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La promessa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Te lo promisi, ma non verrò. Non ti voglio nella mia giornata. Non lo voglio vedere quel sorriso, non voglio vederti andare sullo skateboard, non voglio vedere la bellezza che emani quando disegni ed entri in un mondo in cui non c’è spazio per nessuno, se non il raggae di Bob Marley.

Te lo promisi, ma non verrò. Non ti voglio nella mia giornata. Non lo voglio vedere quel sorriso, non voglio vederti andare sullo skateboard, non voglio vedere la bellezza che emani quando disegni ed entri in un mondo in cui non c’è spazio per nessuno, se non il raggae di Bob Marley. Non ti voglio nella mia giornata per ricordare cose che non puoi fare più. Lo so che te lo promisi, ma non ce la faccio. Non verrò, non voglio uscire. L’ultima volta che l’ho fatto mi sono trovata davanti a Fabio che, come se niente fosse, ha esordito con un laconico: «Hai saputo di Alessio?». Hai saputo di Alessio? Tutto qui. Come se mi dovesse comunicare che ti eri rotto un braccio o che eri partito per Tenerife, e non come se adesso ti trovassi tre metri sotto terra. Me ne sono andata senza neanche rispondergli, ignorando i suoi richiami arrabbiati.
Non voglio uscire perché anche non volendo passerei sotto casa tua e il cuore mi andrebbe in frantumi. Non voglio uscire, ma come un automa ho indossato felpa e pantaloni e sto allacciando le scarpe, le mie mani si muovono ma non sono io a volerlo. Esco, e vado dove abbiamo passato le nostre giornate per anni, quando ancora la vita non era un groviglio di merda e responsabilità e l’unico pensiero era non farci beccare mentre fumavamo erba. Arrivo al bar del piazzale, guardo verso la cupola che si trova vicino alla ringhiera dove passavamo ore a parlare e a chiederci perché mai avessero costruito una cosa del genere al centro di una piazzetta che si affaccia sul mare. Nella mia mente vedo quando ci siamo addormentati tutti qui, la notte di Ferragosto, scomodi e vagabondi a costo di stare tutti insieme. Mi affaccio alla ringhiera e sotto di me c’è la spiaggia deserta.
Non ti voglio nella mia giornata ma vengo a cercarti ovunque, tranne nell’unico posto in cui sono certa di trovarti. Rumore di ruote sul mattonato liscio, mi giro convinta di vederti sullo skate, con gli occhiali da sole e i capelli neri con un altro taglio sperimentale, come quando eravamo ragazzini. Un bambino su una bicicletta con le rotelle. Mi sento stupida, e torno a guardare il mare. Chiudo gli occhi e sento un tocco sui capelli, mi piace pensare che sia tu mentre uno strano vento leggero fa volar via le lacrime che hanno iniziato a percorrermi il volto senza che me ne accorgessi. Mi fanno paura perché temo che non riuscirò più a fermarle, ma il peso che porto dentro sembra meno opprimente.
Te lo promisi, verrò.

 

Me lo promettesti e ancora non sei venuta. Lo so che mi vedi, ogni volta che succede trattieni il fiato e indurisci la mascella. Vuoi che vada via perché non vuoi fare i conti con quello che hai dentro. Non vuoi uscire e non vuoi nemmeno nominare il mio nome ad alta voce. Ma dentro di te lo fai, lo sento e lo leggo sul tuo viso quando fai quella smorfia di dolore come se ti toccassero un nervo scoperto. Ho visto il dolore che ti ha dilaniato quando hai letto quel messaggio e ti sei rannicchiata a terra cercando di capire come fosse successo o quanto avessi sofferto. «Non doveva succedere a lui» hai urlato a tua madre tra le lacrime, sperando che lei ti dicesse qualcosa che fermasse quel dolore. È passato un mese da quel giorno e non sei ancora venuta da me. Vestiti. Prendi la felpa grigia e indossa i pantaloni. Inizi a vestirti come se avessi sentito la mia voce, ma non ti allacci le scarpe. Mi avvicino a te, mi abbasso, e nel momento in cui le mie mani sfiorano i lacci, lentamente inizi a fare il nodo. So che ti senti un automa, ma vorrei solo che ricordassi che sei viva. Camminiamo fianco a fianco per le strade. Non so dove stai andando ma di certo non stai venendo da me. Se tu venissi, accetterei qualsiasi cosa tu volessi fare: urlare, piangere, dare calci; mi andrebbe bene anche se mi insultassi anche, se in fin dei conti, io non ho colpe.
Stai andando al bar del piazzale a distruggerti la mente di nostalgia e ricordi. Non mi vuoi nella tua giornata ma vieni a cercarmi ovunque, tranne nell’unico posto in cui sei certa di potermi trovarmi. Ignori tutto quello che hai intorno, come quando per caso al supermercato hai incontrato Fabio e come se nulla fosse ti ha chiesto: «Hai saputo di Alessio?». Erano due settimane che non uscivi di casa e dopo essertene andata senza rispondere hai deciso che non saresti più uscita. Mi avvicino alla cupola che si trova sul piazzale, dove passavamo le ore a parlare e dove tutti insieme ci siamo addormentati in una notte di Ferragosto: ti vedo sorridere nella mia direzione, affacciata al parapetto, mentre guardi la spiaggia deserta.
Perché non vieni da me? Perché non la smetti di distruggerti dentro? Ti giri. E la delusione nei tuoi occhi è così chiara: le lacrime ti annebbiano la vista, lo so. Pensi che se loro cadranno tu cadrai con loro e non riuscirai più ad alzarti. Non è così.
Sei tornata a guardare il mare ma chiudi gli occhi. Ti accarezzo dolcemente i capelli, riesco a toccarti. Tu mi senti e apri gli occhi e le lacrime cominciano a cadere, hai paura. Soffio dolcemente sul tuo viso e le lacrime volano via come se non avessero peso. E tu sai che sono io, ti accorgi del vento innaturale.
Me lo hai promesso, e ora so che verrai.

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