No, meglio di no, meglio andare avanti. Passo accanto al fornaio, entro, sorrido, buongiorno come stai? Tutto bene, come mai da queste parti? Sei a trovare mamma? Mi sale un groppo in gola, sì, beh, sì, e adesso che cosa devo dire? Che mi sono precipitata, che sono arrivata un’ora fa, che mia madre non si trova da questa mattina? Ma non posso allarmare tutti, non ha senso, sarà sicuramente andata in giro a fare una passeggiata, avrà perso il telefono, non è successo niente. Guardo Franco che mi osserva dall’altra parte del bancone, i baffi bianchi che però nella mia mente sono ancora neri, quelli che io vedevo quando alzavo la testa di bambina e passavo da lui uscendo da scuola, a prendermi la schicciatina per merenda. Sì, sono venuta ma a casa non c’è nessuno e mi sono dimenticata le chiavi. Rido nervosa, forse rido troppo, sto ridendo troppo? Non è che hai visto passare mia madre, non risponde al telefono, mi sa che non lo sente? Lui fa cenno di no, che non l’ha vista, ma che magari è andata dalla Lucia, che ci va spesso, adesso con il bel tempo vanno insieme a passeggio, beata la pensione. Io annuisco e sorrido, ma la Lucia l’ho già chiamata, la Lucia non vede mia madre da ieri. Ma è successo qualcosa? mi ha chiesto la Lucia quando l’ho chiamata. No, non è successo niente, niente di niente, non ti preoccupare, le ho detto ridendo, forse ridendo troppo. È uscita e il cellulare è spento, le ho detto, ma ti ho chiamata solo per sapere se era con te. Saluto Franco, esco e torno nel corso. Cammino lentamente, guardo a destra, sinistra, cerco di sbirciare dentro i negozi ma senza dare nell’occhio. Vedo uscire dalla cartoleria la professoressa Martini, mi viene incontro, mi riconosce subito, come stai? Quanto sei bella, quanto sei cresciuta, quando sei arrivata? E come sta la mamma? La guardo e sorrido, che faccio, glielo dico? Tutto bene, la mamma è fuori, stavo facendo una passeggiata. E come va l’Università? E come ti trovi? E quanti esami hai dato? Sento l’aria che esce dalla gola, e la bocca che si muove e la mia voce che emette dei suoni, probabilmente anche delle frasi di senso compiuto, ma io penso solo a mia madre, alla sua sciarpa grigia con i fiori rosa che stamani è uscita, verso le dieci, per andare dal fioraio e poi non è più tornata; e il fioraio l’ha vista, dice che si è fatta mettere da parte un’orchidea splendida, di quelle tigrate, viola, una cosa veramente da intenditori, ha spiegato a mio padre quando lo ha chiamato verso mezzogiorno e mezzo perché lei non era tornata a casa. Tutto questo la professoressa Martini non lo sa ma sembra essere contenta delle mie risposte, e neanche io so che cosa le sto dicendo, ma mi abbraccia e mi dice di portare i suoi saluti a casa, e le sorrido e lo farò, certo che lo farò, e la saluto e riprendo da dove ero rimasta, da quel punto del corso all’altezza della cartoleria, e vado avanti guardandomi intorno, e forse mi viene in mente che mamma può essere entrata in profumeria, e sbircio dentro e alla cassa c’è una ragazzina che non ho mai visto – e pensare che una volta qui conoscevo tutti, questo maledetto paesino di ventimila anime che mi stava stretto – e mi dico che no, non posso entrare e chiederle se ha visto mia madre, neanche sa chi sono io; e però posso chiedere se è entrata in giornata una signora di mezza età con una sciarpa grigia dai fiori rosa e una borsa di pelle viola, ma magari mamma è passata in mattinata e la commessa ha iniziato il turno due ore fa, dopo pranzo, ma intanto deve aver sentito che la sto fissando e si volta a guardarmi, e allora io faccio finta di fissare la vetrina e sorrido, ma forse sorrido un po’ troppo, forse penserà che sono pazza, ma che può fare? Certo non può chiamare la polizia perché una tizia la sta fissando, e poi alla polizia c’è già mio padre, e tiro fuori il cellulare ma non ha chiamato, non ci sono notifiche, e se lo chiamassi io? Ma magari lui adesso è impegnato, starà dando le generalità e descrivendo la sciarpa che aveva stamani mamma quando si è allontanata da casa e non è più rientrata. Rimango davanti alla vetrina e provo a richiamare mia madre ma il telefono è spento, la voce registrata mi chiede se voglio lasciare un messaggio, riattacco e intanto penso che magari è tornata a casa e non ha trovato nessuno, e forse sta sul divano a guardare la televisione e neanche sa che la stiamo cercando e che il suo cellulare è scarico e che papà è alla polizia, e allora 055973004, digito il numero di casa, che una una volta era casa