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La casa di plastica

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il sabato la nonna si preparava come se dovessimo andare a una festa. Restava tutta la mattina con i bigodini in testa e girovagava per la casa occupandosi delle faccende domestiche.

Il sabato la nonna si preparava come se dovessimo andare a una festa. Restava tutta la mattina con i bigodini in testa e girovagava per la casa occupandosi delle faccende domestiche. Aveva l’abitudine di cambiare tutte  le lenzuola e dopo, una volta terminato il giro di tutte le stanze, tutto sapeva di buono mentre il bianco delle lenzuola pulite mi faceva quasi male gli occhi. Nel mentre lasciava le patate sul fuoco a bollire come ogni sabato: quello era il giorno degli gli gnocchi.
Si trattava di un gioco serio, quello del sabato mattina, che attirava la mia attenzione quasi come in un processo ipnotico che si susseguiva in maniera ritmica e ossessiva da quando la nonna pelava le patate a quando le patate si trasformavano  misteriosamente  in fantastici gnocchi cremosi che da lì a breve sarebbero saltati nell’acqua bollente, per poi immergersi in un sugo di fragrante pomodoro maturato al sole, al profumo di basilico. Era un aroma che non potevo ignorare, tanto che quando la nonna diceva: «Questo profumo sì che può scuotere la coscienza dei morti», io restavo a lungo a pensare, chiedendomi quanti e quali mondi potesse inebriare.
Di fatto, nella mia famiglia, da allora di morti ce ne sono stati tanti ma non sono mai tornati a trovarmi nonostante l’intenso  richiamo  di quell’aroma.
Dopo aver mangiato a pranzo aspettavamo che i negozi fossero aperti per scendere a fare una passeggiata. A quel punto i bigodini erano pronti: la nonna si pettinava, si vestiva elegantemente, spesso con un vestito a fiori e dipinta di un meraviglioso sorriso e si apprestava con me a fare il giro dei negozi.
Io tutti i sabati  ero sempre un po’  impaziente di fare il giro con la nonna.
Prima passavamo dal bar tabaccheria per giocare al lotto, e mi ricordo che ero talmente piccola allora che per vedere il signore dietro il bancale dovevo distanziarmi un po’. In questo modo vedevo il mondo da più lontano, e mi avvicinavo soltanto quando il barista mi chiamava per farmi assaggiare una pasta fresca; così io accorrevo come un pesciolino abbandonato alla sua esca.
Dopo aver giocato, la nonna sembrava più soddisfatta. In realtà la nonna non vinceva mai, tanto che il nonno le ripeteva: «L’unica vincita, cara mia, è non giocare. Se metti via quei soldi fra un po’ vedrai che ti ritrovi una bella vincita». Ma lei non si lasciava convincere. Giocava lo stesso ogni sabato pomeriggio e aspettava poi trepidante l’uscita dei numeri alla sera. Inevitabilmente rimaneva delusa. Ma io ancora oggi non so se aveva più ragione il nonno che dava importanza al calcolo matematico o la nonna che credeva nell’irrazionalità del caso infruttuoso.
Dopo il tabaccaio era la volta del macellaio, un signore dal sorriso aperto che ogni volta che incontrava la nonna il suo volto si illuminava sempre. Era un signore allegro dalla corporatura solida e dal colorito roseo, ma questa solidità e coerenza delle forme era un po’ messa in discussone da tutta una serie di nei ingrossati sulla fronte che davano alla sua espressione un non so che di  irregolare. Io mi sentivo attratta ma anche un po’ intimorita dalla sua presenza, forse per via di tutti quei coltelli che usava come un giocoliere.
La nonna ordinava solitamente il vitello, l’osso buco e poi pretendeva sempre di assaggiare la salsiccia per decidersi se ne valeva la pena o no di comprarla. Il macellaio con destrezza faceva un intaglio alla treccia e ne dava un pezzo alla nonna e uno anche a me. E io mi ritrovavo con questo pezzo di frattaglie in mano che ingurgitavo a occhi chiusi in un solo boccone, per non accorgermi fino in fondo di ciò che stavo facendo. Si trattava di un sapore intenso che aveva un retrogusto aromatico ma che alla fine sapeva anche un po’ di sangue.
Dopo il tabaccaio e il macellaio toccava me, era il mio momento, era la volta del cartolaio.
