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Migliori amici

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Illustrazione di Agrin Amedì
Per tutto il ginnasio trascorro i pomeriggi nello studio di Claudio, fumando Philip Morris di nascosto e parlando di storia e letteratura. Frequentiamo lo stesso liceo classico, in cui tutte le famiglie della buona società cittadina iscrivono da generazioni i loro rampolli.

Per tutto il ginnasio trascorro i pomeriggi nello studio di Claudio, fumando Philip Morris di nascosto e parlando di storia e letteratura. Frequentiamo lo stesso liceo classico, in cui tutte le famiglie della buona società cittadina iscrivono da generazioni i loro rampolli. Siamo in compagnia insieme, ed è una cerchia esclusiva, composta da fighetti, figli di notai, primari, addirittura nobili, griffati dalla testa ai piedi. Ma a dire il vero io non ho le carte in regola per starci dentro: sono soltanto la figlia di due insegnanti, non gioco a tennis, non possiedo seconde case in cui organizzare il capodanno e se mi invitano alle feste private non posso ricambiare l’invito. Tutte le mie compagne di classe hanno fratelli e sorelle universitari, belli, abbronzati e col sorriso bianchissimo, iscritti in atenei privati per gente ricca, che vengono talvolta ad aspettarle fuori da scuola. Mio fratello, invece, è ben oltre gli anni dell’università, ma ci sta ancora arenato sugli ultimi esami, e se viene lui a prendermi cerco di sgattaiolare via in fretta perché l’occhio acuto dei miei compagni non colga certi dettagli. Solo che in modo o nell’altro li colgono sempre alla fine, non so come. Forse li istruiscono i genitori a casa a saper riconoscere un fallito da lontano.
«Vale, ma quello è tuo fratello?» mi chiede Alessia, melliflua, all’uscita.
«Sì, è lui.» Le parole mi escono a fatica.
«Non ricordo più, che lavoro fa?» Come se fosse una domanda casuale…
«Fa…l’avvocato.» Lei squadra con aria indagatrice i jeans consumati di Giorgio, il suo vecchio giubbotto. Ovvio, non mi crede: nella mia classe hanno tutte almeno un parente avvocato, sanno bene che non girano vestiti così. Se poi Alessia si avvicinasse a lui noterebbe anche che ha gli occhi gonfi e forse sentirebbe il suo alito che a metà giornata sa già pesantemente di vino. Borbotto un saluto e corro via.
Con un fratello così, non dovrei essere in un gruppo di gente strafiga, ma ci sto perché l’amicizia di Claudio, in qualche modo, mi protegge. Ogni giorno, finiti i compiti, passo alla sua magnifica casa affacciata sul fiume, lui scende e raggiungiamo insieme l’agglomerato di motorini parcheggiati sotto i portici. Arrivando con lui, mi sento provvisoriamente in diritto di far parte del gruppo. Claudio è carismatico, il suo look è studiatamente trasandato ma firmato da capo a piedi, porta i capelli neri un po’ lunghi, col ciuffo sulla fronte e la sigaretta infilata all’angolo della bocca. Molte ragazze mi prendono in disparte per chiedermi di lui.
«Ti ha mai detto qualcosa di me? Dai Vale, tu lo conosci bene!»
Rispondo sempre in modo sibillino, conscia del privilegio di poter stare così vicina a Claudio, onorata della sua confidenza. Ogni tanto gli amici fanno anche qualche battutina: «Ma voi due? Quand’è che vi metterete assieme?». Claudio risponde con uno dei suoi mezzi sorrisi. «Valentina è la mia migliore amica – dichiara – ed è tutto.» Ci scambiamo un’occhiata d’intesa, il mio cuore fa un tuffo, ma lui non lo sa. Non potrei mai dirglielo, rovinerebbe ogni cosa, tipo quelle ore meravigliose a casa sua con le nuvolette di fumo che si sfaldano sui quadri antichi appesi alle pareti, la sua voce strascicata e un po’ roca di sottofondo.
Claudio sa dei problemi di mio fratello. Una sera Giorgio viene rinvenuto praticamente in coma in mezzo alla strada e i miei devono correre in ospedale. Resto a casa da sola e chiamo Claudio, sconvolta. Lui prende il motorino e arriva, sotto una pioggia torrenziale. Quando entra è tutto inzaccherato, lascia una chiazza sul tappeto dell’ingresso. L’acqua gli gocciola dal ciuffo su tutto il viso, non dice una parola e mi abbraccia. Non mi ha mai toccata in due anni, neppure per scherzo, e ora premo il naso e le labbra contro il suo collo, ne inspiro il profumo e piango silenziosamente. Lui bisbiglia: «Ci sono io», e dissemina sulla mia fronte e le mie guance tanti piccoli e rapidi baci. Mi basta alzare appena il volto e trovo la sua bocca: ha un accenno di barba che mi punge deliziosamente il mento. Mi stringe di più e mi bacia, questa volta per davvero, a lungo, proprio come dovrebbe essere un bacio e come l’ho immaginato tante volte.