mia e adesso è solo casa dei miei ma rimane l’unico numero che conosco a memoria, e il telefono squilla, e squilla, e squilla e poi finalmente ecco un click, ma è solo la segreteria telefonica che è partita, e allora riattacco. Penso a cosa potrei fare, ma intanto rimango a fissare la vetrina, e hanno già iniziato a mettere in esposizione i profumi e le idee regalo per la festa del Papà, e davvero sembra ieri che era Natale, e quest’anno il Natale l’ho passato con Federico a casa dei suoi genitori, abbiamo deciso di fare un anno a testa, e se questo fosse stato l’ultimo Natale che potevo passare con mamma? Non ci devo nemmeno pensare, tiro fuori il pacchetto di Camel e mi accendo una sigaretta, e intanto riprendo il telefono, 055973004, squilla, continua a squillare, e squilla ancora e riparte la segreteria telefonica e riattacco, e penso a mia madre che porta in tavola l’hummus e il cous cous con il cinghiale, perché da quando Valerio si è fidanzato con Rashida lei ha deciso che anche il Natale deve essere multiculturale, e io l’avevo chiamata per farle gli auguri che si erano appena messi a tavola, e mi aveva promesso che mi avrebbe messo da parte un po’ di hummus per il giorno dopo, e io ero in cucina con la nonna di Federico che preparava il cappone, e io il cappone non lo sopporto, non ne sopporto neanche l’odore, neanche il sapore, neanche la consistenza, e a quel pranzo non sapevo bene come comportarmi perché io neanche le conosco le tradizioni del Natale, non sono abituata ai pranzi con nonni, zii, cugini, nipoti, congiunti vari perché la mia famiglia è sempre stata io, Valerio e i miei genitori, e i nonni non ci sono mai stati, e neanche zii e cugini perché mamma e papà sono figli unici, e allora da quando ho memoria noi passavamo le nostre vacanze sulla neve, sia Natale che Pasqua, in un appartamento che affittavamo sull’Appennino, e lo abbiamo fatto per anni, almeno per tutto il liceo, prima che arrivasse il tumore di papà, e dei nostri pranzi ricordo la cotoletta fritta con le patatine che mangiavo nel rifugio, mentre mamma soffiava sulla zuppa e papà si toglieva i resti di polenta dai baffi, e poi tornavamo sulle piste, che non c’era mai nessuno, e quando rientravamo all’appartamento facevamo la doccia e mamma ci faceva trovare in cucina la cioccolata calda insieme ai regali. Aspiro la sigaretta ormai finita, sento il calore sulle dita che tengono il filtro, prendo il posacenere che tengo in tasca e la spengo, e se mamma fosse in quell’appartamento sull’Appennino? Se per qualche ragione avesse deciso di andare lì, magari a salutare la signora Maria, che ogni volta, quando scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro e ci portava le uova delle sue galline, che ci dava insieme alla chiavi di casa? Se parto adesso tra un paio d’ore dovrei riuscire ad essere lì, ma prima faccio un ultimo tentativo, 055973004, intanto la commessa continua a fissarmi, il telefono squilla e io vedo mia madre alla guida che percorre i tornanti, supera poi la stazione di servizio e gira a destra dove sta la pizzeria “Il Locandiere”, e parcheggia proprio davanti alla casa, e la signora Maria le viene incontro, portando con sé le uova e le chiavi, e il telefono di casa continua a squillare ma mia madre non lo sa, mia madre adesso sta togliendo la valigia dal bagagliaio e guarda le montagne davanti a lei, le cime innevate sopra i prati verdi, e si stringe al collo la sciarpa grigia con i fiori rosa, che però è troppo leggera, e pensa che avrebbe fatto bene a portarsi un cappotto, e sento un click ed ecco di nuovo la segreteria telefonica, e allora riaggancio e in quel momento vedo un messaggio, che papà mi ha chiamato alle 17,54, e allora lo richiamo, e le mani mi tremano, e porto il telefono all’orecchio e lui grida, l’abbiamo trovata, sta bene, l’abbiamo trovata, e mi metto una mano davanti alla bocca e mi piego su me stessa, lì, davanti a quella vetrina, e inizio a piangere ma continuo a ridere, e forse sto ridendo troppo, e sono rannicchiata su me stessa quando qualcuno mi tocca la spalla, va tutto bene? La commessa è uscita ed è venuta da me. Si sente bene? Chiamo un dottore? No no, mi alzo io, la voce roca e il petto dolorante, va tutto bene, e piango, e rido, e forse rido troppo, e forse la commessa mi ha preso per pazza e mi guarda con gli occhi sbarrati, preoccupati, i suoi occhi blu, troppo truccati, ma io sto bene, sto bene, e rido e forse rido troppo, ma sto bene. 

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