Il cartolaio era un uomo dall’apparenza gentile ma risoluto. Quando entravo per scegliere il gioco della settimana – si trattava sempre di un gioco della Barbie: un vestito o un gadget – il cartolaio mi guardava, dirottandomi sempre con destrezza verso quello più caro.
Io cercavo di cogliere la novità della settimana attraversando col lo sguardo la superficie in plastica che creava  tutta intorno al vestito nuovo. Ce n’erano di tutti i color e per tutte le situazioni: il vestito da lavoro grigio e lungo da impiegata, il vestito blu di un tessuto spesso per la prima colazione con le amiche, il vestito rosso da flamenco e anche quello bianco per il giorno in cui Barbie si sarebbe sposata con Ken.
E il vestito bianco da matrimonio che quel giorno comprai fu l’unico vestito da cerimonia che feci mio, oltre quello della cresima e della prima comunione.
Quando il cartolaio estraeva il vestito dalla confezione per farmelo toccare, lo stesso vestito che appariva ai miei occhi quasi magico improvvisamente sembrava meno bello: scivolava tra le mie dita producendo in me una strana e artificiosa sensazione elettrostatica. Forse per via di quello scivolamento avevo come l’impressione che  tutti quei vestiti avrei solo potuto guardarli, che una volta rimossi dalla confezione non sarebbero rimasti tra le mie mani e che forse, per questo, la mia vita sarebbe stata molto diversa da quella di Barbie e Ken.
Dopo aver pagato, la nonna nonna salutava il cartolaio e uscivamo mano nella mano con il vestito nuovo, ma con una strana sensazione di  solitaria amarezza.
Poi un sabato pomeriggio accadde che  io e la nonna non facemmo il solito giro. I nonni mi portarono a casa di alcuni amici. Era una casa molto grande, con un ampio giardino, e in quella casa abitava una bambina dai capelli lunghi biondi. Aveva un sorriso cordiale e con gaia fermezza mi condusse in grande fretta nella sua camera per mostrarmi i suoi giochi.
Appena entrata ebbi come un strano sussulto, fui infatti come invasa da tutta quella mole di giocattoli che sembravano animati da una grande impazienza di giocare con noi, ma dopo una prima esitazione la mia attenzione fu attratta in particolare da qualcosa che desideravo da sempre: la casa della Barbie.
Non riuscivo neanche a immaginare che potesse esistere una casa così sfavillante così piena di particolari. Per quanto la cartoleria vicina a casa disponesse sempre delle ultime novità, quella casa andava ben oltre qualsiasi mia più fervida immaginazione.
Si trattava infatti di una casa su tre piani e disponeva di una cucina con dei piccoli fornelli, una camera da letto con un soffice lettino e anche un salotto in cui Barbie avrebbe potuto colloquiare con le amiche. Inoltre, per l’estate, Barbie avrebbe potuto sollazzarsi in un meraviglioso giardino buttandosi nelle acque della sua piscina insieme a Ken.
Tutta questa abbondanza mi lasciò un po’ sbigottita. Arrivò al mio olfatto ancora quell’odore, quell’odore di plastica che sentivo sempre ogni sabato in cartoleria. Ma questa volta si trattava di un odore più intenso e compatto tanto che anche alla vista di tutti quei piani, quegli accessori e quelle comodità provai un forte senso di nausea e vertigine miscelati assieme. Non capivo perché. E non riuscii più a gioire e giocare con  quella casa fantasmagorica perché subito dentro di me si fece spazio un profondo sentimento di tristezza. Un senso di vuoto mi serrò le labbra e non riuscii più a parlare. La bambina dai capelli biondi mi guadava un poi sbigottita. «Non ti piace la mia casa della Barbie? Vuoi giocare con alto gioco?». Le risposi che era molto bella, di non preoccuparsi, che avrei continuato a giocare con lei quel pomeriggio. E così feci, continuai a giocare ma senza convinzione, fingendo un sentimento di felicità.
Da quel giorno non volli più andare a fare il giro in cartoleria e posai la mia Barbie dal vestito bianco su uno scaffale che dimenticai in fretta.
Adesso, ogni sabato, passo sotto la vecchia casa della nonna dopo aver lasciato gli gnocchi a riposare. Poi mi allungo fino al bar tabaccheria e punto qualcosina su dei numeri che mi ricordano di lei. Infine vado dal macellaio, che ha ancora lo stesso sorriso, e mi faccio dare un pezzo di salsiccia da assaggiare.

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