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Illustrazione di Agrin Amedì
Dopo aver toccato il fondo guardavo in su e ogni volta un nodo mi stringeva la gola e mi affrettavo a risalire quella montagna d’acqua su di me.

Aria. Non respiro. Ho bisogno di aria. Mi sento come da bambino quando mi immergevo in mare per raccogliere un pugnetto di sabbia da mostrare a mio padre. Dopo aver toccato il fondo guardavo in su e ogni volta un nodo mi stringeva la gola e mi affrettavo a risalire quella montagna d’acqua su di me. Così riemergo dal sonno. I piedi battono veloci alla ricerca della superficie della coscienza. Vedo la luce ma l’aria non c’è. Sento i respiri regolari dell’esercito di sconosciuti familiari che dorme attorno a me.
Mi alzo ed esco in silenzio a caccia di quell’aria. La brezza del mattino mi riempie le narici. Respiro a bocca aperta. Per una volta benedico l’odore di erba bagnata che odierò per il resto dell’esistenza. Respiro. Prima forte poi sempre più piano. Il cuore lentamente abbandona la gola e riprende il suo posto. Ho bisogno di sentire ancora la sua voce. Lo so che dormirà ma ne ho bisogno. Inserisco le monete nel telefono e compongo il numero. Squilla, ora risponde. Insisto, ma nulla. Riprovo tra un po’. Forse è la mancanza di ossigeno ma appeso alla cornetta del telefono comincia a scorrermi in testa il film di questi mesi. Unò-duè-unò-duè-unò-duè-dieeetrooofront. Correre, correre, veloooci, veloooci. Altolà-chivalà-passiallargo. Si butti giu! Coglione! Stia punito! Peperepeee, peperepeee. Silenzio d’ordinanza. Buio. Cosa c’entro io con tutto questo? Me lo sono ripetuto fin dalla prima notte, occhi sbarrati sul soffitto scrostato. E ho continuato a ripetermelo ogni volta in cui mi sono imbattuto nell’ottusa crudeltà di piccoli uomini graduati. Come quando mi sono quasi ucciso lanciandomi praticamente in testa una bomba a mano. Stia punito! Due giorni di consegna. O quando mi sono perso tra i monti alla ricerca di un punto sopra una mappa mangiando razioni kappa scadute. Stia punito! Tre giorni di consegna. O quando ho perso un proiettile scivolato dal taschino bucato della mimetica. Stia punito. Cinque giorni di consegna. Quante risate ci siamo fatti la prima volta che sono finalmente riuscito a tornare a casa in licenza e te l’ho raccontato. Poi abbiamo fatto l’amore ma tu eri strana, diversa, quasi distante. Ho pensato che fosse colpa mia. Forse dovevo essere meno diretto e tu cercavi solo tenerezza. Sicuramente è stata colpa mia. Sento che sto ricominciando a non respirare. Rimetto le monete nel telefono e ricompongo il numero. Lo so che è l’alba ma se non le parlo subito penso seriamente di poter morire. Finalmente risponde. Non è lei ma una scocciata coinquilina. Non è in casa aveva lezione all’università. All’università? A quest’ora? A sì, ricordo. Fingo di crederle. Scusa. Riprovo più tardi. Unò-duè-unò-duè-unò-duè-dieeetrooofront. Peperepeee, peperepeee. Silenzio d’ordinanza. Buio. Di questi cinque mesi trascorsi qui non riesco a fissare un solo ricordo felice. Anzi no, uno c’è. Quando quel gran bastardo di tenente si è dimenticato di portare la bandiera all’adunata del mattino. Parte l’inno nazionale, saluto alla bandiera. Saluto a ‘sta minchia, sbotta il colonnello abbandonando il piazzale. L’intero battaglione ha seppellito sotto una montagna di risate la crudeltà del piccolo uomo destinato ormai a un disonorevole congedo. Ben gli sta al bastardo. Per colpa sua non ti ho visto per due mesi. Poligoni, percorso di guerra, reazione fisica, adunata, libretta, liscivia. A tradimento mi si affollano in testa immagini e parole che non sentirò più. A tradimento. Come l’appello di ieri quando hanno chiamato quei compagni di corso a rapporto dal colonnello. Ecco, vedi, ora gli offrono di rimanere qui a finire il servizio da ufficiale. I soliti raccomandati. E invece no. Espulsi perché hanno barato al concorso. Traditori della patria. Peperepeee, peperepeee. Silenzio d’ordinanza. Buio.
Sono seduto all’aperto fuori della camerata. Non sento il freddo. Respiro. E parte l’altro film, quello dei nostri ultimi giorni. Uno stillicidio, con te ansiosa di dirmi qualcosa e io ansioso di non sentirtelo dire. Ho quasi gioito dell’ultima, ennesima, punizione che mi teneva ancora lontano da te ma alla fine ho dovuto chiedere un permesso ‘per motivi familiari’ per chiudere la nostra storia.
Quindici minuti netti tra un treno di andata e quello del ritorno per dirsi addio dopo cinque anni di vita insieme.
Le ore non passano mai e la voglia di sentirla aumenta. Conto le ore, poi i minuti e infine i secondi e finalmente arriva il pomeriggio.
Prima di tornare in apnea chiamo. E finalmente sei tu a rispondere. Ciao, come stai, scusa ma sai dopo ieri non me la sentivo proprio di dormire da sola. Da sola? Ma se vivi con altre due fuorisede? Non replico. Attendo vigliacco, perché l’aria già scarseggia.
Sai gliel’ho detto anche a lui che tra noi era praticamente finita. Come fratello e sorella. Lui? Praticamente sorella di chi? Se sapessi usarla ora vorrei tanto una bombola di ossigeno cui attaccarmi. Beh sai era preoccupato di come avresti preso il suo tradimento. Siete amici dalle elementari. Elementari? Tradimento? Sento la voce dall’altro capo della cornetta ma ormai è un suono indistinto. Soppeso la montagna di liquido che mi sovrasta. Non riesco neanche a immaginare quanta aria mi servirà per risalire.
Penso che dandomi una bella spinta, forse, con due botte di pinne sono in superficie col mio mucchietto di sabbia stretto nel pugno.
Apro la bocca, prendo un respiro e attacco. Click. Silenzio d’ordinanza. Buio.

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