Fra due settimane c’è la festa d’istituto e vorrei poterci andare con te, tenendoti per mano, e non spalla a spalla come due sbirri. Ma ho paura di dirtelo, di scoprire che non vuoi stare con me per la mia famiglia sfigata, perché in fondo sai che non appartengo davvero al tuo mondo. Non sono abbastanza bella, ricca, felice. Forse è per questo che ripetiamo a noi stessi e al gruppo la storia dei migliori amici.
Dopo il bacio, Claudio e io abbiamo rare occasioni di vederci. Ci incrociamo nel cortile del liceo ma sempre di fretta, e lui non è mai da solo. Mi passa accanto in mezzo ai suoi amici, mi saluta con un cenno, niente di più. Non mi ha più invitata a passare da lui al pomeriggio. Quegli ultimi quindici giorni di scuola che ci separano dalla festa di fine ginnasio passano in un tormento crescente. E poi, finalmente, ci siamo.
Il party è in una discoteca all’aperto, adagiata sui colli. In quella sera tiepida di giugno, stellata, perfetta, si balla con la città scintillante sotto i nostri piedi. Siamo tutti felici, esaltati, abbiamo bevuto. Claudio è in camicia bianca e pantaloni neri, già un po’ abbronzato, solita sigaretta fra le labbra. Quando lo vedo sento come un risucchio nello stomaco. «Ehi Vale» mi dice con un sorriso. Poi ci allontaniamo, ognuno per sé, con altre persone. La festa prosegue, venata da un po’ di malinconia: il distacco estivo incombe sulle storie che nascono quella sera, sulle feste da rinviare a settembre. A 15 anni l’estate é un vuoto di solitudine incolmabile. Guardo Claudio da lontano, balla in pista coi suoi amici, poi incrocia il mio sguardo, si stacca dagli altri e mi raggiunge fuori.
«Non ti diverti?» chiede.
«Sì. Va tutto bene.»
Si avvicina, chinandosi verso di me. Dietro i suoi riccioli neri vedo le stelle tremare, sento il profumo delicato della pelle del suo collo, me lo ricordo bene dall’ultima volta. Alzo il viso verso di lui, spero che mi baci di nuovo, ho un bisogno disperato di averlo ancora vicino.
«Ascolta – sussurra – vengo da parte di Marco. Mi ha detto che gli piaci, vuole che ti chieda se ci stai.»
La delusione mi dilaga dentro come acqua gelata. Resto in silenzio, ho un groviglio dentro che mi stringe alla gola e non voglio farmi vedere piangere da lui. Mai più.
«Meglio se ti decidi – continua in tono indifferente – fra poco noi ce ne andiamo da qui e continuiamo la festa a casa di Alessia. Sai che abita qui in zona, sono cinque minuti in motorino.»
Alessia. La più bionda, la più bella, la più magra delle mie compagne, padre commercialista e madre chirurgo estetico. La casa di Alessia è una villa con vigneto e piscina privata. «Quando si va?» domando. Claudio tossicchia: «Non è che si va. Ha invitato solo un gruppo ristretto. Non avrei dovuto dirtelo, in effetti. Quindi, cosa devo rispondere a Marco? Non ho molto tempo».
Le stelle si sono fermate, quiete nella notte vellutata. Mi ripeto disperatamente che è buio, che non può vedere la mia faccia. Devo restare impassibile: «Puoi riferirgli che non mi interessa».
«Ah sì? – adesso é canzonatorio – E se mi chiede il perché?»
«Mi piace un altro.»
«Senti senti – commenta, tirando fuori dalla tasca il pacchetto di sigarette – ma che novità! E chi sarebbe?» Inghiotto la verità e mormoro: «Non lo conosci. È di un altro liceo».
Per un attimo la fiamma dell’accendino gli illumina il viso, troppo brevemente per vederlo bene.
«Ora vado, si è fatto tardi. È sicuramente arrivato mio fratello.» Lui non risponde.
«Allora ciao… buona estate Claudio.»
Mi avvio verso l’uscita della discoteca senza voltarmi. Ad attendermi fuori c’è mio padre in macchina, il volto contratto. «Ciao papà.»
«Ciao Vale. Senti, ti devo parlare. Si tratta di Giorgio.»
Avvia l’auto e ci dirigiamo a casa, verso la nostra esistenza imperfetta, tessuta di intime tragedie familiari, mentre Claudio rimane con gli altri, quelli con la vita dorata. Le stelle ora si sono spente del tutto, il cielo è completamente nero mentre mi allontano da lui, per quella sera e per sempre.

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